giovedì 16 novembre 2017

FILOGRAFIA: Valerio Mastandrea




NOME: Valerio Mastandrea
DATA DI NASCITA: 14/02/1972
LUOGO DI NASCITA: Roma, Italia





ATTORE:

(2017) The Place - L'uomo
(2017) Storia di una pallottola - Voce narrante
(2016) Fai bei sogni - Massimo
(2016) Fiore -
(2016) Perfetti sconosciuti -
(2015) La felicità è un sistema complesso -
(2015) Alfredo Bini, ospite inatteso - Se stesso
(2014) Ogni maledetto Natale -
(2014) Pasolini -
(2014) La sedia della felicità - Dino
(2013) La mia classe - Insegnante
(2013) Viva la libertà - Andrea Bottini
(2012) Padroni di casa - Cosimo
(2012) Il comandante e la cicogna - Leo
(2012) Gli equilibristi - Giulio
(2012) Il ribelle - narratore (voce)
(2012) Romanzo di una strage - Luigi Calabresi
(2011) Tormenti - Film disegnato - (voce)
(2011) Ruggine -
(2011) Cose dell'altro mondo - Ariele
(2009) La prima cosa bella - Bruno
(2009) Nine - De Rossi
(2009) Good Morning, Aman -
(2008) Giulia non esce la sera - Guido
(2008) Chi nasce tondo -
(2008) Un giorno perfetto -
(2008) Tutta la vita davanti - Giorgio Conforti
(2007) Non pensarci -
(2006) Last Minute Marocco - Sergio
(2006) Notturno Bus -
(2006) 4-4-2 - Il gioco più bello del mondo -
(2006) N io e Napoleone -
(2005) Piano 17 - Venditore ambulante
(2005) Amatemi -
(2005) L'orizzonte degli eventi - Max
(2005) Nessun messaggio in segreteria - Piero
(2004) Lavorare con lentezza - Tenente Lippolis
(2004) Il siero della vanità - Franco Berardi
(2003) Fankinait - Cosimo Spadoni
(2003) Gente di Roma - Cosimo Spadoni
(2003) Gli insoliti ignoti (film tv) - Cosimo Spadoni
(2002) Playgirl - Daniele
(2002) Velocità massima - Stefano
(2002) Ultimo stadio -
(2002) Nido di vespe - Giovanni
(2001) Sole negli occhi - Rinaldi
(2000) Domani - Giovanni Moccia
(2000) La squadra (serie tv) -
(2000) Zora la vampira -
(2000) La carbonara - Fabrizio
(1999) Asini - Avventore al bar
(1998) Abbiamo solo fatto l'amore - Leo
(1998) L'odore della notte - Remo Guerra
(1998) Viola bacia tutti - Samuele
(1998) Barbara - Aldo
(1998) Da cosa nasce cosa (film tv) - Miky
(1997) La classe non è acqua - Rizzuti
(1997) In barca a vela contromano - Massimo
(1997) La lettera - Charlie 10
(1997) Tutti giù per terra - Walter
(1996) Bruno aspetta in macchina - Nanni
(1996) Cresceranno i carciofi a Mimongo - Enzo
(1996) Infiltrato -
(1996) Un inverno freddo freddo - Roby
(1995) L'anno prossimo vado a letto alle dieci - Mirko
(1995) Cuore cattivo - Inzerillo
(1995) Palermo Milano solo andata - Tarcisio Proietti
(1994) Ladri di cinema - Valerio

martedì 31 ottobre 2017

CULT MOVIE: The Wicker Man





Titolo: The Wicker Man
Id., Uk, 1973
Cast: Christopher Lee, Edward Woodward, Britt Ekland.
Sceneggiatura: Anthony Schaffer.
Regia: Robin Hardy.
Durata: 83'

Attenzione spoiler!

Nel Sedicesimo secolo ci fu la caccia alle streghe: donne considerate streghe per le loro capacità di curare con le erbe rifiutando la medicina tradizionale, uomini e donne torturati perché rei di invocare Satana e la lussuria con 'depravazioni' consumate nelle spiagge sotto nome di Sabba.
Sabbath che si consumano anche nell'isola di Summerlisle, un villaggio sperduto nelle isole Ebridi Scozzesi, ove giunge l'integerrimo sergente Howie (Edward Woodward) in seguito a un misterioso messaggio inviatogli da Sir Summerlisle (Christopher Lee), chiedendogli di  ritrovare la giovane Rowan Morrison, scomparsa, ma che nessuno sembra conoscere. Persino la madre nega di avere una figlia che si chiami Rowan.
Quella che doveva essere una semplice indagine, finirà per diventare l'incubo di Howie, diviso tra la sua rettitudine morale e la lascivia di Summerisle e dei suoi abitanti. Incubo che si consumerà con l'uomo di vimini, erto in nome del sacrificio affinché guarisca il villaggio dalla maledizione di un pessimo raccolto.
The Wicker Man potrebbe essere visto come un musical inquietante, con quelle canzoni e quelle nenie cantate dai cittadini durante la giornata del calendimaggio.
The Wicker Man potrebe essere visto solo come un film dell'orrore, con quel finale che rimane impresso in tutta la sua lentezza e crudeltà impersonata da quell'enorme uomo di paglia.
The Wicker Man potrebbe essere visto come un uomo che combatte i propri demoni diviso tra la volontà di rispettare i dettami della religione cristiana e la (fisiologica) tentazione della carne.
E cosa terrorizza di più di un demone che divora tutto ciò in cui credi? Un demone che sconfigge il tuo Dio, in una lotta dove il male vince sul bene?
E' questo l'elemento più disturbante di The Wicker Man.
La forza orrorifica del film diretto da Robin Hardy consiste nella rappresentazione del lato oscuro insito nell'essere umano. Non sono necessari i mostri, perché l'essere umano può diventare più mostruoso di un lucertolone alto 50 metri che vuole distruggere una città giapponese. Così come non è necessaria un pianeta alieno, quando basta atterrare su un'isola dove si consumano riti pagani, prendendo in giro una persona così diversa per la sua cultura e concezione morale.
Il sergente Howie sbarcato sull'isola, ostenta fin dal principio le sue convinzioni, così sicuro della sua fede, così retto da cotanta morale da farlo sembrare arrogante agli occhi dei cittadini di Summerisle, persone apparentemente sempliciotte e dai metodi poco ortodossi, come  l'utilizzo una ranocchia da ingoiare considerata più efficace di uno sciroppo per combattere il mal di gola. 
Così come non è necessario un paesaggio apocalittico, quando una meravigliosa isola incontaminata nasconde segreti e perversioni.  Perversioni sottoforma di orge, perversioni rappresentati da un corpo nudo di una procace fanciulla (Britt Ekland) che esprime la propria sessualità in una danza erotica, capace di far vacillare l'integrità morale di un uomo che sente la pulsione sessuale che cerca di reprimerla in nome della virtù e di convinzioni fortemente religiose. 
L'isola di Summerisle è così affascinante, con quel suo aspetto bucolico e intatto. Tutto all'apparenza è perfetto, fino a quando arriva un elemento che sconvolge gli equilibri, incarnato da questo sergente, dalla sua divisa impeccabile e quel modo di fare superbo, che si ritrova a che fare con questi 'zoticoni' un po' ignoranti e parecchio bizzarri, che si prendono gioco di questo bigotto ricco di alterigia.
Man mano che il sergente Howie rimane a contatto con la popolazione di Summerlisle, si apre però uno scenario inquietante, che odora di congiura ai danni di quest'uomo timorato di Dio - orchestrata dal mefistofelico Lord Summerlisle.
Il sergente Howie e Lord Summerlisle rappresentano il dualismo tra il bene e il male, il cristianesimo con le sue regole e il suo rigido protocollo morale seguito devotamente dal credente Howie, viene messo in netta contrapposizione con il paganesmo di Lord Sumnerisle, che incita alla liberazione della sessualità che la natura ha dato all'uomo, ma considerato dalla chiesa come una forma di pura perversione disgustosa da nascondere e demonizzare.
La natura deve fare il suo corso e le credenze pagane hanno il sopravvento sulle convinzioni morali, facendo soccombere il sergente Howie, sacrificato per via della sua purezza, capace di mantenerla nonostante sia stato 'contaminato' dalla popolazione di Summerlisle.
Il sergente Howie sacrificato per 'mano' dell'uomo di vimini viene liberato dai suoi dogmi cristiani, bruciando in nome di una presunta santità che la religione cristiana dovrebbe conferirgli.
Il gioco è finito, il cacciatore finisce per essere cacciato - con una splendida metafora dell'uomo mascherato da animale che ha braccato la sua preda, ribaltando i canoni della natura - beffato dal suo stesso Dio che non riesce a salvare il corpo e nemmeno la sua anima, nonostante invochi Gesù nella sua ultima disperata preghiera.
E con uno dei finali più inquietanti e malati della storia del cinema, The Wicker Man non a torto viene definito il Quarto potere dei film dell'orrore, con un immenso Christopher Lee nella sua prova migliore.
In una società in cui si resta fermamente ancorati ai dogmi della religione che si ostina a giudicare l'operato dell'essere umano secondo la volontà di Dio, The Wicker Man è ancora oggi un film che scardina i precetti morali, liberando l'uomo dalla falsa scorza di virtù per rivelare la sua vera natura.

Voto: 9

lunedì 4 settembre 2017

GOODBYE: Addio a Gastone Moschin


Porca puttana! Come vorrei che venisse fuori un funeralone da fargli pigliare un colpo a tutt'e due quei lì: e migliaia di persone, tutte a piangere, e corone, telegrammi, bande, bandiere, puttane, militari... 
(Rambaldo Melandri - Amici Miei)


Gastone Moschin (1928 - 2017)

martedì 22 agosto 2017

NOTTE HORROR: Splatters - Gli schizzacervelli

E con l'estate arriva la mitica notte horror, la versione virtuale del mitico programma di zio Tibia che andava in onda ogni martedì su Italia 1. Questa settimana sintonizzatevi alle 21 per trovare Director's cult con Splatter, a seguire alle ore 23.00 Brivido su White Russian. Enjoy!



Che lo spirito di zio Tibia sia con voi!









Titolo: Splatters- Gli schizzacervelli
Titolo originale: Dead Alive/Brain Dead
Cast: Timothy Balme, Elizabeth Moody, Diane Penalver.
Sceneggiatura: Peter Jackson, Frances Walsh, Steven Sinclair.
Regia: Peter Jackson.
Durata: 97'



Quando qualcuno vomita guardando un mio film, è come ricevere una standing ovation. E questa massima del sommo John Water pare che Peter Jackson l'abbia presa alla lettera. Cosaaaaa, il regista de Il signore degli anelli ha fatto venire la nasuea? Sacrilegio! Ebbene sì, con Splatters - Gli schizzacervelli ci è riuscito con la sottoscritta, uscita provata dalla visione tra conati di vomito miste a grasse risate nel vedere l'odissea di Lionel, ragazzuolo abbastanza cresciuto incapace di staccare il cordone ombelicale che lo tiene legato a mammà, madre oppressiva che finisce per diventare uno zombie.
Quel che segue è la tragicomica cronaca dei primi 25 minuti di un film sull'orlo di un conato di vomito miste a risate.
Primi accenni di conati miste a risate a profusione 1) Lo stronzone di turno arriva nella giungla neozelandese e ruba un raro esemplare di scimmia ratto. La scimmia giustamente s'incazza e lo morde. Quello che non sa lo stronzone è che la scimmia è portatrice sana di zombitudine, quindi l'indigeno assoldato durante la missione è costretto a tagliargli il braccio per poterlo salvare dalla maledizione. Ma siccome c'è un segno anche sulla fronte, olè, tagliamo la testa così si risolve il problema alla radice.
Conato di vomito numero 2): Lionel il ragazzuolo mal cresciuto ha una cotta per Paquita e dopo un paio di figure di merda riesce ad avere un appuntamento e la porta allo zoo, dove c'è la scimmia rattosa e schifida che è talmente gentile da staccare un braccio alla scimmia vicina per un pezzo di pane. Mammà li spia, ma ecco che si avvicina inavvertitamente alla schifida che sgragnete! Finisce per essere morsa al braccio. Mammà s'incazza e schiaccia il cervello della schifida con il tacco della scarpa, facendogli uscire gli occhi e facendola vomitare l'anima a dovere. E io vomito insieme a lei. A seguire, grasse risate.
Conato di vomito numero 3) Mammà è a letto, dove Lionel si prende cura di lei amorevolmente. Ma ecco che la ferita sembra infettarsi e comincia a diventare una pentola a pressione di pus esplosivo. Ed esplodono anche i miei conati. A seguire, grasse risate.
Conato di vomito numero 4) Mammà però tiene visite, ma tanto bene non sta. Ha la pelle un po' flaccida, tante che le cade un pezzo e Lionel cerca di attaccarla alla bell'è meglio con un po' di colla. Ma il bello deve venire quando, dopo un pranzo improbabile e a dir poco osceno, l'ospite cagacazzo vuole il pudding! Ah, vuoi il pudding? E allora tiè, mangiati il pudding con un po' di schifezzone purulento mentre mammà si mangia l'orecchio con il budino. E qui scatta il sacchetto di carta come nei viaggi in aereo. Conati a profusione. Mo' tiro su l'anima per davvero.
Conato di vomito numero 5) Mammà fa la biricchina e azzanna l'infermiera, dando il via a una escalation di zombie uno più vomitoso dell'altro. Lionel se li tiene chiusi in casa e cerca di far convivere questa strana famiglia che hanno delle cattive maniere a tavola alquanto stomachevole. Da far venire i conati di vomito.  A seguire grasse risate.
E questi signori e signore sono i primi 25 minuti di Splatters. E ogni volta che lo vedo, questi 25 minuti equivalgono alla standing ovation che Jackson apprezzerebbe moltissimo. 
Perché questo è uno dei miglior film di Peter Jackson (bestemmiaaaa, ritira quello che hai detto!), dove non ci sono solo zombie in slow motion che fanno il loro porco dovere di schifare, inorridire e divertire a distanza di 25 anni, ma è un iconoclasta viaggio all'inferno di un ragazzo schiavo non solo di sua madre, ma anche delle convenzioni sociali della Nuova Zelanda degli anni Cinquanta. Perché dietro alla coltre di belle casette allineate (da fare invidia alle casette pastellose di Tim Burton di Edward mani di forbice) e tram colorati di rosso, si nasconde il finto perbenismo di una donna castrante che nasconde un passato oscuro e alimenta un rapporto morboso con  il figlio a suon di sensi di colpa. Norman Bates è dietro l'angolo, e Peter Jackson sembra aver masticato buon cinema, tra tutti Psycho e La notte dei morti viventi e il caro Sam Raimi con la sua mitica trilogia di Evil Dead, mescolando il tutto con malsano divertimento in un tripudio di 'trippa, pudding, sangue e cervella' dove non risparmia nessuno, neanche la chiesa, dove il prete che 'spacca i culi in nome di Dio' zombizzato finisce per intrupparsi con l'infermiera dando vita a un pargolo tanto orrido quanto malefico, alla quale il povero Lionel cerca di dare momenti da vero infante al parco anche se poi la piccola bestia finisce in un sacco corcato di botte. E Lionel è il perbenismo puro, che cerca di nascondere l'orrore agli occhi della brava gente ma non allo zio, che tanto bravo non è e tenta di espropriargli casa e denari
Jackson non risparmia neanche i sani valori della famiglia dove i parenti sono dei serpenti per il povero Lionel, che combatterà per la propria libertà a suon di maciullate caserecce fatte di frullatori e tagliaerba. E questo continuo maciullare per Lionel sarà la sua catarsi da una vita fatta di bugie e privazioni, arrivando letteralmente a rinascere come uomo nuovo, libero di amare. E noi liberi di divertirci con un horror gore e scatenato, ricco di homour nero e tanto, tanto schifo. 
Splatters - Gli schizzacervelli dopo 25 infatti anni è ancora un divertimento senza freni, goliardico, che a distanza di 25 anni fa il suo lavoro egregio senza l'aiuto del computer, con effetti speciali caserecci e sublimi allo stesso tempo. 
Si spera che Peter Jackson ritorni a far sognare. E anche a  far vomitare. Per un'altra standing ovation!

Voto: 7,5

Ecco il programma completo!



giovedì 10 agosto 2017

CELEBRATION (50th Anniversary): Il laureato





Titolo: Il laureato
Titolo originale: The Graduate
USA, 1967
Sceneggiatura: Buck Henry, Calder Willingham
Regia: Mike Nichols
Durata: 107'


Benjamin Braddock (Dustin Hoffman) ha tutte le carte in regola per diventare un uomo di successo: è giovane, affascinante, è figlio della buona borghesia e ora è anche laureato.
Ma a Benjamin Braddock i panni del borghese perbene gli stanno un po’ stretti. Si sente come un pesce fuor d’acqua: una volta ritornato al suo nucleo familiare d’origine, sente che qualcosa è cambiato e non riesce più a integrarsi. Così come fatica a integrarsi nella società upper class americana.
Studia, prendi una laurea, trova un buon lavoro, sposati e fai dei figli. Più o meno l’iter del cittadino medio americano è questo. Beh, Benjamin Braddock ha studiato, ha preso una laurea, ma non sa che lavoro trovare e non sa se sposarsi e avere figli.
E se l’american way of life non facesse per lui?
Benjamin si trova come in un limbo, simbolo di un’alienazione giovanile che ha seguito le regole alla perfezione, come una buona pecorella segue il suo pastore, ma ora non sa se ciò che ha seguito fino ad ora sia adatto a lui. E se volesse uscire dal gregge?
L’apatia di Benjamin e il suo disinteresse verso tutto e tutti non sembra preoccupare i suoi genitori, che vedono in lui il loro golden boy da esibire con orgoglio. Come fa suo padre quando gli regala la muta da sub, e al classico party in piscina deve esibirsi  come una brava scimmietta ammaestrata per mostrare quanto sia eccezionale il ragazzo nella muta da sub.
Benjamin esegue il “numero” alla perfezione, ma il disagio e il rifiuto verso la società si fa evidente in lui, fluttuando nel fondo della piscina con lo sguardo colmo di frustrazione, incapace di comunicare il suo senso di disagio, causato dalla mancanza di comunicazione con il mondo degli adulti.
Ma Benjamin non ci sta e la svolta avviene quando incontra Mrs. Robinson (Anne Bancroft), donna ancora ricca di sex appeal. Mrs. Robinson seduce il giovane e inesperto Benjamin, introducendo il goffo ragazzo di buona famiglia a una educazione sentimentale che lo porterà a maturare, facendolo diventare più sicuro di sé.
Ma a rompere l’equilibrio raggiunto dal giovane, è la giovane Elaine (Katharine Ross), studentessa della prestigiosa università di Berkeley: Benjamin si innamora di lei, anche se aveva promesso a Mrs. Robinson di non frequentarla.
Benjamin ed Elaine si frequentano, ma fanno fatica a comunicare tra di loro (proprio come con gli adulti), gettando le basi dello sconforto del rifiuto della famiglia che contagerà non solo l’America, ma anche l’Europa (come la “morte del padre” in Italia per esempio): lei lo ama, ma non sa cosa fare. E’ un controsenso, ma è quello che prova questa ragazza bellissima ma un po’ confusa.
Elaine e sua madre rappresentano la crisi del nucleo familiare: Elaine è piena di dubbi, ama Benjamin, ma è insicura sul suo rapporto, indecisa se scegliere lui e un futuro fatto di incertezze, o sposare il giovane studente di medicina che gli assicurerà una vita tranquilla, ma forse noiosa. Mrs. Robinson invece è cinica e disillusa, nutre gelosia nei confronti Eleaine, vedendola come la causa della rinuncia dei suoi sogni; e ora disprezza il marito e l’istituzione matrimoniale tradendolo con un ventenne.  
Ma se per Mrs. Robinson ormai è troppo tardi, Elaine può ancora scegliere il proprio destino.
Elaine però è meno ribelle di Benjamin e sceglie  di percorrere la via più tranquilla, e ciò scuote Benjamin dal torpore in cui è caduto e finalmente ha uno scopo nella vita: amare Elaine, correndo contro il tempo e diventando protagonista di una memorabile fuga che ormai è entrata nell’immaginario collettivo e un cult per tutti gli amanti di cinema.
Ma siamo sicuri che ci sia l’happy ending?
Benjamin ed Elaine salgono sull’autobus e viaggiano verso l’ignoto. Si guardano per un istante, un timido sorriso e la consapevolezza di aver abbattuto le barriere del perbenismo della società borghese. Ma quel sorriso dura poco: Benjamin Braddock ed Elaine Robinson si fanno seri e guardano dritto a loro, consapevoli di avere un avvenire  fatto di incertezze e di precarietà.
Ed è proprio questo finale apparentemente aperto che fa de Il laureato un cult movie e un manifesto di una generazione, quella Sessantottina che prenderà in mano il proprio destino e combatterà per distruggere le fondamenta tranquille della società americane. Anche se poi si sa che nemmeno un ventennio più tardi, i figli del Sessantotto ricostruiranno mattone dopo mattone quello che hanno distrutto, in nome di un falso benessere che verrà chiamato Capitalismo.
Benjamin Braddock è un anti eroe, o meglio, un eroe a sua insaputa. Perché più che infrangere le regole, si limita a seguire il suo cuore. Non sa cosa fare della sua vita, ma sa che vuole Elaine e fa di tutto per averla, arrivando a disobbedire, a fuggire. Così come disobbedisce le regole della moralità perbenista della famiglia americana diventando l’amante di una donna sposata, una Mrs. Robinson cinica e disillusa dal falso mito del benessere.
Il laureato non è propriamente un manifesto del ’68, ma è il preludio dello scoppio rivoluzionario di una generazione che non vuole seguire i dettami della società.
Il laureato dopo 50 anni rimane ancora un gioiellino di ironia e trasgressione che cancella con un colpo di spugna (o meglio di zoom) la censura americana, scardina le certezze degli americani, il tutto condito con la splendida colonna sonora di Art & Garfunkel, che rappresenta il perfetto accompagnamento dello stato d’animo dei protagonisti.
Studia, prendi una laurea, sposati e fai dei figli. Siamo proprio sicuri che sia la ricetta vincente per avere successo nella vita e nella società?

Voto: 9

martedì 1 agosto 2017

GOODBYE: Addio a Jeanne Moreau e Sam Shepard

In linea di principio, ho appena raccontato una cosa buffa. O comunque divertente. Potreste, che so, sorridere… (Catherine - Jules et Jim)


Jeanne Moreau (1928 - 2017)




Buona fortuna ragazzi...ricordate: nessuno deve essere abbandonato... (Generale William Garrison - Black Hawk Down)


Sam Shepard (1943 - 2017)

lunedì 31 luglio 2017

RECENSIONE: Onora il padre e la madre





Titolo: Onora il padre e la madre
Titolo originale: Before The Devil Knows You're Dead
USA, 2007
Cast: Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke, Albert Finney.
Sceneggiatura: Kelly Masterson.
Regia: Sidney Lumet.
Durata: 110'


*Il fascino indiscreto di una recensione retrò *

Il male si insinua in modo subdolo, distruggendone ogni singola cellula lentamente e letalmente. Soprattutto quando i tuoi figli, il sangue del tuo sangue decide di tradirti con una rapina che finisce male, facendo esplodere il seme del male insito nella famiglia sin dal principio. E’ questa la parabola di Onora il padre e la madre (titolo quasi fuorviante di When The Devil Knows You’re Dead), ultima regia del grande Sidney Lumet,
Sidney Lumet utilizza l’escamotage della rapina finita male per concentrarsi sulla dissoluzione della famiglia Hanson, composta dal padre Charles, la madre Nanette e i figli Andy, … e Hank.
Come Edmud, il figlio bastardo del duca di Gloucester ne Il re Lear, che sognava di ereditare il regno, Andy aspirava a mettere le mani sul suo, ovvero la gioielleria di famiglia, cercando di assomigliare al padre.
Andy però si ritrova rifiutato, amato e odiato allo stesso tempo dal padre, che ha un debole per Hank, che ricorda da lontano il fratellastro buono di Edmund, Edgar.
E se Edmund tramava ai danni del fratello, il mefistofelico Andy trama ai danni del padre e coinvolge il fratello per attuare il colpo perfetto, in modo da poter vivere una nuova vita con la vanesia Gina, novella Gonerilla vanesia e superficiale.
E per ottenere ciò che vuole, colpisce i suoi stessi genitori, che l’hanno cresciuto e amato, anche se il padre non ha mai dimostrato un forte attaccamento, preferendogli il “cucciolo più bello”, ovvero Hank.
E come il duca di Gloucester che privato della vista in quanto accecato, anche Charles non può vedere l’odio e il risentimento che Andy nutre, un odio e un risentimento latente che esplode in una parabola infernale che trascinerà con sé la sua famiglia.
Lumet costruisce questa cronaca di una tragedia annunciata con una serie di flashback, memore dello stile registico degli anni Settanta che hanno reso celebri le sue pellicole come Quel pomeriggio di un giorno da cani, mostrandoci il prima, durante e dopo della rapina.
Come i pezzi di un puzzle, prende i suoi personaggi e li aggiunge poco alla volta, mostrando la storia da vari punti di vista, usandole allo stesso tempo come delle marionette, tirandone i fili a suo piacimentio.
Andy. Andy convince il fratello Hank, sulla quale nutre un forte ascendente di fare un colpo semplice semplice, che frutterà a loro una bella cifra per poter vivere la vita dei propri sogni.
Hank. Hank ama sua figlia, ma è pieno di debiti ed è in perenne arretrato con gli alimenti. E’ un debole e si lascia convincere a compiere la rapina. Ma essendo un codardo, non ne ha il coraggio e vilmente coinvolge un delinquente di mezza tacca, facendo scatenare la tragedia.
Nanette. Nanette è l’agnello sacrificale, la vittima necessaria per far emergere il germe del male insito nella famiglia Hanson.
Nanette e Charles. I genitori di Andy e Hank sono vecchio stampo, si amano ancora dopo 50 anni e hanno un legame forte che manca sia ad Andy, che non riesce ad avere una soddisfacente vita coniugale con Gina, e manca anche a Hank, che è divorziato, ma soddisfa le esigenze di Gina.
La morte di Nanette scatena la disperazione dei protagonisti, che scendono lentamente in un abisso di distruzione fuori controllo.
La disperazione si impossessa di Charles, che cerca giustizia per la morte della moglie e trova invece un muro di indifferenza da parte della polizia, che dovrebbe tutelare il benessere del cittadino, ma non ne ha il tempo per farlo adeguatamente. E farà giustizia a modo suo, accecato dall’odio.
La discesa negli inferi si impossessa di Andy, che perde il controllo della situazione da lui stesso creato, e trova rifugio nell’eroina, portandolo in una spirale di autodistruzione.
Hank perde la testa e si affida ad Andy che lo porta con sé nel buco nero che ha creato lui stesso.
E come in Rapacità di Erich Von Stroheim, il dio Denaro trasforma gli esseri umani in esseri vili, che schiaccia tutto e non guarda in faccia nessuno, nemmeno la tua famiglia.
Onora il padre e la madre è un’amara apologia sulla dissoluzione della famiglia americana, dove il denaro, l’avidità e la vendetta schiaccia e distrugge ogni certezza.
Lumet dirige un grande cast, con il compianto Philip Seymour Hoffman e un Ethan Hawk in gran forma, ma la parte del leone spetta ad Albert Finney, che riesce a creare una strepitosa maschera di dolore con il personaggio di Charles.
Onora il padre e la madre segna l’addio al cinema del maestro Sidney Lumet, che a distanza di anni riusciva ancora a dirigere grandi film con consumato mestiere.

Voto: 7,5