giovedì 11 ottobre 2018

CULT MOVIE: Ballroom - Gara di ballo





Titolo:
Ballroom - Gara di ballo
Titolo originale: Strictly Ballroom
Australia, 1992
Cast: Paul Mercurio, Tara Morice, Gia Carides.
Sceneggiatura: Craig Pearce, Baz Luhrmann,Andrew Bovell.
Regia: Baz Luhrmann.
Durata: 87'


La danza ha un potere misterioso. Il ritmo ti prende, il corpo si lascia andare, si muove, si scatena. La danza è anche seduzione, corteggiamento, romanticismo. 
E’ regola e disciplina. Ma è anche competizione, gare di ballo e premi da vincere. 
E questo è l’obiettivo di Scott (Paul Mercurio), giovane e talentuoso ballerino che sogna di vincere il Pacific Prince. Ma a modo suo.
Perché se il ballo da sala ha le sue regole severe, Scott cerca di infrangerle con passi “proibiti”, che non vengono compresi da una giuria di vecchi bacchettoni come che guardano più all’esecuzione impeccabile della tecnica che all’innovazione.
Questa sua voglia di sperimentare gli costa l’abbandono della sua partner (Gia Carades), e all’ostracizzazione della madre, che vede in lui i sogni di gloria che non è riuscita a coronare. Ma a sorpresa il suo modo di ballare viene capito dall’insignificante Fran (Tara Morice), così diversa dalle altre, un brutto anatroccolo che nasconde la sua acerba bellezza dietro un paio di occhiali e abiti dimessi.
Ballroom – Gara di ballo segna il debutto al cinema di Baz Luhrmann, dove fin dagli esordi gioca con i suoi virtuosismi che la faranno da padrone nei suoi film successivi, che avranno l’apice in Moulin Rouge! e persisteranno ne Il grande Gatsby.
Luhrmann dimostra fin dagli esordi un debole per il kitch, e dove trovare un terreno così fertile nei campionati di ballo da sala, con quei costumi scintillanti e luccicanti, con i capelli pieni di brillantini e brillantina e quel trucco che rasenta così palesemente gli anni Ottanta sotto acido?
Luhrmann fa di più e crea un microcosmo il cui fulcro è una scuola di danza, mondo in cui è cresciuto Scott tra passi di rumba e tango.
Lurhmann prende i tipici ingredienti della commedia romantica musicale, Dirty Dancing in primis, plasmandoli e ribaltando i ruoli, a cominciare dai due protagonisti: se nella commedia culto di Emile Ardolino l’insegnante di salsa Johnny faceva parte di un ceto sociale poco abbiente che dava lezioni di salsa alla ricca e ingenua Baby; in Ballroom Scott è un affermato ballerino che proviene da una coppia di campioni di danza, mentre Fran è una ragazza di umili origini ispaniche.
Ma si sa, la danza ha un potere misterioso. E la danza avvicina due persone così diverse come Fran e Scott, le unisce in un sensuale paso doble, che rappresenta anche un’educazione sentimentale per questi due ragazzi che sfidano le convenzioni e le regole.
Regole incarnate dalla perfezione e dall’eleganza senza tempo di un valzer da sala. Vecchio stile e tradizioni che rimangono immobili nella giuria e nella scuola gestita dai genitori di Scott, che vedono nell’innovazione dei suoi passi una minaccia per vincere quell’agognato premio.
Innovazione rappresentata dai passi proibiti di Scott che mette nella rumba, con quelle piroette mai viste e quei movimenti sinuosi e sensuali che vanno oltre il senso del pudore.
Tango che dovrebbe unire e fondere Scott e Liz come se fossero due amanti, ma che divide e la fa infuriare al punto di abbandonarlo per il rivale, anche se si rivelerà sul viale del tramonto, ma pur sempre ligio al sistema.
Rumba che avvicina Scott alla cultura di Fran, così diversa dalla sua, dove scopre un mondo vivo e autentico, diverso dal mondo plastificato e luccicante a cui appartiene, vitalità che riesce ad abbattere il muro di ostilità e diffidenza che aveva innalzato il padre di Fran contro di lui.
Paso doble che rappresenta la passione che sboccia lentamente in un amore timido e sincero tra Fran e Scott, un po’ come avveniva tra Johnny e Baby, il cui nome di battesimo era Frances, mentre qui è solo Fran.
Ogni lezione di danza che Scott ha con Fran è un piccolo manuale d’amore: si conoscono, si studiano, sono impacciati (o meglio, lei è impacciata), si toccano e si cercano con lo sguardo. E man mano che migliorano nel ballo, man mano aumenta l’intesa e il sentimento che provano. Anche se fanno di tutto per negare ciò che provano. Scott non lo vuole ammettere, Fran è troppo timida per dichiararsi. Ma riescono a comunicare grazie ai quei passi, a quelle giravolte, a quel rumore di tacchi che seguono il ritmo della musica, con lo scambio di sguardi che tradiscono l’attrazione reciproca.
Ma come ogni melò (o soap opera, siamo pur sempre nei paraggi del kitch) che si rispetti, Lurhmann rincara la dose e pone degli ostacoli, tra intrighi, ricatti morali, sensi di colpa, colpi di scena fino ad arrivare al trionfo sotto la sfavillante luci dei riflettori, dove quel paso doble riuscirà a sfondare le barriere e le convenzioni e a emozionare la platea, ma anche lo spettatore che guarda il film.
Ballroom – Gara di ballo è una commedia musicale che è una delizia per gli amanti dei musical, ma che potrebbe anche divertire chi non è un patito del genere. Perché Baz Luhrmann si diverte a giocare con i suoi protagonisti, portandoli al grottesco, e a infrangere le regole, dove le canzoni e la musica sono parte integrante della storia, che servono a enfatizzare ogni momento che vivono i protagonisti.
E se il regista de Il grande Gatsby non ha ancora a disposizione il budget delle produzioni americane, riesce comunque a far intravedere il suo stile fatto di carrellate veloci e rallenty, giocando sapientemente con le luci che danno quel tocco di teatralità che è la vita stessa, un grande palcoscenico dove bisogna combattere per far affermare la libertà di essere e di vivere secondo le proprie regole, non da chi ce le impone. 

Voto: 8

sabato 29 settembre 2018

FILMOGRAFIA: Diane Kruger





NOME:
Diane Kruger
ALL'ANAGRAFE: Diane Heidkrueger
DATA DI NASCITA: 15/07/1976
LUOGO DI NASCITA: Algermissen, Germania
PROFESSIONE: Attrice





ATTRICE:


(2018) Benvenuti a Marwen - Deja Thoris
(2017) Oltre la notte - Katja Sekerci
(2017) In the Fade - Katja Sekerci
(2015) Maryland - Jessie
(2015) Padri e figlie -
(2013) Tutto sua madre - Ingeborg
(2013) The Host - Il Cercatore
(2012) Un piano perfetto - Isabelle
(2012) Les adieux à la reine - Maria Antonietta
(2011) Special Forces - Liberate l'ostaggio - Elsa
(2011) Unknown - Senza identità - Gina
(2010) Lily Sometimes - Clara
(2009) Mr. Nobody - Anna
(2009) Bastardi senza gloria - Bridget von Hammersmark
(2007) Il mistero delle pagine perdute - Abigail Chase
(2007) The hunting party - Marjana
(2006) Triplice inganno - Constance Radetsky
(2006) L'età barbarica - Véronica Star
(2006) Io e Beethoven - Anna Holtz
(2006) Il colore della libertà - Goodbye Bafana - Gloria Gregory
(2004) Il mistero dei templari - Dr. Abigail Chase
(2004) Wicker Park - Lisa
(2004) Troy - Elena
(2003) Adrenalina Blu - Julie Wood
(2003) Autoreverse -
(2002) Mon idole - Clara Broustal
(2002) The piano player -

martedì 28 agosto 2018

NOTTE HORROR: Suspiria




Titolo: Suspiria
Cast: Jessica Harper, Alida Valli, Stefania Casini, Miguel Bosé
Sceneggiatura: Dario Argento, Daria Nicolodi
Regia: Dario Argento
Durata: 98'


Ho sempre pensato che le fiabe in realtà siano un modo per far conoscere gli incubi e un mondo orribile ai bamnini. C'è molta violenza in esse. Basti pensare alle favole dei fratelli Grimm, dove si cerca di uccidere tre volte Biancaneve (uno pettine avvelenato, una cintura che stritola e infine la famosa mela) o alla strega cattiva che praticamente muore d'infarto ballando all'infinito su delle scarpe d'argento stregate. 
O agli occhi cavati alle sorellastre durante il matrimonio di Cenerentola, già fiaccate da talloni e dita mozzate per far calzare la scarpina di cristallo.
La Disney non lo faceva sapere, ma di certo non ci è andato leggero con le sue trasposizioni cinematografiche, soprattutto con quei toni dark, se non espressionistici di Biancaneve (nella foresta nera). E le favole sono un modo per gli adulti di riversare gli incubi, le paure, qualcosa di soprannaturale che non puoi controllare, una sorta di catarsi e liberazione.
Era una notte buia e tempestosa... Spesso le storie iniziano così, come la storia di Susy (Jessica Harper), giovane americana che arriva in suolo tedesco - Friburgo - per frequentare una prestigiosa scuola di danza classica. Piove a dirotto, il vento quasi la fa volare via, mentre cerca di chiamare un taxi che la porti lì. Una volta arrivata però non la fanno entrare, riesce solo a vedere una ragazza che urla qualcosa e poi fugge via. Si ripara così dalla sua amica Pat, ma una presenza oscura e maligna finisce con l'ucciderne l'amica, scatenando una serie di eventi e delitti che metteranno in pericolo Susy stessa.
Solo l'incipit è un presagio di qualcosa di oscuro, Susy ancora non sa che l'accademia nasconde segreti e avvenimenti inquietanti,dove lei, con un atteggiamento ancora un po' da bambina, sgrana gli occhioni divorati dal terrore per cercare di scoprire chi c'è dietro gli omicidi delle sue amiche. Cosa nasconde l'accademia? C'entrano forse la intrasigente insegnante miss Tanner (Alida Valli) o la direttrice madame Blanche (Joan Bennet)? Forse, ma intanto ci sono eventi sinistri come vermi che cadono dal soffitto, un cane docile che diventa improvvisamente aggressivo, e soprattutto quella mano nera che afferra le sue giovani vittime per ucciderle senza pietà.
Definire Suspiria una favola nera è un po' riduttivo, anche se i riferimenti alle favole ci sono eccome. Argento infatti le prende e le priva di quell'aspetto 'salvifico' che serve per non spaventare i bambini, quello zucchero che edulcora la violenza e la realtà -  che è fatta di esseri ignobili e ambienti ostili, dove non c'è nessun principe pronto a salvare la principessa.
Susy infatti è da sola contro le forze oscure che avvolgono l'accademia e deve contare su sé stessa per poter sconfiggere il male che si annida lì dento.
Argento prende le favole e le coniuga con le regole del thriller, creando un posto magico e maledetto allo stesso tempo, l'accademia di Friburgo dove lo tramuta piano piano in un posto mefistofelico ed esoterico.
Gli elementi fiabeschi sono un elemento che aggiunge fascino al pathos orrorifico che avvolge la pellicola: la foresta dove scappa la ragazza che Susy incontra all'inizio è una novella Biancaneve che finisce però questa volta a soccombere al suo infausto destino (e non come nella favola dei fratelli Grimm dove la strega cattiva mangiava di gusto il fegato e il cuore di un animale pensando che fossero i suoi).
Così come Susy sviene a furia di ballare come se le sue scarpette fossero stregate, e così come cade in sonni profondi come la bella addormentata nel bosco (che dormirà 100 anni lasciando cadaveri di cavalieri nelle spine nel tentativo di risvegliarla), lasciando Sarah in balia del suo assassino.
Argento gioca con la tensione, con le atmosfere e soprattuto lavora di stile. Una degli elementi più belli del cinema di Dario Argento è proprio l'eleganza stilistica, a cominciare dalle carrellate fluide della scena inziale e quella cura dei dettagli al limite del perfezionismo - il dettaglio della porta automatica che si chiude dietro Susy - come se volesse rimarcare il fatto di uscire da un luogo 'protetto' per entrare in un altro 'pericoloso'.
Per la sua favola horror le atmosfere espressioniste e disneyane della sua Biancaneve di riferimento si sposano alla grande con la musica dei Goblin. L'ambientazione gotica dell'accademia di danza così affascinante e inquietante allo stesso tempo.
E inquietano le atmosfere, che riescono a sovrastare le piccole pecche del sangue (finto) che sgorga, con una colonna sonora e una fotografia da urlo che sopperisce alla mancanza (all'epoca) del digitale e degli effetti speciali. Così come basta del filo spinato per far precipitare la vittima in una danza mortale, o al sonoro potente dei fulmini e del temporale.
Argento mescola tutti questi ingredienti e centra il bersaglio, inaugurando la trilogia delle madri con un film che a distanza di 40 anni è invecchiato come un ottimo vino d'annata e fa ancora venire i suoi brividi.

Voto: 9

Hanno partecipato alla notte horror: 

10 luglio 2018, ore 21: Il Bollalmanacco di cinema (Re-Animator)
10 luglio 2018, ore 23: La Bara Volante (La notte dei demoni)
17 luglio 2018, ore 21: Combinazione Casuale (La Chiesa)
17 luglio 2018, ore 23: Solaris (Darkman)
24 luglio 2018, ore 21: La stanza di Gordie (Horror in Bowery Street)
24 luglio 2018, ore 23: The Obsidian Mirror (The Fog)
31 luglio 2018, ore 21: Non c'è paragone (Chi è sepolto in quella casa)
31 luglio 2018, ore 23: White Russian (Scanners)
07 agosto 2018, ore 21: In Central Perk (The Blair Witch Project)
07 agosto 2018, ore 23: La fabbrica dei sogni (L'incendiaria)
14 agosto 2018, ore 21: Stories (The Final Destination)
14 agosto 2018, ore 23: Delicatamente Perfido (The Mist)
21 agosto 2018, ore 21: Pietro Saba World (La mosca)
21 agosto 2018, ore 23: La collezionista di biglietti (The Devil's Candy)
28 agosto 2018, ore 21: Redrumia (Splatters)


lunedì 13 agosto 2018

RECENSIONE: Hitchcock


L'insostenibile leggerezza di una recensione retrò


Titolo: Hitchcock
Id. USA, 2013
Cast: Anthony Hopkins, Helen Mirren, Scarlett Johansson, Jessica Biel.
Sceneggiatura: John J. McLaughlin.
Regia: Sacha Gervasi.
Durata: 108'

Hollywood ha creato un mondo a parte. I suoi studios cinematografici hanno realizzato meravigliosi film, e soprattutto hanno costruite veri e propri miti, da Jean Harlow ad Audrey Hepburn. La loro vita sui rotocalchi e le riviste specializzate in gossip è meravigliosa, ma lo è altrettanto nella vita privata? 
Per scoprirlo ci sono le biografie e soprattutto i biopic movie. Spesso però i film autobiografici tendono a distruggere la patina di allure e glamour di un attore. Oppure ci pensano gli attori stessi abusando di social network e venendo ossessionati dai paparazzi.
Chi mai vorrebbe scoprire per esempio che Peter Sellers era un grande attore e commediante, ma una carogna nella vita privata? Troppo tardi, Tu chiamami Peter ha già fatto danni. E se invece andassimo a toccare il  maestro del brivido, Sir Alfred Hitchcock? Di lui dicevano che era ossessionato da Grace Kelly e che desiderava essere bello come Cary Grant.
Per fortuna questa parte un po' melodrammatica da feuilleton viene risparmiata in Hitchcock, che più che un biopic sul grande regista inglese, è un 'come Alfred Hitchcock riuscì a dirigere Psycho'.
Nel 1959 Hitch diresse lo splendido Intrigo internazionale, un buon successo di pubblico e critica, ma i reporter insinuano che forse i fasti della gioventù siano lontani e forse è ora del buen retiro.
Hitchcock all'epoca aveva 60 anni, ma non aveva assolutamente voglia di andare in pensione, anzi,aveva in mente un nuovo progetto e per portarlo a termine arriva a ipotecare la casa, rifiutando un facile successo come Casino Royale. A Ian Fleming Hitch infatti gli preferisce Robert Bloch, autore di Psycho, ispirato a un omicidio nel Wisconsin compiuto da Ed Gein negli anni Cinquanta, tanto da arrivare a scontrarsi lo studios che vedeva un soggetto troppo crudo per l'epoca.
L'aspetto interessante di questo biopic movie è che  la figura di Alfred Hitchcock e di sua moglie Alma Reville ruota intorno a Psycho, che potrebbe sembrare un film su "come Psycho ha avuto effetti sulla relazione di Alfred Hitchcock con la moglie Alma Reville'.
Il making of del film infatti sembra più un pretesto per vedere come Hitch si comporta con la moglie Alma, donna dal forte carisma e braccio destro del regista inglese, e il rapporto con le sue attrici. 
Di solito si dice che dietro a un grande uomo si nasconde una grande donna: nel caso di Alma Reville è vero. Gervasi si sofferma poco sulla loro crisi artistica/matrimoniale e fortunatamente e soprattutto sul rapporto che Hitch aveva con il cibo, focalizzandosi più sugli sforzi che fanno entrambi per portare avanti un progetto che gli studios non volevano realizzare.
Curiosamente il film è dedicato alla figura del regista, ma le caratterizzazioni più interessanti sono Alma e le 'donne di Hitch', ovvero Janet Leigh (Scarlett Johansson) e Vera Miles (Jessica Biel). Che Hitchcock abbia amato le belle donne - le bionde soprattutto - lo si è sempre intuito nei suoi film. Grace Kelly, Kim Novak, Ingrid Bergman, Joan Fontaine, Eva Marie Saint: nei suoi capolavori le donne sono 'torturate', ma ne sono sempre uscite con una bellezza strabiliante ed esaltata.
Dunque, Hitch e le donne: Alma rappresenta la 'stampella' di Hitchcock, il suo braccio destro e senza di lei, la famosa scena della doccia in Psycho non sarebbe mai accaduta. E senza di lei probabilmente non sarebbe mai esistito Alfred Hitchcock regista. E' Alma a suggerire di mettere il famoso theme di Bernard Hermann nella scena della doccia. Così come fu lei a prendere in mano la situazione, prendendo il controllo sul montaggio (lavoro che fece per quasi tutti i film del marito). 
Janet Leigh è la 'bombshell', inizialmente il frutto proibito che Hitch vorrebbe cogliere (che mai osò cogliere) facendo scatenare la gelosia di Alma, ma poi da lei apprezzata per la prova di grande professionalità, risultando la scelta vincente per la riuscita del film.
Vera Miles invece era il rimpianto di Hitchcock: doveva essere una star, ma lei gli preferì la famiglia. Hitchcock lo vede come un tradimento, come se la sua musa si fosse ribellata al destino costruitogli ad arte e dalle parole di Vera Miles si deduce il comportamento possessivo che il regista aveva con le sue attrici.
A parte un piccolo errore - il manichino di mamma Bates fu fatto trovare nel camerino di Vera Miles e non di Janet Leigh, per avere delle splendide urla nel film - Hitchcock è un buon biopic, anche se curiosamente ha una forza molto femminile, dove la parte migliore del film è proprio su Alma che sul regista londinese. Anche perché senza di lei, forse Hitchcock come regista non sarebbe mai diventato il maestro del brivido, lasciando a Hitchcock nevrosi e una licenza poetica con un Ed Gaines/Norman Batesche lo perseguita durante le riprese. 
Peccato che Gervasi non si sia concentrato su come il personaggio di Norman Bates abbia influito su Anthony Perkins (e non abbia scelto Oz Perkins per interpretare il padre, dato la forte somiglianza), sarebbe stato ancora più affascinante, e che risulti a tratti un po' freddo (d'altronde, Hitch era pur sempre British).
Comunque Hitchcock è un buon biopic con le strepitose performanc di Helen Mirren e Anthony Hopkins, e ha il pregio di non rovinare l'immenso valore di un regista che ha fatto un pezzo di storia del cinema.

Voto: 7+

sabato 28 luglio 2018

RIFLESSIONI: Katrhyn Bigelow gira come un uomo?




In genere evito di commentare sui social network perché è una gran rottura di coglioni. Solo che a volte le dita 'prudono' così tanto, che qualche commento scappa pure a me. E anche se non cerco rogne e argomento nella maniera più civile possibile, niente, finisce in una gran rottura di coglioni. 
Oh, non imparo mai. Così come non imparo a non scrivere di polemiche  perché nel caso venissi cagata con questo post (tranquilla, fortunatamente non ti caga nessuno, motivo in più perché scrivo poco su questo blog), la polemica scatterebbe lo stesso.
Mah, sarà la coda di paglia, sarà che mi girano le palle che ecco, le dita prudono di bestia ed ecco a fare un post fiume all'acidume  e alla sindrome premestruale. Perché chi scrive è pur sempre una donna! 
Ora, il seme della discordia e la coda di paglia da lisciare riguarda una gran regista cazzuta di nome Kathryn Bigelow. Tempo fa scrissi, testuali parole, che Kathrin Bigelow dirige come un uomo. Volevo già scrivere un post al riguardo l'anno scorso, soprattutto quando avevo letto cose del tipo 'chi dice una cosa del genere non capisce un cazzo del suo cinema'.Ma poi finiva in rissa 2.0 e ho lasciato perdere, tanto la gente vuole avere sempre ragione e anche io. E io dopo un po' mi annoio e mando tutti affanculo, social network compresi.
Ma dopo che leggo ancora frasi che suonano tipo 'c'è chi dice che la Bigelow dirige come un uomo... Trattiamola per quello che è che - è brava - che l'arte è universale etc. etc'. Ecco che spunta di nuovo la coda di paglia da lasciare.
Ora, non so quante code di paglia da lisciare ci siano in giro nella blogosfera, ma niente, la coduzza la devo piallare pure io e anche tanto. E io mi sento tirata in ballo, perché se non è rivolto solo a me, beh, nella blogosfera siamo in molti a non capire una mazza di cinema!!! E anche il magazine francese M la definisce 'donna d'azione'. Ma allora è proprio un vizio eh!
E se su Detroit non scrissi niente, perché ovviamente non ci avevo capito un cazzo a prescindere della sua cinematografia in genereale, questa volta le ditina non ce la fanno e con questo post spero di riuscire a spiegare il mio punto di vista. E se proprio non vi piace, oh, stica.
Dunque, al di là del non capire un cazzo di cinema, io sono capa tosta e  mi ostino a vedere i film. 
E di film della sciura Bigelow ne ho visti, non proprio tutti, ma conosco abbastanza la sua filmografia per farmi un'idea di quanto sia cazzuta questa donna. E ordunque, dove sta il rodimento di culo?
Il rodimento sta che, secondo me lei anche se è donna, gira come un uomo.
Oh madonaaaa, mi hai tirato fuori il GENDER!1!1! 
Ma partiamo con una postilla, nella speranza che non diventi una supposta. 
Non sono una Matusa, ma comunque ai 'miei tempi' si diceva che quando una donna aveva una bella tempra, era intraprendente ed era tosta, si diceva veniva definita una con le 'palle quadrate'. Ora, sarà che forse provengo da una famiglia matriarcale dove le donne lavorano tutte, mandano avanti la baracca e tirano su i figli in tempi sospetti quando la parità di genere non esisteva, l'ho sempre visto come un complimento. E non come una offesa al genere femminile che deve comportarsi come un uomo per sopravvivere in un a 'man's world', ma perché era sinonimo di grande forza interiore, una che non te le viene a dire, una che sa superare le avversità e risolve i problemi da sola senza piangersi addosso. E soprattutto non si fa mettere i piedi in testa da nessuno.
Il GENDER!1!1! all'epoca non c'entrava una beata minchia, era un modo di dire per intendere che puoi amare i romanzi di Sophie Kinsella e guardare 58 minuti per morire,fare un po' quel che si pare. Perché è vero, siamo in una cazzo di società dove i romanzi d'amore sono solo per donne. E infatti negli anni Novanta, facevano i Chick Flicks, i film per le pollastrelle, sì, li chiamavano proprio così. 
Fine della postilla suppostone.
Ora ritorniamo a madame Bigelow. Proprio nell'era dei 'chick fliks' lei non ci stava e ha dimostrato subito di che pasta era fatta. Per me la Bigelow poteva fare 50 sfumature di rosso e subito dopo Detroit e sarebbe stata figa lo stesso. Anzi, magari il primo avrebbe avuto un risultato migliore, dato che quel film è stato fatto a cazzo di cane.
Nel corso della sua filmografia, la Bigelow ha prediletto generi forti, da 'macho', come Point Break, dove lei tiene a bada tutto quel testosterone e si diverte come una pazza facendoci salire l'adrenalina a mille con i suoi guizzi di macchina spettacolari. Roba da far sembrare il suo ex marito James Cameron una mammoletta. E infatti nel 1997 fece il Titanic.
Dunque, nel curriculum di Mrs Bigelow troviamo: film horror (Il buio di avvicina), trhiller (Point Break, Blue Steele), di guerra (The Hurt Locker)  di denuncia sociale (Detroit). Ha fatto anche un bel dramma tinto di noir, Il mistero dell'acqua, dove dimostra anche di essere elegante. Insomma, può fare quello che le pare.
Thriller, horror, guerra (senza storie di amore in ballo): beh, sono genere prettamente maschili, non ce n'è. Perché mamma Hollywood ci tiene ai cliché e in genere ai cine pisellini gli fanno fare i film di guerra, e alle cine farfalline, seppur con qualche difficoltà le fanno fare i film romanticosi. Che poi facciano fare film romanticosi anche ai cine pisellini, quello è un altro discorso. Loro possono tutto, perché il GENDER!1!1! a Hollywood, vince sempre!!!
La Bigelow ha studiato arte prima di aver intrapreso la carriera cinematografica e ha saputo plasmare vari generi, assaggiando la cultura post punk inglese dei Joy Division dirigento uno dei loro pochissimi video, per esordire con il cinema horror.
E negli anni Ottanta non c'erano molte registe donna a fare film slashers. La tipa è tosta, come lo dimostrano Blue Steel con Jamie Lee Curtis, come lo dimostra il chiber punk di Strange Day - dove il personaggio più fragile era proprio quel Lenny Nero che spacciava lo Squid mentre piangeva per la sua ex che era proprio una grandissima stronza (bella solidarietà femminile, eh?).
Dal punto di vista meramente tecnico ed estetico, si tratta di rivalsa femminile? Femminista? Ma va, lei è una grintosa, è una che ai miei tempi si sarebbe presa l'epiteto di donna dalle palle quadrate senza battere ciglio. 
Ma dunque, basta farsi i pipponi, ma allora in che senso gira come un uomo?
Il girare come un uomo è nel concetto di stile che La Bigelow ha assimilato nel corso degli anni,  forgiato da scelte tematiche che le 'impongono' questo genere di estetica che lei comunque ama, e che, purtroppo, risulta inusuale in quanto è un genere dominato dagli uomini. 
Perché lei prende di petto il background machista del genere e lo fa suo, in barba al GENDER!1!1!  a Hollywood è sempre in agguato. 
E lei con il suo retaggio artistico, ha assimilato perfettamente l'estetica del genere e ha capito le regole del gioco se vuole fare questi film: la violenza, al limite del compiaciuto, quasi pornografico, lo stile concitato, la tensione, la politica è tipico della cinematografica maschile. E lei da grande figa qual è, se lo prende e ha tutto il diritto di farlo, perché se il suo ex marito mi fa quella palla al cazzo di Titanic, che, tecnicamente è ineccepibile, ma dal punto di vista narrativo è una piaga, perché lei non può girare film fatti, prodotti e diretti solitamente da uomini? 
E lei in questi genere trova il suo habitat naturale, dove può scatenare una potenza visiva enorme, uno stile concitato (basti pensare alla scena dell'inseguimento in apertura di Strange Days, dove la macchina da presa corre in maniera forsennata filmando in soggettiva). Una forza visiva sovraumana. Forza come la usava mia nonna, così  piccola, esile che era in grado di zappare la terra come un uomo. Perché il lavoro faticoso lo sapeva fare anche una donna minuta, così come un action movie lo sa fare anche lei, alla faccia del suo ex marito. 
Il cinema 'muscolare' è nelle sue corde e non c'è niente di femminile in quello che trasmette. E' un dato di fatto. Lei fa action come Scorsese sa essere formale e 'nobile' con L'età dell'innocenza. Lei fa film di guerra come Eastwood sa essere romantico con I ponti di Madison County. Ma se nella società e nel mondo del cinema è normale che i registi uomini escano dal loro seminato, purtroppo non lo è se una regista anche se cazzuta come la Bigelow.
E quel girare come un uomo, non mi stancherò mai di dirlo, è riferito alla sua tecnica, non al suo essere donna. E lei ha aperto un mondo a registe che si possono permettere di fare horror, rape and revenge movies e film noir. 
E non è un caso che sia stata la prima donna a vincere un Oscar come la migliore regista con un film di guerra (GOMBLOTTO!1!1!), perché si sa che Hollywood, prima del #metoo le donne venivano considerate poco dai membri dell'Academy. 
Che poi, siamo sinceri, voi che capite tutto, se vedeste un suo film per la prima volta, solo con il titolo, ma senza il suo nome, dareste la regia a un uomo, o a una donna? Dite la verità!
Ora, se avete letto fino a qui, vorrei farvi sapere che il linguaggio che ho utilizzato è stato volutamente scurrile. Perché tanto di questi tempi sospetti dove il GENDER!1!1! è in grossa crisi, posso pure scrivere come una buzzurra. Tanto, la scurrilità è universale, no? O dovrei, invece scrivere 'per dindirindina' mentre scrivo con una mano, mentre sorseggio una tazza di tea con il ditino alzato con l'altra? 
Spero di non dover più leggere in giro 'c'è gente che dice che la Bigelow giri come un uomo'. O dovrò lisciare la mia coda di paglia ad oltranza e non ne ho proprio voglia. 
Hasta la vista, baby!
E niente bacini, che quelli li lasciamo agli stronzi.


martedì 17 luglio 2018

CULT MOVIE: Persona

Il 14 luglio di 100 anni fa nasceva Ingmar Bergman e Mari di Redrumia ha voluto omaggiare il regista svedese con il gruppetto di bloggers. Director's cult per ragioni tecniche non ha potuto partecipare, ma ha deciso lo stesso di fare gli auguri in ritardo con la recensione di Persona.







Titolo: Persona
Id., Svezia, 1966
Cast: Bibi Andersson, Liv Ullman
Sceneggiatura: Ingmar Bergman
Regia: Ingmar Bergman
Durata: 85'


Una rivista inglese chiamata Stylist una volta definì Paul Verhoeven un regista femminista per aver rappresentato un personaggio femminile così forte in Elle e per aver trattato una tematica spinosa come lo stupro senza i pregiudizi maschili(sti) del caso. 
Cosa c'entra il regista olandese con Ingmar Bergman, nazionalità svedese e differente retaggio culturale e sociale? In un certo senso c'entra, perché anche il regista de Il settimo sigillo si puà definire femminista e con 50 anni di anticipo.
Persona infatti è - dal punto il mio punto vista femminile - un film femminista che rompe i tabù sessuali - a cominciare da immagini 'subliminali' di un pene in erezione mischiate a simbolismi religiosi da far impallidire le immagini messe 'a nascondino' da David Fincher in Fight Club.
Prima ancora del 1968 al motto americano de 'l'utero è mio e me lo gestisco io' e quasi 10 anni dopo delle femministe italiane al grido di 'tremate, tremate, le streghe son tornate!', le donne svedesi avevano (probabilmente) già a che fare con le beghe della sessualità in termini di pura esplorazione /sperimentazione e del concetto spinoso di maternità non voluta. Donne diverse accomunate dalla stessa difficoltà di svincolarsi dal ruolo predisposto di moglie e madre, due facce, una sola persona. 
Due volti, quello di Elisabeth (Liv Ullman), attrice teatrale che nel bel mezzo de L'elettra decide di smettere di parlare e il volto di Alma (Bibi Andersen), la giovane infermiera incaricata di prendersi cura di lei durante la degenza. Due donne, una sola persona, con un fardello da portare sulle spalle pesante come un macigno. 
Elisabeth non soffre di afasia, ma non ne vuole sapere di riprendere a parlare. E durante il soggiorno terapeutico al mare, Alma finisce parlare per due, un fiume in piena per sopperire alla mancanza di risposte e al mutismo assoluto dell'attrice.
Durante la permanenza alla casa al mare, Alma finisce per essere oggetto di studio di Elisabeth, carpendo i segreti di una giovane donna che involontariamente o forse no, ha trovato una persona con cui togliersi un peso che le schiaccia l'anima o solo poter raccontare una vicenda personale che viene considerata tabù dalla società dell'epoca. La giovane Alma finisce inconsapelvolmente per essere psicanalizzata da Elisabeth, che silenziosamente la ascolta come farebbe uno psicologo. E Alma si confida e racconta di quando era desiderosa di esplorare il sesso, finendo in un'orgia e rimanendo incinta per poi abortire. 
Alma rifiuta la maternità, ma il senso di colpa la pervade e la fa piangere, quasi vergonare per la sua promiscuità sessuale, ma almeno è stata coerente con la sua scelta.
Scelta che invece non ha osato fare Elisabeth, che ha avuto un figlio ma che trascura e rinnega, proprio perché non accetta il suo status di madre.
Sesso e maternità negata, due delle peggiori onte che la religione possa tollerare, che dovrebbero essere punite con le mani inchiodate e lo sgozzamento di un agnello (tipico simbolo del sacrificio) - come mostrato cripticamente dal regista nell'intro del film.
Ora, Persona non è un manifesto pro aborto, ma è un modo per esplorare il conflitto dell'essere donna in una società - non solo svedese - che stava cambiando verso una maggiore consapevolezza del ruolo femmininile che non è fatto solo di maternità. E Bergman nonostante utilizzi il suo retaggio religisoso, mostra queste due donne accomunate dall'angoscia di non essere all'altezza del ruolo di madre, facendo rinnegare la maternità ad Alma - ancorata comunque al rimorso - e al senso di inadeguatezza di Elisabeth che preferisce annullarsi quasi per non esistere più per quel ragazzino che rifiuta di voler crescere. I tempi cambiano in un terremoto sociale e storico dove in Vietnam i monaci buddhisti si danno fuoco in segno di protesta, in una società dove l'alienazione cominciava già a prendere piede e dove comunicare il senso di disagio era già difficile. I tempi cambiano e le donne vogliono essere padrone del proprio corpo e del proprio destino.
E se non puoi comunicare il tuo disagio, allora l'unica alternativa è il silenzio. Forse però l'unico modo per rompere questo silenzio è andare in un luogo sperduto e al sicuro, dove potersi scambiare i ruoli per potersi liberare da pesanti fardelli e poter ricominciare a vivere in qualche modo. Un modo per ricominciare a vivere anche per il regista svedese, che scelse il cinema per potersi liberare dalle angosce del suo retaggio culturale e religioso e per sfuggire dalla depressione che lo aveva attanagliato anni prima nonostante il successo. 
Ingmar Bergman fu un'anima tormentata e illuminata allo stesso tempo. E secondo me, anche femminista.


sabato 30 giugno 2018

FILMOGRAFIA: Vera Farmiga







NOME: Vera Farmiga
DATA DI NASCITA: 06/08/1973
LUOGO DI NASCITA: Passaic County, New Jersey, Stati Uniti
PROFESSIONE: Attrice










ATTRICE:

(2018) L'uomo sul treno - Joanna
(2016) Burn your Maps - Alise
(2016) The Conjuring - Il caso Enfield - Lorraine Warren
(2016) Special Correspondents - Eleanor
(2014) The Judge - Samantha
(2013) L'Evocazione - The Conjuring - Lorraine Warren
(2012) Safe House - Nessuno è al sicuro - Matt Weston
(2011) W.E. - Wallis Simpson
(2011) Source Code - Carol Goodwin
(2010) Henry's Crime - Julie
(2009) Tra le nuvole - Alex Goran
(2009) Orphan - Kate Coleman
(2009) The Vintner's Luck - Aurora de Valday
(2008) Una sola verità - Nothing but the Truth - Erica Van Doren
(2008) Il bambino con il pigiama a righe - Elsa - Madre
(2008) Quid Pro Quo - Fiona
(2008) In Tranzit - Natalia
(2007) Never Forever - Sophie Lee
(2007) Joshua - Abby Cairn
(2006) The departed - Il bene e il male - Madolyn
(2006) Complicità e sospetti - Oana
(2006) Running - Teresa Gazelle
(2005) Neverwas - Eleanna
(2005) The Hard Easy - Dott. Charlie Brooks
(2004) The Manchurian Candidate - Jocelyne Jordan
(2004) Touching Evil (Serie Tv) - Detective Susan Branca
(2004) Mind the Gap - Allison Lee
(2004) Touching Evil (Film Tv) - Detective Susan Branca
(2004) Angeli d'acciaio (Film Tv) - Ruza Wenclawska
(2004) Down to the Bone - Irene
(2001-2002) UC: Undercover (Serie Tv) - Alex Cross
(2002) Dummy - Lorena
(2002) Love in the Time of Money - Greta
(2001) La vera storia di Biancaneve (Film Tv) - Josephine
(2001) Dust - Amy
(2001) 15 minuti - Follia omicida a New York - Daphne Handlova
(2000) Autumn in New York - Lisa Tyler
(2000) The Opportunists - Miriam Kelly
(1997-2000) Roar (Serie Tv) - Caitlin
(1998) Trinity (Episodio Tv: In Loco Parentis) -
(1998) Il tempo di decidere - Kerrie
(1998) The Butterfly Dance - Diane
(1998) Law & Order - I due volti della giustizia (Episodio Tv: Expert) - Lindsay Carson
(1997) La piccola Rose (Film Tv) - Emily Elliot