lunedì 22 aprile 2019

CHE BRUTTO AFFARE: Spy

Director's cult è in vena di festeggiamenti e non solo ha avuto il fegato di vedere quella porcata di Sliver, ma fa doppietta con Spy, diretto e interpretato dalla coppia a delinquere Renny Harlin + Geena Davis (ve lo scrivo alla Lurhmann, tiè), entrati nella storia del cinema per aver fatto fallire la Carolco.
Harlin con questo film non bada a spese e vediamo se è entrato nel circolo esclusivo dei film sublimi della Director's!


                                                                 Na' brutta fazenda!

Avvertenze: nonostante i millemila spiegoni sparsi per tutto il film, questa recensione contiene degli spoiler ai fini dell'analisi (fatta volutamente a cazzo di cane) del film






Titolo: Spy
Titolo originale: The Long Kiss Goodnight
Cast: Geena Davis, Samuel L. Jackson, Craig Bierko
Sceneggiatura: Shane Black (rimaneggiata da cani e porci)
Regia: Renny Harlin
Durata: 12'


E' Natale, e ogni personalità doppia vale. Come quella di Samantha (Geena Davis) insegnante con compagno insignificante e con prole che vive una vita placida e tranquilla manco fosse in Svizzera plan plan plan.
Galeotta fu l'alce che sbucò all'improvviso facendola schiantare sulla strada gelata. Lei si schianta male, ma ha solo un sussulto, scende dall'auto e fa lo spiezzatino alla Lundgren di Rocky 4 con il collo della povera alce. E poi placidamente va' in ospedale perché tanto bene non sta.
E da quella sera tutto cambiò. Un sogno rivelatore accompagnato dallo spiegone ci dice che la sciura tanto tranquilla plan plan plan non era. Infatti 8 anni prima era una spia spaccaculi rimasta senza memoria dopo che hanno tentato di fare il culo a lei. Ma lei non ricorda nulla. Ma se spezzi il collo a un'alce un paio di domande te le dovresti fare. Invece non se le fa, e il giorno dopo prepara la cena e comincia a tagliare le verdure da fare impallidire Gordon Ramsey. E lui di solito s'incazza moltissimo. E invece no, muto sta. Lei  ormai è pronta a prendere il posto del Roberto baffo per vendere i coltelli in TV, ma non fa in tempo ad esultare che un brutto ceffo irrompe a casa sua e lei comincia a lottare lanciando la figlia fuori dalla finestra per salvarla, mentre il compagno fa un tuffo carpiato da medaglia d'oro alle Olimpiadi delle persone inutili. 
Dunque ha fatto fuori un'alce, ha fatto fuori un killer come l'alce. Ha lanciato la figlia dalla finestra. Ha fatto gli incubi e ci ha dato lo spiegone e niente, il giorno dopo tutto come prima. 
Uccidi un alce, uccidi uno stronzo che ti vuole fare la pelle, ti lavi la faccia, un po' di rossetto e via, pronti ad affrontare la vita con un sorriso anche oggi!
Come nulla fosse, va a pattinare con la figlia, ma lei è una mezza sega e piange. Sammy core di mamma le dice con voce da trannie che la vita è dolore, e deve farsene una ragione. E niente, ancora non ci arriva che era un'altra persona un secolo fa. Ci ha provato lo spiegone, ma non basta, così ci pensa ad aiutarla Mitch (Samuel L. Jackson) uno dei tanti detective che aveva assoldato perché non si ricorda una sega del suo passato.
Decide di scappare con lui per scoprire la verità, e neanche dopo l'ennesima sparatoria e spiegone, niente, lei continua a urlare come una scimmia mentre spacca i culi a destra a manca con fiumi di pummarola in goppa per la scia di cadaveri che lascia in giro. E niente, ancora non ricorda nulla.
Dopo essere stata in contatto con il dr. Nathan Waldman (Brian Cox), e dopo essere scappati da un assalto di agenti in piena sommossa, forse comincia a rimembrare ancora e dopo aver assemblato un mitra in un nano secondo, due domande comincia a farsele. Ma anche no. 
Allora scappa pure da Waltman e ritrova il vecchio ammore (David Morse), che è un po' figlio di puttana e la tortura un po'. Mo' comincia a ricordare meglio.
MINKIA AHO' SEI UNA SPIAAAA!!! SEI GNUCCA ECCHECCAZZO!!!
Finalmente si da' una svegliata ed ecco che Samantha in realtà è Charlie, ovvero la spia della CIA che spaccava i culi pure a tua zia. Incariacata di mandare al creatore il suo ex ammore, quasi ci rimette le penne lei e perde lamemoria. Spaccato il culo pure al suo ex, finalmente si ricorda tutto dopo tremila sparatorie, fiumi sangue e trecento spiegoni al seguito.
In hotel si taglia i capelli, si fa bionda, si trucca gli occhi come un panda, si pitta le unghie et voilà, Charlie is back BITCHES!!! 
E ci voleva una seduta dal parrucchiere fai da te per rimembrare tùs co's, mica la scia di cadaveri e sparotorie. Piustost che nient, L'è mei piutost.
Ora che si è tolta dal cazzo Samantha e i suoi vestiti da vecchia abelarda che le facevano un culo grosso come una provincia (cit.) è pronta a finire la sua missione e uccidere Timothy (Craig Bierko), che le rapisce la figlia senza che l'uomo inutile di lei se ne accorga. 
E dopo un momento alla biùtiful, fanculo il romanticismo che ora Timothy deve morire male. 
L'apocalisse, piano sventato, cattivo mandato al creatore e fanculo pure la CIA che le caprette mi fanno ciao e sono più carine nella landa sperduta dove è stato ritrovato l'essere inutile del suo compagno. E vissero tutti felici e contenti. O quasi.
The Long Kiss Goodnight, ribattezzato con il titolo super spiegone di Spy è uno di quei film che se l'avesse fatto Nicolas Cage al posto di Geena Davis, sarebbe diventato un capolavoro di oscenità a dir poco sublime.
E invece Nicola Gabbia non c'è, ma al suo posto c'è Geena Davis che è andata al letto col regista per ottenere la parte. Anche perché all'epoca era la mugliera di Renny Harlin, il Finlandese che amava  far esplodere le cose e spaccare i culi con i film di azione.
E benedetto da una produzione che non risparmia in effettacci, sceneggiatura pagata milioni di dollari (Shane Black, mica mezze calzette) e rimaneggiata alla grande per dare spazio a mille spiegoni a meno della metà del film; il film è un tripudio di esplosioni e morti ammazzati che si librano felici nell'aria. Tutto sto' casino si amalgama alla perfezione, pure con gli elementi melò della nostra eroina, che riesce a fare la voce da travone per far capire allo spettatore che in realtà non è lei ma è un'altra.  Solo che lei non lo sa, ma noi lo sappiamo. E gli spiegoni?
Come si fa a non amare un film così? Roba da farti venire le convulsioni dal ridere nel suo frullato di grottesco, momenti scult (tra cui il cane di Walton che si lecca il culo per mezz'ora) e scene d'azione che sono una vera e propria dichiarazione d'amore per il genere. Il tutto sapientemente impacchettato con tanto cattivo gusto. Impossibile non volergli bene.
Harlin infatti confeziona con sapiente maestria un minestrone di trash e azione, concentrandosi soprattutto su questi ultimi (e anche prendendosi sul serio), memore del suo record di esplosioni e morti ammazzati in 58 minuti per morire.
Harlin infatti non bada a spese e sciorina momenti WTF sublimi per far svegliare sta' spia più rincoglionita che senza memoria, per poi farci deliziare con una trippa fatta di scazzottate, sparatorie e bombe per tenersi il meglio con l'esplosione finale, roba che John Mc Lane ed Elisa Isoardi (per la scena sublimantente trashosa delle carote tagliate) le spicciano casa. Geena Davis riesce a reggere baracca e burattini anche se la voce trans non le viene un granché bene, e Samuel L. Jackson invece è il solito figo solo per come canticchia le canzoni. 
The Long Kiss Goodnight è uno spassoso spy movie che è impossibile da non amare per il suo DNA da monnezza movie inside. 
Renny, ritorna, le colline sono in fiore! Bisogna farle esplodere! Date a quest'uomo 100 milioni di dollari, una casa di produzione da far fallire e una cazzo di macchina da presa, quest'uomo deve fare il culo a tutti!!!!

Voto: 7

Hanno partecipat





venerdì 19 aprile 2019

CHE BRUTTO AFFARE - Sliver

Buon compleanno a me e alla Bolla del Bollalmanacco! Per celebrare alla grande il nostro compleanno, abbiamo deciso di far parte della maratona Che brutto affare, inaugurata ieri da Cassidy e la sua bara volante con Corsari. Che brutto affare day celebra un decennio, quello degli anni Novanta che non aveva remore nello sprecare i soldoni per fare film che il più delle volte erano obrobriosi oppure ottimi film dalla produzione travagliata. Era un decennio in cui oltre al vasto spreco di denaro, si sprecava il più delle volte un esercito di creativi competenti tra registi, sceneggiatori, scenografi e compagnia bella che erano più o meno vittime dei deliri di onnipotenza dei produttori. 
Non fa eccezione Sliver, che spreca un cast di lusso del calibro di Nina Foch, Martin Landau e Sharon Stone per un film pasticciato (con tanto di finale 'volante' cambiato di corsa durante le riprese) che è stato maneggiato dai produttori per confezionare un film con sesso sfrenato e figaccioni di turno dall'essere l'antesignano delle ormai vituperate 50 sfumature di grigio.


Brutta fazenda veramente!




Titolo: Sliver
id., USA 1993
Cast: Sharon Stone, William Baldwin, Tom Berenger
Sceneggiatura: Joe Esztrerhas
Regia: Philip Noyce
Durata: 106'


La bionda Naomi si appresta ad entrare nel suo appartamento. Persa nei suoi pensieri, si lascia cullare dalla brezza dell'aria fresca notturna. Improvvisamente la porta si apre, lei lo saluta, e sul suo viso stupefatto, non fa in tempo a dipingere lo stupore che il misterioso uomo la prende tra le braccia e la fa volteggiare dal 20esimo piano. Il suo corpo infuso di grida e orrore, si infrange nella vetrata come una bambola di porcellana.
Dopo il nefasto avvenimento, la bionda Carly (Sharon Stone) affitta il suo appartamento. Carly è bionda come Naomi, forte come una leonessa nel mondo spietato della editoria newyorkese, ma fragile e insicura nel privato. 
Galeotto fu lo sguardo con un giovane e aitante vicino, Zeke (William Baldwin). I suoi occhi azzurri come due lapislazzuli incrociarono gli altrettanto limpidi dei suoi. Ed è amore a prima vista. Ma lei è ancora ingabbiata nel passato di un matrimonio fallito e preferisce limonare da sola e con fierezza.
L'ambiente stiloso dello Sliver affascina Carla e lo stile modaiolo di Carla affascina i suoi vicini, come il professore (Keene Curtis) e la modella Vida (Polly Walker). Entrambi sono irretiti da Carly e dalla sua somiglianza con Naomi, colei che non fece in tempo a stupirsi perché cadde volteggiando dal grattacielo come una ballerina (ubriaca) del Bolshoi. 
Carly però ignora di essere spiata da uno schermo insieme ai suoi coinquilini ignari. Quello che Carly non sa è che  lo Sliver, il grattacielo più esclusivo di Manhattan è il regno dove il grande fratello ti osserva. Dove Zeke ti guarda. 
E mentre Carly viene spiata nei suoi momenti più intimi e nascosti, il professore e la modella Vida periscono sotto la scure del minaccioso assassino. Carly è in pericolo, ma ancora più pericolosa è la rete di passione che Zeke tesse per lei. Donna roccaforte dal clitoride ormai domo, Carly si dimostra ritrosa e intimorita, ma finisce ben presto tra le braccia del suo giovane e focoso amante. E se fosse finita in un incubo senza uscita?
Sliver è tratto da un romanzo di Ira Leving, lo scrittore di Rosemary's Baby. Mica burattini senza fichi. Peccato che nelle mani di Joe Estrerhas sia diventato un romanzetto rosa per casalinghe annoiate le cui trombe di falloppio non vengono suonate dai loro mariti da un bel po'. E quel che ne esce è un film pasticciato e uno dei primi tonfi dell'autore di Basic Instinct. 
Se a distanza di 26 anni risulti invecchiato male, rimane comunque interessante il concetto di voyerismo - soprattutto ora che la tecnologia e i social media hanno esasperato e violato l'aspetto della mancata privacy e lo stalking sia una triste realtà - l'errore di Joe Esztrerhas sta nel di ripetere i fasti di Basic Instinct, cercando di creare un pastone di thriller erotico dove l'elemento thriller (elemento portante del libro) è il meno riuscito, se non inutile. Anche perché il colpevole si sa tipo mezz'ora dopo, con tanto di scritta lampeggiante sulla fronte 'son ghe ie'. Esztrerhas però si rende conto di aver fatto una cazzata e allora cerca di buttarci un po' di fumo negli occhi e cerca di sviare mettendo un po' di ambiguità nel possibile serial killer. Peccato però che la regia svogliata di Philip Noyce  e le scarse doti attoriali di William Baldwin in combo con una Sharon Stone ancora più scazzata non aiuti. E così l'elemento sorpresa è più un momento WTF, perché toglie ogni motivo, o meglio movente di questa scia di sangue che si protrae tra una ciulata e l'altra. 
Sharon Stone cerca di cambiare rotta e dopo il personaggio fichissimo di Catherine Tramell, vuole interpretare la donna fragile, frigida e ferita che non vuole essere dominata, ma il suo personaggio è talmente monodimensionale che la rende poco interessante. E non basta essere fighi con nudità ben esposte per salvare baracca e burattini. E se il piatto forte dovrebbe essere l'intesa  dei due protagonisti in balia delle scene bollenti, sono proprio quelle sequenze da soap opera in versione po' zozza a creare un umorismo involontario, soprattutto con la 'super hot' in cui Carly e Zeke sono nel suo appartamento nella notte buia e tempestosa. Insomma, Esztrheras voleva fare un trhiller erotico, e n'è uscito con un pasticcio al limite del ridicolo. Poteva prendere la strada più semplice, sfrondare se non stravolgere il romanzo originale e limitarsi a raccontare la storia di un povero stronzo milionario che fa stalking sulla tipa di cui è innamorato. O meglio, ne è ossessionato. Cosa che ha fatto quella faina di E.L. James (autrice di 50 sfumature di grigio e affini), che probabilmente avrebbe scritto nelle sue sue 50 sfumature anni Novanta una paginetta così: 
ella arrivò nel di lui appartamento. Lampi e fulmini scaldavano l'atmosfera remdendola rovente. Ella si mise a guardare fuori dalla finestra. Frastornata dal desiderio e dall'atmosfera cupa  e febbricitante, lei vennne colta di sorpresa dal suo amante. Egli ignudo e splendido con il suo corpo scultoreo si avvicina furtivamente. Improvvisamente, lui la prende di soprassalto e glielo  tronca nel cul... Lei arrosì.

Voto: 5

Al brutto affare partecipano:





lunedì 4 marzo 2019

DIETRO LA MASCHERA: Pene d'amor perdute





E' carnevale! E ogni recensione vale! Il nostro amico blogger Marco de La stanza di Geordie ha voluto omaggiare la festa che sancisce la fine dell'inverno e prepara la strada per la primavera con una serie di film incentrati sul tema della maschera. Per questa occasione spolvero Pene d'amor perdute, che presenta una bella festa mascherata perfetta per questo day.







Titolo: Pene d'amor perdute
Titolo originale: Love's Labour Lost
Francia, Uk, 2000
Cast: Kenneth Branagh, Natascha McElhone, Alessandro Nivola, Adrian Lester, Matthew Lillard, Alicia Silverstone, Carmen Ejogo, Emily Mortimer
Sceneggiatura: Kenneth Branagh
Regia: Kenneth Branagh
Durata: 95'


William Shakespeare può essere contemporaneo. In generale tutte le opere che hanno qualche centinaio di anni sulle spalle possono essere attuali. La Divina commedia di Dante potrebbe benissimo essere scritta oggi, aggiornando di poco le pene e i gironi infernali (magari ridimensionando parecchio quelli del Purgatorio e soprattutto del Paradiso). Non fa eccezione il 'bardo' shakespeariano, che ha avuto una seconda giovinezza cinematografica a cavallo tra gli anni Novanta e l'inizio del Ventunesimo secolo con risultati più o meno lodevoli: dal Patrick Verona interpretato da Heath Ledger in 10 cose che odio di te (ovvero La bisbetica domata), a Leonardo DiCaprio e Claire Danes, ovvero i Romeo + Juliet di Baz Lurhmann, fino all'Amleto super moderno di Ethan Hawke dove fa il filmaker in Hamlet 2000. In tutta questa 'renaissance' anche Kenneth Branagh da il suo contributo. 
Fin dagli esordi con il suo Enrico V, Branagh era sempre stato rispettoso (e forse un po' timoroso) verso il Bardo, anche se ha voluto 'contaminarsi' con una trasposizione un po' più moderna del suo Hamlet ambientato nell'800 probabilmente per discostarsi da una eredità pesante come l'Amleto di Lawrence Olivier. 
Ma nel 1999 Branagh si lascia andare e osa spostare il suo amato Will negli anni Trenta con una commedia, Pene d'amor perdute.
Ed ecco che il re di Navarra (Alesssandro Nivola) in piena età art decò decide di dedicare 3 anni della sua vita allo studio insieme ai suoi fidi amici Longaville (Matthew Lillard) e Dumaine (Adrian Lester) che si buttano a capofitto nell'impresa senza pensarci due volte. Un po' di remore le ha invece Berowne (Branagh) che pensa che questo orat et labora sia un po' troppo rigido. Niente donne, un solo giorno libero a settimana e 3 ore di sonno per notte. Riluttante, Berowne accetta. Ma ecco che la principessa di Francia (Alicia Silverstone) arriva a corte insieme alle sue damigelle Rosalina (Natacha McElhone), Maria (Carmen Ejogo) e  Katherine (Emily Mortimer) per una questione economica lasciata in sospeso e scocca la scintilla. Il re di Navarra respinge inizialmente la principessa e la ospita in un cottage fuori dal castello. La principessa invece si diverte a prenderlo in giro per il suo giuramento e comincia un gioco di seduzione
E in un'epoca, quella del jazz, così sexy e romantica allo stesso tempo non si può solo pensare allo studio e così spuntano lettere d'amore da parte di Berowne e Rosalina e patimenti d'amore per Dumaine per Katherine e Longaville per Maria. 
Il quartetto di aspiranti studiosi si strugge sulle note di I've Got a Crush on You, The Way you Look Tonight, Cheeck to Cheeck e tanti altri classici senza tempo, tanto da far saltare il progetto di studio matto e disperatissimo tanto agognato quanto mai terminato.
E complice una festa in maschera, la principessa e le sue fidate ancelle esplodono in sensualità scambiandosi di ruolo e facendo impazzire d'amore il re e i suoi amici.
E l'amore è nell'aria anche per Costard (Timothy Spall) e Jacometta (Stefania Rocca) che si corteggiano. Sboccia l'amore, ma scoppia la Seconda guerra mondiale, mettendo a dura prova i loro sentimenti.
Pene d'amor perdute forse non sarà all'altezza del Romeo + Juliet di Baz Lurmhann, ma Branagh riesce a cogliere in pieno la leggerezza delle deliziose commedie shakesperiane fatte di sotto trame, piccoli intrighi ed equivoci, sapientemente mescolate con le musiche di Cole Porter, Irving Berling e di Gershwin. Ed ecco la ricetta vincente di Pene d'amor perdute: i sospiri amorosi di Berowne Rosalina si mescolano alla perfezione con il jazz gershwiniano, così come il jazz sa essere piccante come il wasabi con il sensualissimo ballo in maschera, dove la passione tra i nostri beniamini scoppia irrimediabilmente e senza remore. 
E William Shakespear diventa materiale perfetto per un film che richiama la Golden Age di Hollywood, con rimandi a Bubsy Berkley (il numero musicale in piscina), i musical di Ginger Rogers e Fred Astaire e la commedia sofisticata tipica dell'età d'oro di Hollywood.
Branagh fa diventare l'opera di Shakespeare un musical e più che a Lurmhann si ispira a Tutti dicono I Love You, dove non ci sono attori presi da Broadway o comunque star del cinema con un passato sui palcoscenici e si affida al discreto talento di Nivola, Lester e soci che non sfigurano in canto e ballo. 
Branagh per l'occasione si mette in tiro con baffo d'ordinanza (non so se ci avete mai fatto caso, ma a parte Enrico V ha un look particolarmente curato e sa essere anche parecchio figo). Se Branagh non sfigura nel canto e ballo, Adrian Lester si dimostra il migliore (anche perché è l'unico che ha un passato sui palcoscenici del West End londinese), mentre Lillard e Silverstone sono i meno efficaci. E
E se il momento musicale con Stefania Rocca/Jacometta risulta il meno riuscito e si vede lontano che sono dei principianti, il numeri musicali migliori sono il solo di Lester che eccelle in I'd Rather Charleston in biblioteca, e ovviamente la festa in maschera sulle note di Let's Face the Music and Dance, così sexy che sembra uscita da Chicago (il musical, non il film di Marshall). 
Pene d'amor perdute forse non sarà all'altezza di Hamlet o di un musical di Broadway, ma comunque riesce a cogliere lo spirito shakespeariano e sa far sognare lo spettatore per 95'. E se amate Shakespeare e Gershwin, questo particolare mix può fare a caso vostro.

Voto: 7

Hanno partecipato (e parteciperanno)

28 febbraio – Marco de La Stanza di Gordie: Spider-man la lunga genesi
1 marzo – Pietro di Pietro Saba World: Hush
2 marzo – Alfonso di Non c’è Paragone: Cabal
e a seguire…
4 marzo – Me, Director’s Cult: Pene d’Amor Perdute
5 marzo – Cassidy di La Bara Volante: The Mask + Kris di Solaris V per vendetta

mercoledì 20 febbraio 2019

GOODBYE: Addio a Bruno Ganz




Ancora una volta la felicità ha battuto invano alla mia porta.
(Fernando - Pane e tulipani)

Bruno Ganz - (1941- 2019)

domenica 10 febbraio 2019

GOODBYE: Addio ad Albert Finney


Albert Finney (1936 -2019)

"Se c'è una cosa che detesto, è una donna indispensabile!" (Mark Wallace - Due per la strada)

lunedì 14 gennaio 2019

NICOLAS CAGE DAY: Drive Angry

Gennaio è il mese per fare i buoni propositi e per festeggiare Nicolas Cage. A grande richiesta dalla blogosfera, per ben tre volte l'amatissimo e anche schifatissimo Nicola Gabbia, nome translato di Nicolas Cage, viene celebrato per il suo compleanno. La genesi del day ha assunto toni epici da brutta figlia di sultana, con me, Director's cult che ha sbomballato i marroni per celebrarlo e poi ha lasciato fare agli altri. Che dire, il mio entusiasmo ha contagiato gli animi, facendo sorvolare dalla mia professionalità che fa ridere i polli. Chiedo venia! E siccome noi siamo maistream, noi lo festeggiamo in ritardo, che Nicolone nostro con la sua faccia marmorea non fa una piega.


Bannerone della madòna! 








Titolo: Drive Angry
Id., USA 2011
Cast: Nicolas Cage, William Fitchner, Amber Heard
Sceneggiatura: Todd Farmer, Patrick Lussier
Regia: Patrick Lussier
Durata: 106'




Ci sono film brutti, film di m#@a e film così brutti dal rasentarne il sublime. Sappiamo che fanno schifo, ma c'è quel lato oscuro che è dentro di noi, si proprio anche a te che pensi di esserne sprovvisto, che irretisce e ci fa esaltare (anche a te che lo neghi!) di fronte a cotanta porcheria. Così brutto da essere bello. Non è un ossimoro stile 'donazione volontaria obbligatoria', è qualcosa di più. Soprattutto se si tratta di un film interpretato da Nicolas Cage.
Ora, c'è Nicolas Cage e Nicolas Cage. Inchessenso? - C'è Nicolas Cage, nome d'arte di Nicola Kim Coppola, appartenente alla blasonata dinastia cinematografica dei Coppola che ha recitato in bei film come Cotton Club e Peggy Sue si è sposata, entrambi diretti dallo zio Francis, e ha anche vinto un Oscar per Via da Las Vegas. E c'è Nicolas Cage, il re dei film dem@erda. La leggenda metropolitana dice che il buono e caro Cage ha dovuto fare film 'alimentari' per pagare dei debiti. La mia versione è che in parte è vero, in parte è che dopo un po' ci ha preso gusto. Perché per fare film demmr#da ci vuole arte e grandi capacità. In più funge da possibile catarsi per Nicola Kim Coppola, riuscendo a districarsi da una famiglia così complessa e 'radical chic', trovando il suo hummus per creare qualcosa di suo, qualcosa di speciale che solo lui riesce a fare.
Perché quando la tua faccia devastata dalle api diventa una maglietta, vuol dire che ormai sei entrato nel mito. E se ci si diverte pure - perché Nicolas Cage si diverte un mondo nel fare questi film - perché smettere?
E con questa premessa e il giusto spirito che si deve prendere Drive Angry
Drive Angry prende il cinema Grindhouse celebrato alla grande da Quentin Tarantino con A prova di morte e lo frulla con una tonnellata di trash.
Già le premesse sono promettenti, e il regista ci intorta alla grande con uno scenario apocalittico da fare invidia a Dante Alighieri. D'altronde è l'inferno, bellezza. Inizio rombante e sfolgorante dove il nostro eroe John Milton (un nome che è tutto un programma) si appresta a sfondare il cancello degli inferi per una missione: salvare la nipotina che è stata rapita da una setta di brutti figli di sultana responsabili della morte della figlia. 
Il 'Contabile' (William Fitchner) presenta il nostro eroe Nicolas Cage/John Milton al pubblico già in delirio dopo i primi folgoranti 30'' come un 'cazzuto figlio di puttana in fuga'. E da uno così cosa ti aspetti, che ti faccia le treccine???
Dunque, John Milton spacca i cancelli degli inferi e vuole spaccare i culi dei membri della setta. Il piano non fa una grinza. Durante la ricerca dei malefici, si imbatte in una cameriera scafata Piper (Amber Heard) che non te le manda a dire e che non ci pensa due volte di menare le mani. Beh, non aspettatevi le treccine neanche da lei. Al massimo le puoi mettere lo smalto sulle unghie dei piedi, soprattutto se sei un manzo da paura. Preferibilmente nudo.
Piper e Milton inseguono il capo della setta Jonah King, mentre il contabile insegue Milton che lo deve rispedire all'inferno dove è scappato 'in missione per conto di Satana'. 
E in un tripudio di miccette (cit.) Milton si destreggia in sparatorie, esplosioni, sacrifici umani che stanno per compiersi e una sana, carneficina che il nostro supergiovane con parrucchino biondo si destreggia con una monoespressività da rasentare la Magnum di Derek Zoolander a: sparare,schivare i colpi, bere whiskey e continuare a farsi la sua trombata con la biondona stagionata. E il regista Patrick Lussier ci sguazza di brutto nel far cappottare e incendiare le auto con un sapiente e mefistofelico duo di rallenty e accelerate, con il baldo Milton e la sua faccia impassibile/scazzata mode on pronto a sparare con un pistolone da far invidia pure al nostro Rocco nazionale. Il tutto cucinato e speziato (ed esasperato) dal 3D per dare un senso di trash ancora più eccitante.
I personaggi cattivi sono ovviamente tagliati con l'accetta, ma la triade Milton-Contabile-Piper fa a gara di ficaggine per farsi idolatrare dal pubblico ormai in estasi per così tanta buona manna trashosa piovuta dal cielo. Perché se John Miton è già fico di suo e Piper è cazzuta al punto giusto, anche il Contabile ha i suoi 15 minuti di fama uscendo con nonchalant da una macchina (ovviamente ribaltata), e con tanto di scena madre su un furgoncino che potrebbe esplodere da un momento all'altro al ritmo di disco dance. Così figo da meritarsi un best of delle sue imprese migliori su Youtube.
Nel frattempo Milton si appresta a compiere la sua vendetta alla guida spericolata di una Chevelle 454 con conseguente mattanza di freak e di fuori di testa, arrivando allo scontro finale con King. E se Hannibal Lecter preferisce mangiare del fegato umano con un piatto di fave e un buon Chianti, John Milton è di bocca buona e preferisce bere un buon whiskey dal teschio di un povero stronzo esaltato.
Drive Angry va visto nell'ottica di assistere a un film che gronda trash e 'profonda mm#rda' per godere appieno delle prodezze di Nicolas Cage alla guida di una macchina super indemoniata.
E Top Gear muto.






Voto: 7






Hanno partecipato al Nicolas Cage Day
Lazyfish: Mandy
La Bara Volante: The Rock
Non c'è Paragone: L'ultimo dei templari
La fabbrica dei sogni: Stress da vampiro
Pietro Saba World: Mom and Dad
La stanza di Gordie: The Family Man
Cuore di celluloide: USS Indianapolis






domenica 6 gennaio 2019

MONNEZZA MOVIE: Song to Song



Titolo: Song to Song
Id, USA, 2019

Cast: Michael Fassbender, Rooney Mara, Ryan Gosling, Natalie Portman.
Sceneggiatura: Terrence Malick
Regia: Terrence Malick
Durata: 128'









RECENSIONE SCEMA

Sega mentale.
Fassbender che assalta la topa di Rooney Mara.
Lo showbiz fa schifo.
Ryan Gosling inebetito.
Fassbender fa l'animale scemo dopo aver abbracciato la topa di Roney Mara.
Fassbender abbraccia la topa di Natalie Portman. Prima e dopo averla sposata però.
Lo showbiz fa schifo.
Voce over, aka sega mentale.
Girotondo sentimentale.
Fassbender abbraccia tope multiple.
Splendidi paesaggi, che ci salvano dallo showbiz che fa schifo.

Ripeti x 3

Sega Mentale.
Fassbender fa l'animale scemo.
Fassbender abbraccia la topa. Non importa di chi, lui l'abbraccia e basta.
Gosling inebetito.
Sega mentale.
Natalie Portman che è infelice anche se la sua topa è stata abbracciata da Fassbender.
Lo showbiz fa schifo.
Meglio la zappa, no, la piattaforma petrolifera. Ma forse era meglio la zappa. Vero Gosling?
Splendidi paesaggi, che ci salvano dallo showbiz che fa schifo.

Ripeti x 3

Fassbender comincia a stufarsi di abbracciare tope.
Cate Blanchett messa a caso per intrupparsi con Gosling.
Gosling rimane in ogni caso inebetito.
Meno male che Patti (Smith) c'è.
Ma lo showbiz rimane comunque uno schifo.
Sega mentale.
Splendidi paesaggi, anche se sappiamo che lo showbiz fa schifo.

Ripeti x 3

RECENSIONE SERIA: 

La recensione scema è servita da catarsi, perché duole il cuore stroncare Song to Song. Da grande fan di Malick, dispiace non aver apprezzato il suo penultimo film. 
Sarà che non l'ho visto al cinema, sarà che non ero nel giusto mood, ma dopo 30' mi ero addormentata. E verso la fine del film ho maledetto la mezz'ora di abbiocco con la mia vocina over/sega mentale 'se non mi fossi abbandonata alle braccia di Morfeo, a quest'ora l'avrei finito di vedere, o me tapina'.
Ma cosa non va e cosa comunque funziona in Song to Song?
Partendo dal presupposto che probabilmente non capisco un catzo, provo a spiegare ciò che mi ha comunicato Malick attraverso la sua filmografia. 
Quindi prendetela un po' come volete e anche dove volete. 
Dunque, il filosofo e regista texano usa le immagini per esprimere i suoi concetti filosofici sul significato dell'esistenza, Dio e il nostro rapporto con la religione, il nichilismo dell'essere umano e l'esistenzialismo del suo amato Martin Heiddeger. 
I film di Malick, da The Tree of Life in poi, sembrano dei veri e propri trattati filosofici dove utilizza il linguaggio visivo invece delle parole scritte.
E i con i suoi simposi, Malicj analizza: 1)Hollywood, dove smonta pezzo per pezzo l'universo dorato sporcandolo di tristezza e vuotezza con la scure della depressione (come in Knight of Cups) 2) l'amore e quel senso di ricerca di appagamento che si svuota una volta ottenuto (To the Wonder). 3)Il rapporto conflittuale tra l'essere umano, la natura e Dio (The Tree of Life) 4) Il senso della vita e la bruttura della guerra in contrapposizione con lo splendore della natura un tempo incontaminata (La sottile linea rossa) 5) la ribellione contro le istituzioni intrisa di noia e banalità del male (La rabbia giovane).
Nel caso di Song to Song, utilizza un territorio - il music business - forse a lui poco conosciuto. E qui cominciano i catzi acidi. Perché se alla fine Hollywood la conosce e può permettersi di schifarla al punto giusto, in Song to Song sembra riciclare le idee di Kight of Cups infarcendole però di cliché e stereotipi. Ragazzini che ballano come rincoglioniti, il cantautore puro che viene stritolato dal mondo del music business, il produttore senza scrupoli, la Cenerentola che pensa di aver trovato il principe azzurro e invece era meglio se si teneva la scarpetta di vetro e tornava, nel suo caso, a servire i tavoli, la ragazzina ingenua che cresce e inizia a muovere i passi nella musica. E i personaggi ridotti a macchiette non aiutano di certo a instaurare empatia con lo spettatore. E non ci sono voice over/seghe mentali che tengano.
Il personaggio più urticante infatti è il personaggio di Cook (che in probabilmente si chiama Mario Rossi, ma il nome d'arte fa più figo) che è stereotipato fino al buco del cu#lo. Fassbender per carità, tanto bravo e tanto bono (lo vorrei pure io un suo abbraccio alla mia di topa) qui è veramente insopportabile. Sembra boh, che abbia fatto super acquisti alla fiera dei cliché, facendoli in ogni suo movimento e cosa che fa. Ed è ovviamente profondo quanto un encelofalogramma piatto. E no, le seghe mentali lui non le fa perché ovviamente è un povero pirla decerebrato e a compensare ci pensano i de profundis del personaggio di Faye/Rooney Mara.
Se comunque i personaggi femminili sono un po' più curati, quelli maschili sono tagliati con l'accetta, regalandoci stereotipi e totale mono dimensionalità che non risparmia nemmeno il BV (sarà il nickname dell'omonimo di Bruno Vespa?) di Ryan Gosling, che dovrebbe (probabilmente) rappresentare l'anima candida stritolata dai meccanismi perversi del mondo della musica. Candore o meglio stupidità del personaggio di Rondha/Natalie Portman: ma davvero nel Ventunesimo secolo si credono ancora alle favole e al 'e vissero tutti felici e contenti'. Ma veramente?
Il film comunque si salva dalla monnezza totale grazie alle splendide immagini che Malick ci regala e dalla meravigliosa fotografia di Emmanuel Lubeski. Perché anche se ne sto dicendo peste e corna, Song to Song dal punto di vista stilistico è una  favola con le sue immagini mozzafiato e dal punto di vista della regia è più 'stabile' di Kight of Cups (stavo male al cinema, sarà stato il caldo inusuale della terra inglese?). 
Purtoppo il tutto viene ammazzato con un'ammorbante ripetitività (e qui in parte si spiega la struttura della recensione scema. Anche perché a me piace assai scrivere scemate) che mette a dura prova la visione. O almeno la mia. 
Se comunque nel precedente Kinght of Cups aveva comunque un minimo di struttura narrativa coadiuvato dal gioco delle carte, in Song to Song la ripetitività è una dannata spina nel fianco.
Tutto sembra uguale, un girotondo di cliché che si protrae per due ore. E poco importa se comunque ci sono momenti poetici regalati dai splendidi scenari del Texas e il cammeo di Patti Smith che suona con Faye/Mara sono un sollievo, perché l'incazzatura rimane.  
Questa volta la ricetta vincente usata nei precedenti film non basta e forse è meglio esplorare nuovi concetti e nuove forme di comunicazione. Forse l'ha fatto nel suo ultimo lavoro, Radegun. Spérem. 

Voce over:
Comunque, caro Terrence, nessun rancore. Peace and love (ripeti x 3).

Voto: 5 (10 per le immagini e la fotografia, 2 per la storia)

A.M.