martedì 28 luglio 2020

NOTTE HORROR 2020: Tutti i colori del buio

E come ogni estate, la notte horror è arrivata! Ogni martedì alle ore 21 e 23 c'è l'immancabile appuntamento con un horror pronto a farvi saltare sulla poltrona! Alle 21 era il momento di Cooking Movies con L'armata delle tenebre, mentre alle 23 tocca a me con Tutti i colori del buio con la Edwigiona (inter)nazionale pronta a mostrare le sise pure in questo horror/noir italo spagnolo. 



Zio Tibia is back!




Titolo: Tutti i colori del buio
Id, Italia/Spagna, 1972

Cast; Edwidge Fenech, Ivan Rasimov, Susan Scott
Sceneggiatura: Ernesto Gastaldi e Sauro Scavolini.
Regia: Sergio Martino
Durata: 102'


I sogni servono per comunicarci qualcosa. Si liberano nell'inconscio mentre dormiamo e non possiamo controllarli. Ci sono sogni belli, sogni che ti fanno svegliare con il sorriso sulle labbra e altri che non lasciano traccia nella memoria appena si aprono gli occhi. 
Ci sono però anche anche sogni orribili. Incubi che ti fanno sobbalzare nel letto, quando riesci a dormire. Apparentemente indecifrabili, nascondono multipli significati. 
Questi sogni, o meglio incubi, cercano di comunicare qualcosa a Jane (Edwidge Fenech), che ha appena perso un bambino dopo un incidente. Jane ha un crollo nervoso e i sogni divorano ogni notte il suo inconscio. Un uomo dagli occhi di ghiaccio (Ivan Rassimov) la segue, la osserva da lontano. Lei si sente in trappola, forse pensa di essere impazzita. Ma se quest'uomo fosse reale? 
Su consiglio della sorella Barbara (Susan Scott), si affida alle cure del dottor Burton (George Rigaud), sperando che possa aiutarla a liberarla dal trauma della morte della madre a cui ha assistito in tenera età.
Gli incubi non finiscono, e Jane cercando di sfuggire all'uomo che la insegue, forse in preda all'allucinazione, si lascia coinvolgere dalla vicina Mary e finisce in un sabbah. Jane pensa di essere libera, ma finisce per vivere sospesa tra la realtà e il mondo onirico. Ed entrambi i mondi diventano fonte di terrore per lei.
Onirico o reale, la paura è sempre paura. 
Ti prende, ti attanaglia, ti toglie ogni raziocinio. Come una damsel in distress, Jane è in preda del 'bruto' e deve essere salvata dall'eroe di turno (in questo caso il marito). 
Quando l'irrazionalità prende il sopravvento, l'unica è scappare, perché è così indifesa da potersi proteggere da sola.
E Jane non ci riesce, scappa, scappa e finisce prima nelle mani della setta e poi di eventi che la fanno quasi impazzire, con un costante ribaltamento della realtà che la rende inerme.
E questa mancanza di coraggio che dovrebbe far storcere il naso (si tratta pur sempre di un film del 1972), diventa il punto di forza di questo horror noir.
A differenza delle future 'scream queen' come Laurie Strode di Halloween o Nancy di Nightmare dove combattono non solo con il mostro di turno, ma anche con i propri demoni, la Jane di Tutti i colori del buio è un omaggio alla ragazza da salvare dall'essere malvagio. 
Come Fay Wrey di King Kong, - così piccina nelle mani del mostro, non può fare altro che accettare il suo (al momento ineluttabile) destino e farsi portare sull'Empire State Building - Jane accetta il suo partecipando ai riti satanici.
Perché non c'è forza che tenga quando la razionalità viene a mancare. E quando viene meno, è impossibile pensare a un modo per difendersi. Il panico nel non riuscire ad aprire la porta, l'ascensore che è guasto e non ti fa salire in casa più in fretta. E quegli occhi di ghiaccio che ti seguono e ti fissano sono lì. Sempre all'erta, mai un attimo di respiro. E allora l'unica è scappare. 
Ma non si può fuggire per sempre, e a volte qualcuno che venga a salvarti è ben accetto.
Martino lavora sui nervi dello spettatore con atmosfere inquietanti, che mettono ansia. Il cuore batte a mille come il cuore di Jane, ti fa venire voglia di scappare dalla paura di essere raggiunta da quell'essere ambiguo dagli occhi di ghiaccio. 
Sergio Martino confeziona un trhiller di buona fattura, con una Edwige Fenech in una parte inusuale per il pubblico italiano che la conosce più per i suoi ruoli divertenti e scollacciati.
La tensione scorre quasi fino all'ultimo grazie alle belle atmosfere londinesi (anche se in realtà irlandesi, essendo il film girato gran parte a Dublino).
Quasi perché lo 'spiegone' tende un po' a rassicurarci, sprecando però l'occasione di un McGuffin hitchcockiano che avrebbe dato alla pellicola quel tocco di noir in più alla pellicola.
Dopo quasi Cinquant'anni, Tutti i colori del buio sa ancora far paura. 
Forse perché nel 2020 una donna, per quanto possa essere forte e cazzuta, corre sempre il rischio di diventare malauguratamente una damsel in distress? 

Voto: 7,5

Le prossime nottate horror:





martedì 7 luglio 2020

GOODBYE: Addio a Ennio Morricone



Ennio Morricone (1928 - 2020)



Nell'amore come nell'arte la costanza è tutto. Non so se esistano il colpo di fulmine, o l'intuizione soprannaturale. So che esistono la tenuta, la coerenza, la serietà, la durata.

giovedì 7 maggio 2020

Vade retro Virus! - La notte ha divorato il mondo

La pandemia non ferma la gang di cinebloggers guidata da Pietro Sabatelli, ha deciso di esorcizzare le ansie da quarantena con la giornata 'Virus, non ti temo!'. Per l'occasione, Director's cult ha scelto un film horror francese, La notte ha divorato il mondo.


 Pandemia, pussa via!


Titolo: La notte ha divorato il mondo
Titolo originale: La nuit a dévoré le monde
Francia, 2018
Cast: Anders Daniel Lies,Golshifteh Farahani, Denis Levant, Sigrid Bouaziz,
Sceneggiatura: Jérémie Guez, Guillaume Lemans, Dominique Rocher
Regia: Dominique Rocher
Durata: 93'

Chi è incapace di vivere in società, o non ne ha bisogno perché è sufficiente a se stesso, deve essere una bestia o un dio. (Aristotele)
Secondo il filosofo Aristotele, l'uomo è un animale sociale, di conseguenza non è capace di vivere isolato, avendo bisogno di un contatto umano per poter sopravvivere nella società.
Così l'uomo socializza attraverso attività ludiche come una festa, in modo da poter interagire con il prossimo. Anche se un po' controvoglia, come accade a Sam (Anders Daniel Lies, un musicista che è finito in un party organizzato dalla sua ex fidanzata Fanny (Sigrid Bouaziz). In realtà lo scopo della sua visita non è tanto nell'adempiere funzioni di socializzazione, ma per recuperare delle audiocassette che aveva lasciato da lei quando stavano ancora insieme. Riesce a recuperarle, ma finisce per addormentarsi nella camera di Fanny.
Il giorno dopo, al suo risveglio, scopre con orrore che è avvenuta una mattanza e che la popolazione parigina si è trasformata in una massa di zombie. Non si sa cosa abbia portato questa strage, fatto sta che Sam sembra sia l'unico sopravvissuto (anche perché i pochi superstiti sono stati uccisi mentre cercavano di fuggire).
Nessun al mondo è in grado di dirti perché esisti, ma visto che sei qui, lavora per dare un senso alla tua esistenza. (Soren Kierkegaard)
Sam sembra un introverso,ma è pur sempre un animale sociale. E se alla festa della sua ex si sente come un pesce fuor d'acqua e vuole solo recuperare le sue audiocassette, la solitudine e l'isolamento comincia a minare la sua salute non solo fisica, ma anche mentale.
Perché l'essere umano deve dare un senso a ciò che fa. E quando la sua routine si sgretola, l'uomo brancola nel buio e si perde in un bicchiere d'acqua. Così Sam si ritrova solo, in un appartamento che non è suo e dopo aver perlustrato tutto il condominio alla ricerca di cibo per sopravvivere, non sa come passare il tempo. 
E quando non puoi essere produttivo, avere la tua routine, la tua salute mentale rischia di vacillare. E così Sam, se all'inizio cerca di essere attivo correndo per l'appartamento, improvvisando musica (è un musicista, quindi tende a essere produttivo e a ingegnarsi con ciò che l'appartamento gli può offrire), piano piano è vittima del tedio e della costante tempo che si dilata, 'si disperde' e fa sembrare un'ora una eternità.
Sam brama un contatto sociale al punto da rischiare la vita per prendere un gatto randagio e instaura una sorta di amicizia con Alfred (Denis Levant), uno zombie apparentemente innocuo. 
Però non è il solo sopravvissuto, c'è anche Sarah (Golshifteh Farahani). Sarah sembra più equilibrata e vuole scappare dal condominio, proprio perché ne va' della propria salute mentale.
Non è sufficiente possedere una buona mente. L'importante è saperla usare nel modo giusto (Cartesio)
Purtroppo per Sam, la clausura forzata e la lotta contro gli zombie mina la sua buona mente, arrivando ad avere allucinazioni. Chi lo sa se Sarah e Alfred sono frutto della sua immaginazione. 
Lo spirito di sopravvivenza però ha il sopravvento e nonostante tutto, riesce ad utilizzarla per poter scappare da questi zombie attratti dal rumore. E se la sua mente ha vacillato al punto da attirare i non morti di proposito e decidere di compiere un gesto azzardato, Sam riesce a reagire e a pensare che non tutto è perduto è che un modo per rivivere una vita normale (forse) c'è.
Che dire, La notte ha divorato il mondo è un film che non può essere considerato profetico, ma che in tempi di pandemia è incredibilmente affine con questa situazione.
Ci dicono di stare a casa per salvaguardare la nostra incolumità. Il male è là fuori e solo le 4 mura di casa possono proteggersi. Non ce lo dicono solo gli esperti e il governo, ma anche gli horror ce lo dicono da sempre. In tutti i film di zombies, a cominciare dal mitico La notte dei morti viventi, la casa è l'unico posto dove possiamo difenderci da qualcosa di oscuro che minaccia la nostra incolumità.
Noi esseri umani poi, siamo un po' (tanto strani) perché ci lamentiamo dei ritmi convulsi della società, siamo iperattivi e poi ci perdiamo in un bicchiere d'acqua quando abbiamo finalmente l'opportunità di fermarci e anche, perché no, annoiarci. E invece usciamo fuori di testa, dobbiamo essere sempre produttivi e non staccare mai la spina.
Dominique Rocher non è certo Nostradamus, ma il suo film è decisamente è azzeccatissimo con i tempi che corrono.
Se il tema zombie non è nuovo e Rocher utilizza gli schemi del genere (e fin qui nulla di nuovo), comunque, ciò che rende interessante il suo film è non tanto il cercare di non farsi ammazzare dai morti viventi, ma come sopravvivere alla solitudine e a trovare un equilibrio quando le tue certezze vacillano, se non proprio vanno a farsi benedire.
Nel complesso, Sam non brilla per simpatia e alcuni tempi sono un po' troppo volutamente dilatati, ma nel complesso La notte ha mangiato il mondo è un ottimo horror movie che ci da' anche un po' di speranza. Non saremo rinchiusi per sempre in quattro mura, presto torneremo a vivere la nostra vita, riprendendola dove l'abbiamo rimasta.

Voto: 7

Hanno collaborato all'iniziativa: 



mercoledì 29 aprile 2020

CULT MOVIE: Psycho






Titolo: Psycho
USA, 1960
Cast: Janet Leigh, Anthony Perkins, John Gavin, Martin Balsam, Vera Miles.
Sceneggiatura: Joseph Stefano.
Regia: Alfred Hitchcock.
Durata: 104'


Essere infelici, odiare il proprio lavoro e la propria vita. Marion Crane (Janet Leigh) si sente così, segretaria insoddisfatta che sogna una vita migliore insieme al suo amante è una  segretaria Sam Loomis (John Gavin), con cui intrattiene una relazione amorosa fatta di incontri fugaci in un hotel. 
Cercare di cambiarla scegliendo una scorciatoia, che la porta però verso la strada sbagliata. Con una grossa somma di denaro rubato, Marion fugge dalla sua mediocre esistenza, arrivando a compiere il suo destino al Bates Motel di proprietà del mite Norman Bates (Anthony Perkins), giovane timido tiranneggiato dalla madre.
Alfred Hitchock con Psycho non realizzò solo il suo film di maggiore successo commerciale, ma anche un viaggio nell'oscurità, nei meandri nella debolezza, della deviazione umana, del vouyerismo e della sessualità, quando sul grande schermo vigeva il codice Hayes (codice di censura che cadrà a tutti gli effetti solo nel 1968), ovviamente mescolando le carte come solo lui sapeva fare.
Marion Crane è una donna insoddisfatta della propria esistenza, e cerca di fuggire da una realtà che ormai le risulta insopportabile. Nubile, intreccia una relazione clandestina fatta di incontri fugaci con un uomo in attesa di divorzio. Seduta sul letto semi svestita, in gonna e reggiseno, Marion Crane è una donna dalla prorompente sessualità, ma che sa far trasparire frustrazione e oppresione, e pensa che il denaro possa essere la chiave di accesso per avere una vita diversa. E se ne impossessa indebitamente per cambiare vita. 
Ma a Hitchcock ovviamente non interessa la parabola esistenziale di Marion Crane, il grande Hitch si "serve" di Marion Crane per arrivare a Norman Bates e al suo Bates Motel.
Norman il solitario e mite proprietario di un motel che ormai nessuno frequenta più da quando hanno cambiato il percorso dell'autostrada.
Norman  è una persona tranquilla, mite e gentile, vive con la madre invalida, donna gretta e bigotta che vieta al figlio di ospitare la giovane nella loro casa. Una donna troppo attraente, di una bellezza che colpisce Norman, uomo solitario che impaglia animali per avere una fittizia compagna. 
La sensualità di Marion disturba Norman, che la spia da un buco dietro un quadro, e disturba anche sua madre, che vede in lei un nemico per il figlio da eliminare. E così fa.
Sotto la doccia, Marion diventa la vittima della più famosa scena di omicidio della storia del cinema, per via della crudele madre.(ci arriverà il suo pupillo/fan Brian De Palma 28 anni dopo con Omicidio a luci rosse, che cita tra l'altro Omicidio perfetto del maestro inglese).
Marion finisce sepolta nel lago, ma non interessa sapere se il colpevole verrà arrestato o no. Lo spettatore lo sa chi ha ucciso Marion Crane è questo al buon Hitch basta. Ci saranno le sue ricerche, certo, ma  ciò che interessa sapere chi è Norman Bates. E perché la sua mammina cara, così cara non è.
Hitchock ama confondere e "accompagnare per mano" lo spettatore verso l'identificazione con Norman, persona così buona da sembrare a dir poco inquietante.
Chi è l'inquilino della casa desolata, e che rapporto ha con la madre? E' Norman a essere succube della madre, o la madre che non può vivere senza di lui?
Il migliore amico di un ragazzo è la propria madre. E questa frase raccoglie l'essenza del rapporto edipico che Norman ha sviluppato nei suoi confronti, donna che lo ha educato nella convinzione che ogni possibile ragazza rappresenti una minaccia, tutte malvage tranne lei. E Marion Crane lo rappresenta eccome questa tipologia femminile.
Hitchcock ci porta nei meandri della mente oscura di Norman, in un viaggio nelle deviazioni della mente umana, scoprendo piano piano le carte, e si scopre che Norman Bates e sua madre sono come un'unica entità, e l'arrivo inatteso di Marion Crane turba questa relazione esclusiva, diventandone vittima designata, inconsapevole di "essersi intromessa" nella vita di Norman.
Una vita in simbiosi che va difesa a costo della vita di Marion e del detective Arbogast (Martin Balsam), ingaggiato dalla sorella di lei, Lyla (Vera Miles), l'unica a scoprire la verità. Ma poco importa.
Nessuno è come sembra e solo gli specchi vedono il doppio di ogni individuo: lo specchietto retrovisore della macchina di Marion tradisce la colpevolezza del suo furto, così perfettamente celato dalla fuggiasca al poliziotto insospettito, lo specchio nella stanza da letto di Norman, che riflette o quasi il rapporto malato con la madre.
Ma non importa, perché il pubblico è attratto, spaventato, affascinato da Norman Bates, così buono da non nuocere nemmeno a una mosca. Come ci dimostra nell'ultima inquietante sequenza che ci regala il maestro del brivido.
Capolavoro noir venato di horror, vouyerismo, gotico e psicologia, Alfred Hitchcock ci regala un gioiello di suspence, e di perfezione tecnica, con quelle inquadrature ricche di immagini verticali e orizzontali, suggeriti dagli splendidi titoli di testa di Saul bass: dalla verticalità di una gru che taglia l'orizzonte della città in cui Marion si sente soffocare, o dall'orizzontalità delle persiane abbassate che nascondono i momenti passionali di Marion con Sam, il tutto arricchito dalle musiche di Bernard Hermann (celebre ormai il motivo della scena della doccia) e dalla bravura degli attori, con un Anthony Perkins così bravo nel recitare Norman da rimanere intrappolato nel personaggio nel corso della sua carriera.
Psycho è il capolavoro dell'io e del suo doppio, portandoci in un vortice di orrore e fascino senza fine, capace ancora dopo 53 anni di emozionare lo spettatore.

Voto: 9

mercoledì 25 dicembre 2019

CULT MOVIE (XMAS EDITION) - La vita è meravigliosa






Titolo: La vita è meravigliosa
Titolo americano: It's a Wonderful Life
USA, 1946
Cast: James Stewart, Donna Reed, Lionel Barrymore.
Sceneggiatura: Frances GoodrichAlbert HackettFrank CapraJo SwerlingMichael Wilson.
Durata: 130'

Come sarebbe la cittadina di Bedford Falls senza George Bailey (James Stewart)? L'angelo di 'seconda classe' Clarence prova a fargli capire che è indispensabile per la piccola contea americana, e cerca salvarlo dalla disperazione e dal suicidio mostrandogli che la vita - dopo tutto, è pur sempre meravigliosa.
E' strano, ma il siciliano (trapiantato negli USA da bambino) Frank Capra fu il cineasta italo-americano che riuscì meglio di chiunque altro a diventare il simbolo del New Deal americano degli anni Trenta/Quaranta.
Capra decretò il trionfo dell'uomo comune - riuscendo a diffondere la speranza e l'ottimismo con i suoi film zuccherosi e smaccatamente populisti . in apparenza. Perché in realtà i film di Capra nascondono un sottile velo di cinismo e una critica - meno velata - al capitalismo americano, con un'amarezza di fondo nascosta per l'appunto in una patina di buonismo e melassa.
George Bailey incarna il perfetto archetipo dell'uomo comune, l'everyman per eccellenza: buono, altruista, pensa sempre al prossimo prima che a sé stesso, adorato dalla moglie Mary (Donna Reed) e ama a sua volta la sua splendida famiglia.
George Però vive una costante frustrazione di fondo: la cittadina di provincia gli sta stretta, vorrebbe vedere il mondo e andare al college.
Ma qualcosa va storto - che sia il desiderio espresso dalla sua futura moglie Mary, che lanciando quel sasso contro la loro futura dimora a cambiare radicalmente la sua vita?
I piani di George si infrangono sotto il peso delle responsabilità famigliari dopo la dipartita del padre.
Così il mite George decide di rimanere a casa e di salvare l'attività paterna che concede mutui alla gente di Bedford Falls - con grande disappunto di Mr.Potter (Lionel Barrymore) che vorrebbe mettere le mani sull'attività e sulla città intera.
George e Mr. Potter sono agli antipodi, banalmente si potrebbero definire il bene contro il male.
Se George si sente segretamente inappagato dalla piega che hanno preso eventi - rei di aver minato irreparabilmente i suoi sogni, è riuscito comunque a costruire una felice famiglia e a diventare un punto di riferimento per la città.
Felicità che non appartiene a Mr. Potter, che è il cittadino più ricco di Bedford Falls, ma è infermo di salute e soprattutto un uomo solo e senza eredi.
Capra sembra che voglia dirci che i soldi non fanno la felicità: George e Mary sono felici anche se vivono in ristrettezze economiche con la loro casa ancora da ristrutturare, mentre Mr. Potter sopperisce alla sua profonda solitudine con la sua vorace avidità di denaro, cercando di colmare il vuoto causato dalla solitudine. 
Mr. Potter conosce il lato debole di George e vorrebbe 'comprarlo' offrendogli denaro e una buona carriera - George è allettato, finalmente potrebbe viaggiare e dare una vita agiata a Mary, ma rifiuta per il suo buon cuore e soprattutto per quelle responsabilità che lo tengono legato.
Sembra che il fato abbia deciso tutto in precedenza - 'accanendosi' contro di lui che cerca di cambiare radicalmente la sua vita. Il suo destino è Bedford Falls.
George cerca di sfuggirgli in varie occasioni: la prima volta, dopo il diploma, quando sogna di andare al college nonostante si fosse innamorato di Mary. Un momento felice e spensierato, lontano dai problemi -  funestato però dalla morte improvvisa del padre, che gli lascia in eredità l'attività da mandare avanti.
La seconda volta quando è in procinto di partire per il viaggio di nozze - rovinato dalle smanie di potere di Mr. Potter che tenta di appropriarsi della cooperativa di risparmio.
La terza volta, quando ha la possibilità di cambiare vita con l'offerta di Mr. Potter, ma questa volta è George a rifiutare, in nome dei suoi sani principi e delle responsabilità che ha nei confronti della sua famiglia e del prossimo.
Se è un uomo di buon cuore e ben voluto, perché è disperato al punto da volerla fare finita?
Perché è disperato, sente crollargli il mondo addosso per via del denaro da recuperare disperatamente, rendendo vano il progetto paterno per la quale ha sacrificato i suoi sogni.
Perché il dio denaro sembra avere la meglio sulla generosità e tutti i suoi sacrifici stanno andando in fumo per colpa della sbadataggine dello zio Billy e soprattutto per le macchinazioni di mr. Potter.
Meno male che c'è Clarence che ha bisogno delle sue ali, ma ha bisogno di aiutare un uomo che ha dedicato la sua intera esistenza al prossimo e per una volta deve essere aiutato lui stesso.
Allora gli mostra il mondo senza George Bailey: Pottersville, la città della perdizione e del capitalismo dove i suoi cittadini sono infelici o rovinati da scelte sbagliate -  scelte che hanno fatto perché George non era lì ad aiutarli.
Tutto sembra perduto, ma alla vigilia di Natale il bene che ha elargito gli ritorna indietro -  con il prezioso contributo dei cittadini di Bedford Falls. Niente da fare George Bailey, la città ha bisogno di te, non devi andare da nessuna parte.
Frank Capra regala il lieto fine per George e per gli spettatori. Regala un momento di ottimismo, perché è pur sempre una favola.
La guerra è finita da un anno, e Bedford Falls rappresenta il simbolo della ricostruzione dell'America e l'invito ad aiutarsi l'uno con l'altro, solo così si può costruire un futuro migliore per le prossime generazioni.
Per un giorno dimentichiamo i problemi, e nonostante avide persone come Mr. Potter rimangano impuniti - suggerisce che il capitalismo può sempre vincere, incrinando il sogno americano a cui Frank Capra ha vissuto in prima persona quando a 6 anni sbarcò in America dalla lontana Sicilia.
L'America da, l'America toglie. Sembra questo il monito che vuole dare Capra. E l'unico modo per sopravvivere è essere altruisti per non lasciare in eredità un mondo povero e arido di valori.

Voto: 9

martedì 20 agosto 2019

NOTTE HORROR: Atom Age Vampire

Ogni estate arriva la notte horror! E quest'anno Director's cult ha perso il treno, ma è riuscita a trovarne un altro grazie alla congrega di cineblogger aficionados che l'hanno fatta salire a bordo di questa maratona orrorifica. E quindi eccola qua con Atomic Age Vampire, B movie italiano degli anni Sessanta diretto da Anton Giulio Majano
                                           
                                                            Il ritorno di Zio Tibia



Titolo: Atom Age Vampire
Cast: Alberto Lupo, Susanne Loret, Rita Parisi
Sceneggiatura: Alberto Bevilaqua, Antom Giulio Majano
Regia: Anton Giulio Majano
Durata: 86' (verione americana)

Caravaggio fece un dipinto che si chiama La canestra di frutta. In questo canestro c'è della frutta polposa, succulenta, tale da far venire voglia di allungare una mano sul dipinto per poter assaporare una pera o un acino di uva. Insieme a cotanta meraviglia c'è anche una mela imperfetta, intaccata dal segno del marciume che prenderà in toto anche il resto.
Cosa c'entra Caravaggio con un film dell'orrore? Apparentemente nulla. C'è però quel concetto di vanitas, di vanità insita in quel quadro che potrebbe associarsi ad Atom Age Vampire di Anton Giulio Majano che ci racconta le disgrazie di una ragazza sfigurata sul volto.
Caravaggio ci voleva dire che la bellezza esteriore è destinata a dissiparsi, a spegnersi e che non durerà per sempre, così come la bellezza di Jeanette, stripper dalla vita amorosa tumultuosa che finisce per rimanere sfigurata in un terribile incidente stradale. 
La sua vanitas viene rubata prima del tempi e lei si ritrova con parte del viso e del collo orribilmente deturpato.
Se in un dipinto il tempo si può fermare (vedi anche Il ritratto di Dorian Gray) e si può conservare la bellezza (insieme alla sua bruttezza insita), la scienza si può adoperare per fermare il passare del tempo, o meglio ancora, poter restituire la beltà sfiorita e orribilmente sfigurata.
Jeanette si imbatte in Monique (Franca Parisi), l'assistente del professore Albert Levin (Michele Lupo) che può restituirle la bellezza perduta. Levin ha studiato gli effetti delle radiazioni del bombardamento di Hiroshima e può curare i tessuti della pelle rovinata e restituirla al suo splendore.
Jeanette all'inizio si rifiuta, ma quando il siero Derma 25 funziona su Monique che si offre di fare da cavia da laboratorio e Levin raffina la terapia facendolo diventare Derma 28, lo scienziato sperimenta sulla giovane donna il siero a sua insaputa.
Ed ecco che le orribili cicatrici scompaiono per la gioia di Jeanette. Peccato che, come nel quadro di Caravaggio, la bellezza, la vanitas è destinata a svanire. E Levin ormai innamoratosi perdutamente di lei, arriva ad uccidere pur di poter prendere la materia prima per creare il Derma 28, trasformandosi lui stesso in un mostro. Peccato però che Jeanette si sia innamoreata di Pierre Mornet (Sergio Fantoni), facendo impazzire ancora di pi lo scienziato. Per poterla curare e averla per sé, arriverà a uccidere pur di poter continuare a produrre il Derma 28 e tenerla senza una cicatrice.
Atom Age Vampire è il classico B movie anni Sessanta con il plot 'scienziato pazzo' che fa il verso al mitico L'uomo invisibile con Claude Raines.
Come nel film di James Whales, c'è lo scienziato a cui sfugge il senso della realtà pur di arrivare ai propri scopi, al punto da diverntarne pazzo. Ma se ne L'uomo invisibile lo scienziato ha gli effetti collaterali dell'esperimento fatto su sé stesso, in Atomic Age Vampire (Seddok,l'erede di Satana in italiano) Levin diventa pazzo pur di avere Jeanette tutta per sé. Possibilmente bella e senza imperfezioni.
Anton Giulio Majano però non è James Whales, e confeziona un discreto horror con tutti i crismi del film di serie B. Il doppiaggio inglese non giova, facendo diventare Susanne Loret la candidata perfetta per il Corinna Negri Award, ovvero il premio miglior cagna maledetta. E il suo sbattersi sul letto disperata non l'aiuta.
Majano viaggia sui binari dell'horror scientifico utilizzando tutti i cliché del genere prendendo in prestito i dettami dei film horror americani - con tanto di citazione finale da L'uomo invisibile. 
L'unico problema di Atomic Age Vampire è una certa lentezza che a momenti sfocia in noia, appesantendone il ritmo e ne risente soprattutto nella parte 'il bruto e la bella' con l'antagonista (Sergio Fantoni) poco efficace.
Tralasciando i difetti però, nel complesso Atomic Age Vampire è un horror interessante che prende tematiche come la bellezza esteriore che dovrebbe - secondo i dettami della società - essere eterna (infatti Pappi Corsicato con Il volto di un' altra sembra prendere spunto da questo film creando anche lui la sua eroina sfigurata anche lei in un incidente stradale).
Atom Age Vampire è un classico film horror di serie B girato senza infamia e senza lode che ancora ha tematiche attuali come l'ossessione per la bellezza. Tematica che ancora oggi fa ancora paura. 

Voto: 6

Hanno partecipato alla notte horror:



sabato 20 luglio 2019

LUNA... OLTRE L'INFINITO: Moon

Oggi è il 50esimo anniversario dello sbarco sulla luna. Neil Amstrong fu, insieme a Buzz Aldrin il first man che mise piede sul suolo lunare. Per celebrare l'evento, Solaris ha deciso di coinvolgere la solita cricca di cinefili per un omaggio... Spaziale! Director's cult si cosparge il capo di cenere e riedita una recensione di Moon, riveduta e corretta a dieci anni di distanza.




First man has landed











Moon 

Gran Bretagna, 2009.
Regia: Duncan Jones
Cast: Sam Rockwell, Kevin Spacey (voce, nella versione originale), Dominique McElligott
Soggetto: Duncan Jones
Sceneggiatura: Nathan Parker
Produzione: Liberty Films
Distribuzione: Sony Pictures
Durata: 97'


50 anni fa Neil Armstrong e Buzz Aldring furono i primi uomini a mettere piede sul suolo lunare. 50 anni dopo la Luna è ancora un pianeta affascinante da studiare e scoprire continuamente. 
Nel mondo dell'arte, la Luna è sempre stata corteggiata e amata: dalla musica, dove i Pink Floyd ne vedevano un lato 'oscuro', o David Bowie che proprio 50 anni fa mandava in missione il suo major Tom alla scoperta dello spazio. O con il cinema di Stanley Kubrick, che aveva mandato in orbita i suoi astronauti un anno prima dell'allunaggio per la sua odissea spaziale.  Persino i manga giapponesi sono affascinati dalla Luna, creando una guerriera vestita alla marinaretta che combatteva i malvagi che minacciavano l'incolumità della Terra.
 La Luna è stato oggetto di interesse anche per il primo lungometraggio di Duncan Jones, che con Moon segna il suo debutto sul grande schermo.
Siamo nel 2009 e Jones immagina la Terra quasi privata di energia. Beh, si sa che la fantascienza guarda sempre al futuro, sia dal punto di vista dell'avanzamento tecnologico, sia dal punto di vista di una possibile devastazione del suolo terrestre. 
In questo caso la problematica dell'energia sulla Terra è risolta dalla Lunar, azienda che produce energia sfruttando la roccia lunare, nuova fonte energetica pulita e non dannosa. Sam Bell (Sam Rockwell) è un astronauta che si occupa del funzionamento dei macchinari che raccolgono il materiale sul lato oscuro della Luna e le sue uniche fonti di compagnia sono le piante, il plastico che riproduce la sua città e Gerty 3000, robot che ha la funzione di assistente tuttofare.
Dopo tre anni di permanenza, gli rimangono tre settimane per far ritorno sulla Terra e riabbracciare sua moglie Tess (Dominique McElligott) e la piccola Eve. Il sogno del cosmonauta viene interrotto due settimane prima a causa di un incidente: in preda ad una allucinazione si schianta e finisce sotto una frana. Tornato alla base tenta di capire le cause dell'incidente e nonostante l'impedimento di Gerty (Kevin Spacey), scopre che nella navicella c'è un altro... Sam Bell.
L'astronauta scopre una rete di inganni e cercherà di risolvere l'enigma nascosto nel suo io. Chi è il clone e chi è il vero Sam? Cosa nasconde la Lunar?
Con Moon Duncan Jones ci dimostra che privandosi dell'ausilio degli effetti speciali, con pochi soldi e tante idee, si può confezionare una pellicola innovativa che segna un ritorno alle atmosfere della fantascienza sci fi anni '50/60. 
Il regista mescola sapientemente le tematiche di 2001:odissea nello spazio, regalandoci un nuovo Hal 2000, l'essenzialità della scenografia dell'ambientazione lunare, la svolta del protagonista che decide di riprendersi le redini del proprio destino ricorda THX 1138 di George Lucas. 
L'io e il suo doppio, realtà o finzione riecheggia Blade Runner e lo straniamento quasi alieno del protagonista è come un omaggio al padre David Bowie che sempre nel 1969 esordì con l'album Space Oddity e successivamente creò Ziggy Stardust, il suo alter ego venuto però da Marte.
Il regista non si limita a copiare le opere che lo hanno ispirato, ma le rielabora e le trasferisce allo stato attuale. Con dieci anni di anticipo, Jones pone un'attenta analisi su una società che sta devastando il suo ambiente e non sa come riparare ai danni inflitti sulla natura. 
Offre una sorta di soluzione trovando una risorsa miracolosa nella Luna e con essa apre il film in un sogno utopistico sulla Terra che non patisce più la siccità, la desertificazione, l'inquinamento.
Il futuro cerca spasmodicamente l'innovazione, ma dal punto di vista umano rimane sempre indietro. L'uomo e il suo costante conflitto con la solitudine è la tematica tanto cara alla fantascienza, tra l'altro ampiamente delineata nei romanzi di Philip Dick. 
Siamo super connessi, siamo esposti con foto, video, 'storie', pensieri che straboccano nei social media. Eppure la società di oggi si sta inesorabilmente impoverendo dal punto di vista della comunicazione e dei sentimenti e ci si affida sempre di più alla tecnologia: i social network ormai hanno sostituito i rapporti interpersonali.
L'unico amico di Sam Bell è una macchina "umanizzata" a partire dal suo nome, Gerty, si esprime con le "faccine" che ricordano tanto gli emoticon utilizzati nei messaggi di testo del cellulare. Gerty è quasi paterno con il cosmonauta, la sua unica priorità è di proteggerlo da se stesso, dal suo doppio che reclama la sua necessità di individualismo, la sua persona e la sua libertà.
50 anni fa l'uomo combatteva per la propria libertà. Cinquanta anni dopo, l'uomo sembra essersene dimenticato di avere un bene così prezioso e preferisce avere cloni come quello di Sam. Un clone terribilmente imperfetto però, arido, stupido ed ignorante. E per questo terribilmente pericoloso per la libertà dell'essere umano. 
Forse avremo veramente bisogno dell'energia della Luna per riprenderci da questo periodo oscuro e ritrovare un po' di luce.  Chi lo sa.
Nel 2009 Duncan Jones ci offrì un folgorante esorido, con una ottima  prova di Sam Rockwell, perfetto "one man show" che riesce brillantemente a "reggere sulle proprie spalle" l'intero film. Le musiche di Clint Mansell conferiscono la giusta dose di suspence, sottolineando abilmente i momenti di tensione.
Una piccola pecca sul finale non rovina comunque questo inizio promettente: Moon è stato un ottimo esordio che farà apprezzare il genere fantascientifico anche ai poco affezionati, segnando la strada per una carriera brillante per questo figlio d'arte. E anche se il suo ultimo film Mute, fa storcere il naso, buon sangue non mente e sicuramente farà altri film belli come questo folgorante debutto.

Voto: 8

Sono sbarcati sulla Luna con me: