venerdì 21 aprile 2017

VIDEOMUSIC REVIEW: Sign O' the Times




Titolo: Sign' O the Time
Cantante: Prince
Regia: non pervenuta
Durata: 3'41''


A volte le parole sono più efficaci di un'immagine. Le parole sanno fare molto male. Le parole ti aprono gli occhi e servono per esprimere il risentimento su ciò che non funziona perché la tua epoca è in pieno declino. 
E le parole servono per contestare ciò che non funziona in una società che nasconde la testa nella sabbia come uno struzzo, ignorando che la realtà è più tragica di quello che si vuole far credere.
E le parole di Prince sono dure, ti arrivano e ti prendono a schiaffi, facendoti realizzare che il tempo che scorre fa' davvero schifo.
E per rendere ancora più efficace Sign O' the Times, Prince decide di affidarsi solo a quelle parole che scorrono lungo il video, per arrivare direttamente al cuore e al cervello di chi vede il video e ascolta la canzone di uno dei suoi album più politici, se non il suo capolavoro. Non sono necessarie immagini scioccanti di un uomo in overdose o di un disastro naturale, basta leggere quelle parole per sentirsi colpiti, parole che ci vengono sbattute in faccia da farci così male, da farci rendere conto in che razza di società decadente stiamo vivendo.
Prince con Sign O' the Time ha una visione molto negativa della società americana, e attraverso il suo video, il folletto di Minneapolis racchiude il degrado fatto di overdose, povertà e baby gang, dove la piaga dell'AIDS 'la grande malattia con il nome corto' colpisce in tutto il mondo, dall'America alla Francia
In France a skinny man
Died of a big disease with a little name
By chance his girlfriend came across a needle
And soon she did the same

Ed è uno schiaffo in faccia all'America di Reagan, quell'America di 30 anni fa esatti (il disco è uscito nel 1987) che vorrebbe far vedere gli USA come la terra dell'abbondanza e della felicità, mentre la realtà è un'altra, dove il 'declino dell'impero americano' è alle porte, diventando una landa desolata dove la morte  diventa priva di valore quando si è assuefatti dallo schifo che il telegiornale mostra quotidianamente, al punto da rimanere indifferenti quando arriva un uragano e uccide tutti nella 'casa del signore'
Hurricane Annie ripped the ceiling of a church
And killed everyone inside
You turn on the telly and every other story
Is tellin' you somebody died
E Prince punta il dito sulla discrepanza tra le classi sociali, dove i ragazzi di 17 anni finiscono invischiati nelle gang, girando armati e fumando crack
At home there are seventeen-year-old boys
And their idea of fun
Is being in a gang called The Disciples
High on crack, totin' a machine gun
E il governo lesina fondi per mandare l'uomo nello spazio con missioni fallimentari (come la tragedia dello Space Shuttle)
It's silly, no?
When a rocket ship explodes
And everybody still wants to fly
Some say a man ain't happy
Unless a man truly dies
Oh why
ma non ne mette a disposizione abbastanza per aiutare una donna povera che non sa come mantenere suo figlio
Sister killed her baby 'cuz she couldn't afford to feed it
And we're sending people to the moon
Questi sono i tempi, dice il genio di Minneapolis, dove la dipendenza agli stupefacenti può partire da un semplice spinello per poi arrivare all'uso di eroina 
In September my cousin tried reefer for the very first time
Now he's doing horse, it's June
La visione di Prince è negativa, se non tragica, arrivando a pensare all'arrivo di un conflitto nucleare che spazzerà via il genere umano
Baby make a speech, Star Wars fly
Neighbors just shine it on
But if a night falls and a bomb falls
Will anybody see the dawn
Al di là di questi 'tempi bui' comunque Prince ci offre una soluzione, che suona una speranza. Perché non si può solo vedere la morte, ma si deve anche inneggiare all'amore. E l'amore è l'arma per sconfiggere il degrado del suo tempo, e solo l'amore ci salverà, e bisogna anche fare in fretta, prima che sia troppo tardi. Sposiamoci, facciamo figli, perché questi sono tempi infami, ma possono sempre migliorare.
Sign O the Times mess with your mind
Hurry before it's too late
Let's fall in love, get married, have a baby
We'll call him Nate... if it's a boy




martedì 18 aprile 2017

FILMOGRAFIA: Marilyn Monroe



NOME: Marilyn Monroe
ALL'ANAGRAFE: Norma Jean Mortensen
DATA DI NASCITA: 01/06/1926
DATA DI MORTE: 05/08/1962
LUOGO DI NASCITA: Los Angeles, California, Stati Uniti
PROFESSIONE: Attrice




ATTRICE:
(1962) Something's Got to Give - Ellen Wagstaff Arden
(1961) Gli spostati - Roslyn Taber
(1960) Facciamo l'amore - Amanda Dell
(1959) A qualcuno piace caldo - Sugar Kane Kowalczyk
(1957) Il principe e la ballerina - Elsie Marina
(1956) Fermata d'autobus - Cherie
(1955) Quando la moglie è in vacanza - La ragazza
(1954) Follie dell'anno - Vicky Hoffman/Vicky Parker
(1954) La magnifica preda - Kay Weston
(1953) Come sposare un milionario - Pola Debevoise
(1953) Gli uomini preferiscono le bionde - Lorelei Lee
(1953) Niagara - Lorelei Lee
(1952) La giostra umana -
(1952) Il magnifico scherzo - Miss Lois Laurel
(1952) La tua bocca brucia - Nell Forbes
(1952) Matrimoni a sorpresa - Annabel Jones Norris
(1952) La confessione della signora Doyle - Peggy
(1951) Mia moglie si sposa - Joyce Mannering
(1951) Le memorie di un Don Giovanni - Roberta "Bobbie" Stevens
(1951) L'affascinante bugiardo - Harriet
(1951) Home Town Story - Iris Martin
(1950) Il Messicano - Dusky Ledoux
(1950) Eva contro Eva - Miss Casswell
(1950) Lo spaccone vagabondo - Polly
(1950) Giungla d'asfalto - Angela Phinlay
(1950) La figlia dello sceriffo - Clara (non accreditato)
(1949) Una notte sui tetti - Cliente al Grunion
(1948) Orchidea bionda - Peggy Martin
(1948) Green Grass of Wyoming -
(1948) Scudda Hoo! Scudda Hay! - Girl in Canoe
(1948) You Were Meant for Me -
(1947) Dangerous Years - Evie
(1947) The Shocking Miss Pilgrim - Operatrice telefonica (non accreditato)

giovedì 13 aprile 2017

RECENSIONE: Revolutionary Road


Il fascino indiscreto di una recensione retrò



Titolo: Revolutionary Road
Id, USA, UK 2008
Cast: Kate Winslet, Leonardo DiCaprio, Michael Shannon, Katie Bates.
Sceneggiatura: Justin Haythe
Regia: Sam Mendes

Durata: 119'

Frank (Leonardo DiCaprio) ed April Wheeler (Kate Winslet) sono una coppia perfetta: giovani, belli, due splendidi bambini, hanno una casa sul curato viale di Revolutionary Road, nella periferia di New York.
Non è tutto oro quel che luccica: Frank si concede delle scappatelle con una collega a lavoro, ma è April che mal sopporta la sua condizione di desperate housewife e sogna Parigi.
Parigi è la soluzione a tutto. Ma April rimance incinta e i loro sogni andranno in frantumi.
Prima di Betty Draper - la moglie frustrata del Mad Men Don Draper - c'era April Wheeler. Entrambe donne che sognavano una carriera nel mondo dello spettacolo - Betty era modella, April sognava di diventare un'attrice, hanno dovuto mettere via nel cassetto i propri sogni e aspirazioni, per diventare madri e mogli perfette. Ma una volta tolta la maschera della perfezione si evince un crogiuolo di rimpianti, risentimenti, rinfacciate e nevrosi - facendo incrinare l'immagine quasi salvifica della madre e moglie modello.
Revolutionary Road è il sogno americano che si spezza. E Sam Mendes dopo aver impietosamente criticato la famiglia americana con American Beauty, rincara la dose prendendo l’omonimo romanzo di Richard Yates - materiale perfetto per tracciare un DNA ‘corrotto’ nelle radici che ha portato la famiglia americana contemporanea allo sfascio. Mendes crea un solido dramma che ha un’impronta teatrale e si affida a due grandi prove attoriali di Kate Winslet (all’epoca moglie di Mendes) e Leonardo DiCaprio.
Dietro la bellissima facciata della casa in Revolutionary Road - effimero frutto dell'American way of life che scopre il benessere, vi è una sorta di prigione dorata per questa giovane coppia che ha tutto dalla vita, ma in realtà entrambi soffrono frustrazioni e malesseri dalla quale fuggire.
La casa diventa il luogo in cui vomitarsi in faccia le frustrazioni, la rabbia, le incomprensioni.
Come un uccellino in gabbia, April vorrebbe volare via e iniziare una nuova vita con Frank e i bambini.
Parigi è la risposta: via da questa routine, via dalla noia. April la 'primordiale' femminista ante litteram può prendere in mano la sua vita e reinventarsi al di là di colazioni, pranzi, bambini da mettere a letto, e cene squisite con i vicini. Via dalla noia, via da una vita fatta di insoddisfazioni, insoddisfazioni che attanagliano anche Frank - odia il suo lavoro e il fatto di essere diventato una pallida copia del padre, e manifesta il suo risentimento verso la vita coniugale asfittica tradendo April. La tradisce per far valere la sua virile figura di uomo in una società dove si fa fatica a tenere a bada la propria moglie dietro i fornelli. Frank non riesce a tenere ferma April, le sfugge di continuo: April cerca disperatamente di diventare un’attrice, ma fallisce. cerca disperatamente di fuggire, ma fallisce. Cerca di essere felice, ma fallisce. Perché rimane incinta.
Una terza gravidanza inaspettata e non voluta. April vuole abortire. Lei non vuole diventare madre di nuovo. Non vuole annegare in una spirale di pannolini, pappe e notti insonni. Non sono questi i progetti di April. Ha già rispettato le regole diventando madre di due bellissimi bambini e ha sopperito come meglio poteva il ruolo di moglie e casalinga devota.
Ma adesso April vuole qualcosa per sé. E Parigi è un modo per sfuggire da quella morsa.
Ma Frank non capisce. Frank non vuole perdere la propria mascolinità e vuole che tutto rientri nei giusti binari. Frank non capisce la modernità (e le conseguenti nevrosi) di April. Solo John, il figlio dei vicini (Michael Shannon) - geniale matematico vittima di un esaurimento nervoso,  ha capito che la famiglia Wheeler non è così perfetta, vedendo quella crepa impercettibile che finirà per diventare una voragine.
Come il Fool di Re Lear, John capisce il malessere che infetta la splendida casa di Revolutionary Road, e non ha paura di dire la verità e di svelare l’ipocrisia che si nasconde dietro quella famiglia che tutti ammirano. Verità che brucia e che fa aprire gli occhi ad April, che decide di prendere in mano il proprio destino, contro il volere di Frank. Ma l’America non è ancora pronta per donne così moderne, e April viene punita.
La casa di Revolutionary Road era abitata da una splendida famiglia, devastata da una tragedia. I vicini dicono così, la realtà è diversa, e solo le pareti di quella casa cosa è realmente successo. Fuori tutto è perfetto, perché l’America è perfetta. Il perbenismo trionfa. Ancora per poco.


Voto: 8

giovedì 6 aprile 2017

FILMOGRAFIA: Viola Davis



NOME:
Viola Davis
DATA DI NASCITA: 11/08/1965
LUOGO DI NASCITA: Saint Matthews, South Carolina, USA
PROFESSIONE: Attrice




ATTRICE:

(2016) Barriere - Rose
(2016) Suicide Squad - Amanda Waller
(2015) Blackhat -
(2014) Get On Up - La storia di James Brown - Susie Brown
(2013) La scomparsa di Eleanor Rigby - Lillian Friedman
(2013) Prisoners - Nancy Birch
(2013) Ender's Game - Major Gwen Anderson
(2013) Beautiful Creatures - La sedicesima luna - Amma
(2012) Love, Marilyn - I diari segreti - Se stessa
(2012) Won't Back Down - Nona Alberts
(2011) Molto forte, incredibilmente vicino - Abby Black
(2011) The Help - Aibileen Clark
(2010) Innocenti bugie -
(2010) Mangia, prega, ama - Delia
(2010) Giustizia privata - Sindaco di Philadelphia
(2009) State of Play - Dr. Joy Jackson
(2009) Madea Goes to Jail - Ellen
(2008) Il dubbio - Mrs. Miller
(2003-2008) Law & Order: Special Victims Unit (Serie Tv) - Donna Emmett
(2008) Come un uragano - Jean
(2008) The Andromeda Strain (Film Tv) - Dr. Charlene Barton
(2008) Brothers & Sisters (Episodio Tv: Double Negative) - Ellen Snyder
(2007) Traveler (Serie Tv) - Agente Jan Marlow
(2007) Sea Change - Delitto perfetto (Film Tv) - Molly Crane
(2007) Disturbia - Detective Parker
(2007) Fort Pit (Film Tv) -
(2006) Life Is Not a Fairytale: The Fantasia Barrino Story (Film Tv) - Diane Barrino
(2006) World Trade Center - Madre in Ospedale
(2006) Senza traccia (Episodio Tv: White Balance) - Audrey Williams
(2006) Jesse Stone: Death in Paradise (Film Tv) - Molly Crane
(2006) The Architect - Tonya Neely
(2006) Jesse Stone: Night Passage (Film Tv) - Molly Crane
(2005) Syriana - CIA (Non Accreditata)
(2005) Get rich or die tryin' - Nonna
(2005) Threshold (Episodio Tv: Shock) - Victoria Rossi
(2005) Stone Cold - Caccia al serial killer (Film Tv) - Molly Crane
(2004) Century City (Serie Tv) - Hannah Crane
(2003) The Practice - Professione avvocati (Episodio Tv: We the People) - Aisha Crenshaw
(2003) Hack (Episodio Tv: Third Strike) - Stevie Morgan
(2002) Solaris - Gordon
(2002) CSI: Scena del crimine (Episodio Tv: The Execution of Catherine Willows) - Attorney Campbell
(2002) Antwone Fisher - Eva May
(2002) Lontano dal paradiso - Sybil
(2002) The Division (Episodio Tv: Remembrance) - Dr. Georgia Davis
(2002) Law & Order: Criminal Intent (Episodio Tv: Badge) - Terry Randolph
(2002) Father Lefty (Film Tv) -
(2001) Kate & Leopold - Agente di polizia
(2001) Camelot - Squadra emergenza (Episodio Tv: Act Brave) - Margo Rodriguez
(2001) The Guardian (Episodio Tv: The Men from the Boys) -
(2001) Providence (Episodio Tv: You Can Count on Me) - Dr. Eleanor Weiss
(2001) The Shrink Is In - Robin
(2001) Amy & Isabelle (Film Tv) - Dottie
(2000) Traffic - Assistente sociale
(2000) City of Angels (Serie Tv) - Infermiera Lynnette Peeler
(2000) Giudice Amy (Episodio Tv: Blast from the Past) - Celeste
(1998) Grace & Glorie (Film Tv) - Rosemary Allbright
(1998) Out Of Sight - Moselle
(1998) The Pentagon Wars (Film Tv) - Platoon Sgt. Fanning
(1996) New York Undercover (Episodio Tv: Smack Is Back) - Mrs. Stapleton
(1996) New York Police Department (Episodio Tv: Moby Greg) - Donna
(1996) Il colore del fuoco - Infermiera

venerdì 31 marzo 2017

RECENSIONE: Frances Ha


*Il fascino indiscreto di una recensione retrò *



Titolo: Frances Ha
Id,. USA, 2012
Cast: Greta Gerwig, Mickey Sumner, Adam Driver.
Sceneggiatura: Greta Gerwig.
Regia: Noah Baumbach.
Durata: 82'


La generazione di oggi vuole fare questo, vuole fare quello, ma non ha voglia di farlo veramente.
E' un po' brutale messa così, o meglio come la mette in bianco e nero Noah Baumbach, che con Frances Ha potrebbe essere perfettamente catalogato come radical chic - proprio da coloro che non sanno che etichetta indossare per presentarsi agli occhi del mondo.
Negli anni Novanta c'era la Slacker Generation (rappresentata da Baumbach stesso nel suo ultimo film, While We're Young), nel Ventunesimo secolo, c'è... Boh, non si sa cosa c'è.
Se Frances fosse un oggetto di studio cinematografico, finirebbe per essere la figlia di un 'certo' Benjamin Braddock, che anche lui non aveva uno scopo nella vita dopo la laurea.
Se Frances fosse un oggetto di studio sociologico, finirebbe nella categoria 'eterno Peter Pan'- tanto usata per classificare quei giovanotti che stanno tanto bene a casa e che non pensano assolutamente di sposarsi perché niente e nessuno rammenda i calzini e fa una cena favolosa come solo la mamma sa fare.
Ecco, Frances ne sembra la variante. Scioccamente la si può etichettare come 'sindrome di Trilly'?
Baumbach presenta la nostra 'eroina' scanzonata, che balla al parco e scorrazza in giro con la migliore amica Sophie (Mickey Sumner), che lavora per una casa editrice. 
Frances fantastica con Sophie di coabitare in un appartamento nel Village, di diventare una ballerina e la sua amica una famosa scrittrice, condividendo tutto con lei, tanto da rompere con il suo fidanzato (prendere un gatto insieme e vivere come una famigliola, stai scherzando vero?).
Però Sophie ha fatto uno step in più: si è fidanzata, si trasferisce prima a Tribeca (che Frances non può permettersi), poi si trasferisce in Giappone. E Frances rimane così, immobile. Perché sognare è facile, ma mettere in pratica, 'sbattersi', un po' meno.
Sophie si evolve, Frances, no.
Sophie è cresciuta, Frances no.
Sophie sa (al momento) cosa vuole dalla vita, Frances anche, ma non ha la forza o semplicemente la voglia di reagire e cambiare radicalmente la sua vita.
Certo, vive a New York, ma fa fatica a sbarcare il lunario. Vuole fare la ballerina, ma non ha la motivazione necessaria e non combatte per ottenere ciò che vuole.
Più che definirla inconcludente, Frances sembra stritolata dalla sua situazione in stallo. Cerca di vivere con nuove persone (artisti mantenuti dai genitori), una nuova amica con cui ca**eggiare come con Sophie. Però non funziona.
Si sente un pesce fuor d'acqua. Sembra quasi un'aliena tra tutte queste persone con i piedi per terra, come la sua amica Sophie.
Sophie però mica è messa molto meglio. Segue alla perfezione le regole: lavoro, famiglia, vita borghese ad ottimi standard. Sophie taglia i rapporti con Frances, ma non è felice, è in crisi. 
Sophie sa cosa vuole, ma una volta ottenuto scopre che non è soddisfatta.  Frances non sa cosa vuole, e scopre che non è soddisfatta altrettanto.
Questa situazione di perenne immobilità la porta dappertutto e da nessuna parte: New York, dove vive in modo bohémiene tra locali fighi e conti salati da pagare, Sacramento  dove si sente al sicuro a casa dei genitori, Parigi dove passa un weekend in estrema solitudine e senza aver assaporato o goduto niente della fascinosa metropoli. 
E con il soggiorno Parigino Baumbach focalizza la sensazione di Frances di vivere persa nel vuoto, senza una meta e senza uno scopo preciso, sprecando tante occasioni che bussano alla porta. Perché Frances sa che la sua vita è un casino, però non sa da che parte cominciare a raccogliere i cocci e rimettersi in carreggiata.
Baumbach sembra non volere fare sconti alla generazione '?' e allora non fa regali a nessuno, facendo arretrare Frances, facendole toccare il fondo, facendola dormire nel dormitorio della sua università, facendole fare lavori saltuari.
Ecco, Frances finalmente (o almeno, si spera) ha capito la lezione e abbassa il tiro, arrivando a fare compromessi con una vita piena di incognite. 
E Frances Hallaway ristretto in 'Ha' sul nome del citofono è un buon inizio.
Con Frances Ha, Noah Baumbach ritorna allo stile ormai considerato 'vintage' dei film indipendenti tipici degli anni Novanta, girato per strada strizzando volutamente l'occhio un po' a Godard e al suo Fino all'ultimo respiro, un po' allo stile nevrotico/newyorkese di Woody Allen - mettendoci di suo i conflitti generazionali e lo smarrimento di una gioventù che credeva di potere avere tutto, e invece non ha ricevuto niente. Con l'aggravante di non sapere agguantare con tenacia e testardaggine ciò che si vuole.
E se lo stile di Baumbach risulta un po' leccatino e vagamente 'parac*lo', non si può negare una certa empatia e simpatia per questa scombinata ragazza, che si definisce 'infidanzabile'.
Frances Ha è una commedia ben scritta dalla brava protagonista Greta Gerwich - una commedia leggera dal retrogusto amarognolo, ma anche uno sguardo su una società un po' persa per strada.

Voto: 7

giovedì 30 marzo 2017

CULT MOVIE: I tre volti della paura (Black Sabbath)



Titolo: I tre volti della paura
Italia, 1963
Cast: Boris Karloff, Mark Damon, Michèle Mercier, Milly Monti.
Sceneggiatura: Marcello Fondato, Alberto Bevilacqua, Mario Bava
Regia: Mario Bava
Durata: 92'



Cosa hanno in comune Guy De Maupassant, LevTolstoj e Anton Checov? La capacità di saper raccontare le paure dell’animo umano tra realtà e fantasia. E nellemani di Mario Bava diventano uno strumento per suscitare terrore e inquietudine.
Una donna elegante viene assillata in continuazione da telefonate anonime. Il suo aguzzino la desidera, ma al tempo stesso la vuole uccidere. E se fosse il suo ex amante scappato di prigione?
Rosy ad un tratto si sente prigioniera del luogo più sicuro al mondo: la propria casa. Cerca di bloccare la porta, spegne le luci per far finta di non essere in casa, ma poi le riaccende per sentirsi più tranquilla. Ma nel silenzio più assoluto ecco che il telefono suona di nuovo, con una voce sempre più minacciosa. L’unica soluzione è chiamare la sua migliore amica Mary, con la quale ha un rapporto particolare che va al di là della semplice amicizia, interrotta proprio per volere del suo ex amante, ora fuggitivo.
Rosy sembra tranquilla, ma il colpo di scena è dietro l’angolo. ..
Il telefono è un sottile filo di erotismo che lega le due protagoniste viene legato con la suspence e il terrore di una donna indifesa che non sa come difendersi da una minaccia a lei sconosciuta. Suspence con una scena che sembra omaggiare Il delitto perfetto di Alfred Hitchcock, La telefonata è un episodio girato con mestiere ed elegante, utilizzando con efficacia la musica e gli effetti sonori (lo squillo del telefono, che ha la funzione di una chiamata della morte).
Bava ha la bravura di far entrare l’elemento horror in un ambiente domestico, dove una donna sola si sente all’improvviso in trappola, come un topolino in una gabbia. Trasformando a sua volta il focolare domestico in quattro mura dove non si ci si può sentire più al sicuro.
Successivamente Bava abbandona l’ambiente contemporaneo borghese per introdurre lo spettatore in un paese sperduto, dove incombe una minaccia. E qui dimostra di sapersela cavare alla grande negli spazi aperti, dove la foresta innevata è un ricettacolo di oscuri presagi di morte.
Un giovane cerca ristoro presso una famiglia, che attende con ansia il ritorno del capo famiglia. Ma leggenda narra che se ritorna dopo 5 giorni, potrebbe trasformarsi in un Wurdalak, un vampiro e uccidere le persone che ama. Nulla promette qualcosa di buono: il cane non riconosce più il suo padrone di casa (Boris Karloff), ululando incessantemente. E se fosse un Vurdulak? Il Wurdalak è un vampiro, e come tutti i vampiri è a caccia di sangue. E se le prede fossero la sua stessa famiglia?
Bava introduce il dubbio nei membri della famiglia, divisi tra la necessità di difendersi da un (possibile) vampiro, e credere ciecamente nella “bontà” di un padre di famiglia. Ma il seme del male è entrato e piano piano viene a insinuarsi nella famiglia. Bava getta i suoi personaggi nell’incubo, che nasce nel nucleo familiare: e se nel primo episodio rendeva la casa come il luogo meno sicuro in assoluto, in questo secondo episodio mette in guardia lo spettatore nei pericoli insiti nella famiglia stessa, il nucleo dove si è protetti in assoluto. E getta anche un alone di inettitudine nel giovane forestiero, che dovrebbe essere il principe che salva la bella Svenka dalla furia del WurdAlak, ma che alla fine è capace solo di fuggire, mettendo molte ombre sull’eroe che dovrebbe essere senza macchia e senza paura.
I Wurdalak rappresenta l’escursus nel classico del cinema horror con la classica storia di vampiri. Nelle mani di Bava però è una parabola sulla morte che è più forte dell’amore. Amore che non riesce a sconfiggere la morte.
Mai cedere alla cupidigia. Lo scopre a sue spese un’infermiera (Milly Monti) che deve vestire il cadavere di una medium e vede quell’anello luccicante che, come una gazza ladra, attira la sua curiosità. Come luccica quell’anello, sembra sussurrarle “prendimi” e lei lo prende, come ricompensa per il lavoro svolto. Ma il cadavere dell’anziana medium la fissa con quegli occhi vitrei e freddi resi tali dalla morte, con gli occhi spalancati e la bocca storta. E la punisce. Comincia a infastidire l’infermiera con una gocci d’acqua. Che scende, scende dando fastidio. Ma l’infermiera non vuole rinunciare all’anello. Così il fantasma bussa alla sua porta per rivendicare ciò che suo e punirla. Perché quell’anello è maledetto e prendendolo ha accolto la sua maledizione. Se vuoi prendere qualcosa che non ti appartiene, devi pagarne le conseguenze. Ma non si impara mai la lezione e l’anello finisce in mano a qualcun altro colto da altrettanta cupidigia. E la goccia d’acqua torna a tormentare.
La goccia d’acqua è il classico episodio dei fantasmi, tramutandolo però in una parabola del “non desiderare la roba d’altri”, dove l’avarizia e la cupidigia vengono puniti dallo spirito malvagio. Bava ha la bravura di usare il sonoro come elemento di tensione (il rumore della goccia che scende) e l’uso della fotografia per enfatizzare l’aspetto mostruoso della medium deceduta. Il tutto con pochi mezzi a disposizione.
Uh, grande errore considerare Mario Bava un autore horror di serie B. Grande errore. Il fatto che sapesse fare film in economia, rispetto alla raffinatezza stilistica del Dario Argento dei tempi d’oro, lo avvicina più a Roger Corman che all’autore di Profondo rosso. Che, per inciso, deve tutto al maestro del brivido all’italiana. Anche perché Bava aveva sì pochi mezzi a disposizione, ma possedeva una grande maestria nel saperli usare, come una 'banale' carrellata che si avvicina lentamente al telefono, che diventa un'arma per spaventare a morte la bellissima Rosy nell'episodio La Telefonata.
I tre volti della paura è un classico del cinema horror, dove Mario Bava mostra la sua maestria nel girare in spazi chiusi, mostrando una tecnica registica fluida e perfetta. Al di là delle storie del terrore fatte da pazzi, vampiri e fantasmi, la capacità di Bava sta nel creare la giusta atmosfera con le luci, il senso di claustrofobia che attanaglia nel primo episodio, gli inseguimenti nei boschi a cavallo che tengono col fiato sospeso (di cui Tim Burton è debitore nel suo splendido Sleepy Hollow), e l’uso del sonoro con quel fastidioso ticchettio di una goccia d’acqua; per non parlare di quel volto deformato dalla morte ancora in grado di incutere timore a distanza di cinquanta anni.
Tutti i grandi registi (e anche un “certo” Ozzy Osbourne) gli sono debitori: da Dario Argento a Quentin Tarantino. Ma la bravura di giocare con il mezzo cinematografico con leggerezza e bravura spetta a Bava, che svela i trucchetti alla fine del film, con il mitico Boris Karloff che galoppa su un cavallo finto, con cinque membri della troupe che corrono come forsennati agitando delle felci. E noi che credevamo fosse una vera cavalcata in un bosco terrificante.Chapeau.

Voto: 8

martedì 28 marzo 2017

ATOMIC DAYS - Matinee

Marzo è il mese in cui è stata scoperta la radioattività, e allora uno sparuto gruppetto di blogger ha deciso, grazie all'idea di Lazyfish di celebrarla con un day dai toni atomici. Director's cult ha scelto Matinee di Joe Dante.






Titolo: Matinee
Id., USA 1993
Cast: John Goodman, Cathy Moriarthy, Simon Fenton.
Sceneggiatura: Charles S. Haas
Durata: 99'
Regia: Joe Dante


Metà uomo, metà formica, intero è lo spavento! Con questo slogan Lawrence Woosley arriva in una piccola cittadina della Florida per promuovere il suo film Ant Man, dove un uomo viene morso da una formica mentre stava effettuando una lastra dal dentista. Nessuna carie per fortuna, ma il malcapitato diventa un mutante a causa  delle radiazioni. E le radiazioni spaventano, soprattutto quando sono gli anni Sessanta e la crisi missilistica di Cuba terrà la nazione col fiato sospeso per 13 giorni.
Mentre il braccio di ferro tra John Fiztgerald Kennedy e Nikita Krusciov continua, il giovane Gene (Simon Fenton) cerca di vivere la sua vita scacciando le preoccupazioni familiari (il padre è un ufficiale della marina in missione a Cuba) vedendo film dell'orrore. Film che produce Woosley, che sfrutta la paura collettiva per lanciare il suo film, facendo della premiere una giornata indimenticabile con effetti speciali, scosse che provengono dalle poltrone per far sobbalzare lo spettatore, con tanto di uomo formica che sbuca all'improvviso per spaventare il pubblico. 
Il cinema è un mezzo di intrattenimento, ma nelle mani di Joe Dante e del suo piccolo gioiellino Matinee, diventa una catarsi che libera dallo spettro della bomba atomica.
Nel 1961 Dante aveva 15 anni proprio come il giovane Gene, e Matinee non mette in scena solo la crisi missilistica di Cuba vista con gli occhi di un teenager, ma è anche un affettuoso omaggio al cinema mainstream (brutto dire di serie B) dei film dell'orrore.
Dante infatti omaggia William Castle (che produsse anche Rosemary's Baby di Polansky), che non si limitava a dirigere e produrre film horror, ma regalava allo spettatore sensazioni di puro spavento con i mostri dei suoi film che sbucavano in sala all'improvviso con tanto di kit anti vomito sotto la poltrona come in aereo. E Castle si incarna in Woosley che con cinismo e buon senso degli affari sfrutta l'isteria collettiva con il suo film dell'orrore fatto di uomini formica, offrendo però un mezzo per liberarsi dalle ansie che non possono essere cancellate da un paio di mani messe dietro la nuca, usando la teoria dello struzzo 'occhio non vede, cuore non duole', nel tentativo di eliminare la paura come quando si vede un film spaventoso che ti porta a chiudere gli occhi.
Film dell'orrore che invece vanno visti ad occhi aperti, evitando di chiuderli per lo spavento. Solo così si potrà esorcizzare la paura. Nella vita reale però la paura è alimentata dalla paranoia di un possibile bombardamento nucleare, così a scuola ti insegnano a scappare, gettarti per terra e nascondere la testa tra le mani appena senti la sirena.
E se fosse tutta una menzogna? Basta nascondere la testa come fa lo struzzo  per evitare che la bomba atomica ti colpisca? La giovane Sandra (Lisa Jakub) denuncia l'nutilità di questa esercitazione, che porta più a nascondersi da una minaccia che potrebbe diventare realtà e che il popolo americano può solo subire senza poter fare nulla.
L'unica soluziione per Gene è eliminare l'incubo atomico andando al cinema dove proiettano Antman, lasciando le reali angosce agli adulti. Sono gli adulti che angosciano i ragazzi, che tentano di vivere una vita normale preoccupandosi più di conquistare la ragazza popolare di turno e ascoltare dischi dal contenuto sconcio di nascosto, facendosi condizionare poco dalle dicerie e preoccupazioni dei genitori. E sono gli adulti che boicottano Woosley e Antman, perché è un film che potrebbe far venire le convulsioni ai ragazzini, cercando di censurare il film per proteggere i ragazzi da qualsiasi minaccia. 
Come se i liceali non avessero già le loro 'beghe' quotidiane, come la difficoltà di stringere nuove amicizie a casua di continui spostamenti, la mancanza di una figura genitoriale presente (Gene non può neanche telefonare al padre in missione per questioni di sicurezza), o fuggire dal bullo di turno che è anche stato in riformatorio; anabolizzando le informazioni degli adulti cercando di avere un punto di vista più ottimista e anche più sensato.
E Dante punta il dito sull'isteria collettiva dei grandi che si lasciano prendere da un'insensata paranoia, arrivando a costruire un bunker sotterraneo come il padrone del cinema, che vive in costante ansia ascoltando le news alla radio e mettendo in pericolo Gene e Lisa quando finiscono intrappolati per sbaglio, rischiando di morire per mancanza d'aria in un posto costruito appositamente per sentirsi al sicuro dalla grande minaccia nucleare.
Matinee è un affettuoso omaggio al cinema horror degli anni Cinquanta, un cinema che Dante ha divorato da ragazzino, con uno strepitoso John Goodman che veste i panni di Castle alla perfezione. Curato nei minimi dettagli e con un Antman che potrebbe benissimo essere un film a sè, è un film godibile e divertente che sa comunque riflettere su un periodo storico ansiogeno per gli USA. 
Dante, consueto al suo stile (che arriverà al massimo con La seconda guerra civile americana) con cinico divertimento irride la campagna di terrore che ha vissuto l'America negli anni Sessanta, arrivando probabilmente alla sua catarsi personale, scrollandosi (forse) tutte le paure che ha dovuto sopportare da ragazzino. Per fortuna che c'è il cinema, che offre la fuga dalla realtà per un paio d'ore, anche se a volte rappresenta il reale meglio di una news alla televisione.

Voto: 7,5

Hanno collaborato:

Solaris
Non c'è paragone

venerdì 24 marzo 2017

SPOT REVIEW: Trio Daisy By Marc Jacobs




Titolo spot: Trio Daisy by Marc Jacobs
USA, 2014
Regia: Sofia Coppola.
Durata: 31''


M'ama... Non m'ama... M'ama... Non m'ama... La risposta è  nelle margherite, interrogate da una fanciulla immersa in un prato fiorito.
Quattro ragazze eteree come le ninfe, uscite da un quadro di Botticelli, si lasciano andare alla leggerezza dell'estate che sta arrivando, con i suoi caldi raggi dorati che accarezzano la loro pelle delicata.
L'estate è il tempo dedicato ai sogni, al relax, a lunghe passeggiate immerse nella natura, per poi  raccontarsi i propri segreti e le proprie aspirazioni in riva al fiume. 
Questo universo etereo lo crea Sofia Coppola, che offre il suo talendo girando per lo stilista statunitense Marc Jacobs uno spot per il suo profumo più famoso, Daisy - confermando ancora una volta il suo speciale rapporto con la moda.
Sofia Coppola con Trio Daisy by Marc Jacobs realizza uno spot pubblicitario giovane, fresco e dalle atmosfere sognanti.
La regista sembra riprendere la fanciullezza e l'innocenza del suo film d'esordio Il giardino delle vergini suicide, prendendo però solo il lato spensierato della giovinezza - quattro angeli che corrono incontro alla gaiezza che l'età consente a loro di assaporare, creando momenti indimenticabili, che ritorneranno alla memoria con due gocce di profumo.
E' come se volesse regalare alle sorelle Lisbon una nuova vita, assaporando la spensieratezza che solo l'estate può regalare, dove una margherita racchiude la speranza dell'amore.
M'ama... Non m'ama... M'ama... Non m'ama...

giovedì 23 marzo 2017

GOODBYE: Addio a Tomas Milian

Carla, che è quell'aria, quello scontento? Allora vuoi dare ragione a Lisa. Mi ha fatto una lezione di grammatica elementare della vita stasera, secondo cui tu dovresti essere serena e felice. Non ti manca niente.
(Carlo - Gli indifferenti, 1964)


Tomas Milian (1933- 2017)

mercoledì 22 marzo 2017

LEZIONE DI CINEMA: L'off screen sound in C'era una volta il West



Il bello del cinema è che si può creare un mondo dove i pensieri, la musica e i rumori prendono vita autonoma, come se si materializzasse un flusso di coscienza che di solito è quasi una esclusiva di un certo tipo di letteratura (Italo Svevo, Marcel Proust, Virginia Woolf ne furono i massimi esponenti). 
Nel cinema questo flusso di 'rumori' ci sono, ma non si vedono, grazie alla tecnica dell'off screen sound. In che senso? Come nella musica extradiegetica, che accompagna il film e il personaggio che non può udire la musica, fungendo da colonna sonora (a differenza della musica diegetica che avviene in campo, per esempio quando un personaggio suona il pianoforte a una festa), il suono è anch'esso fuori dal campo, ma a differenza della musica extradiegetica, il personaggio sente il rumore/canzone/suono, mentre lo spettatore non può risalirne la fonte. In questo caso il suono è acusmatico (cioè fuoricampo) e diegetico (che viene sentito dal personaggio) 
Uno degli esempi di off screen sound avviene in C'era una volta il West (1968). Nella scena finale, il personaggio di Charles Bronson, Armonica. viene inquadrato in primissimo piano mentre si volta all'orizzonte perché sente il fischio del treno che sta per arrivare in città, ma noi non capiamo da dove arriva finché il dolly non alza l'inquadratura facendo uscire dal campo visivo Bronson per inquadrare il treno in lontananza (che arriva mediante l'uso di un campo lungo). 
La bellezza di questo espediente tecnico, miscelato con la musica extra-diegetica di Ennio Morricone, conferisce alla scena realismo, con un tocco di liricità che chiude alla perfezione questo grande western di Sergio Leone

domenica 19 marzo 2017

MONOGRAFIA: Joan Fontaine



 Bellezza, fragilità e insicurezza. Queste erano le caratteristiche che forgiavano i personaggi di Joan Fontaine - in arte Joan de Beavoir de Havilland - nacque a Tokyo il 22 ottobre del 1917. 
Si trasferì in America da bambina, in seguito alla separazione dei genitori, anche se all'età di 15 anni decise di raggiungere il padre in Giappone dove visse per due anni. 
Decisa a voler entrare nel mondo dello spettacolo, dovette cambiare il proprio cognome perché la a madre era in disaccordo, così l'aspirante attrice usò il cognome d'arte Fontaine.
Esordì nel mondo del cinema nel 1935, dopo aver studiato recitazione con Max Reinhardt, facendo il suo esordio nella pellicola Call it A Day, mostrando già un talento naturale per ruoli di donna fragile e insicura. Dopo l'esordio, venne scritturata dalla RKO, ma dopo l'ottimo esordio, conseguì una serie di flop cinematografici, tra cui Una magnifica avventura (1937) a fianco di Fred Astaire e una serie di ruoli in cui recitava la parte dell'ereditiera eccentrica, come in Gunga Din di Roger Stevenson e Donne (1940) di George Cukor, al fianco di Joan Crawford e Norma Shaer. 
Questi ruoli non le consentirono di ottenere la celebrità sperata, tale che la RKO decise di non rinnovarle il contratto. Fortunatamente per lei arrivò una festa, l'incontro con il produttore David O'Selznick (lo stesso di Via col vento in cui recitò la sorella maggiore Olivia de Havilland) che le diede il ruolo da protagonista in Rebecca (1940), diretto da Alfred Hitchcock. 
Joan Fontaine dimenticò i ruoli eccentrici per diventare una donna anonima che vive con l'incubo del fantasma Rebecca, la prima moglie di Max De Winter. E divenne una diva.
Nel 1940 ottenne la sua prima nomination agli Oscar, ma dovette aspettare l'anno successivgo grazie a Il sospetto (1941), nel ruolo di una donna ricca che sposa un fascinoso fannullone (Cary Grant) divorata dal dubbio che voglia ucciderla per il suo patrimonio. 
Joan Fontaine finì per battere la sorella Olivia, anche lei nominata per La porta d'oro, arrivando a un'accesa rivalità tra lei e la sorella, che esordì al cinema per prima e ottenne successo nel 1939 nel ruolo della dolce Melania in Via col vento. 
Alla cerimonia degli Oscar Joan Fontaine in colpa per averle sottratto la statuetta, evitò la sorella che volle farle le congratulazioni, arrivando a non parlarsi fino al 1975, anno della morte della loro madre. Successivamente troncarono ogni rapporto.
Successivamente recitò in Sono un disertore di Anatole Litvak (1943) e Il fiore che non colsi dello stesso anno, che le regalò una terza nomination. 
Lavorò poi con il regista Orson Welles, nei panni di attore questa volta, in La porta proibita, versione cinematografica di Jane Eyer, dove lei interpreta la protagonista e lui il burbero Rochester.
Nel 1948 fu protagonista dello struggente melò di Lettera da una sconosciuta (1948), dove interpreta una ragazza di modeste origini che ha una sola notte d'amore con un famoso pianista, interpretato dal tormentato Louis Jourdan.
Con gli anni Cinquanta iniziò il suo declino, raggiungendo comunque un buon successo a Brodaway in pièce come Te e simpatia, mentre al cinema fu diretta da Nicholas Ray ne La seduttrice (1950) ed ebbe un ruolo non accretitato ne Otello diretto da Orson Welles (1952).
Nel 1953 fu diretta da Ida Lupino ne La grande nebbia, nel ruolo di una donna sposato a un uomo che ha un'altra famiglia. 
Decise di lasciare il cinema con l'horror Creatura del diavolo (1966) che co-produsse, per poi approdare alla TV, ottenendo una candidatura agli Emmy con la soap opera Ryan's Hope.
Sulla competizione con la sorella Olivia una volta disse: mi sono sposata prima di lei, ho vinto un Oscar prima che Olivia l'abbia vinto e se dovessi morire per prima, sicuramente lei sarebbe livida dalla rabbia perché l'ho battuta" .

venerdì 17 marzo 2017

NEWS: Alfonso Cauròn gira un nuovo film



Dopo i fasti di Gravity Alfonso Cuaròn torna a girare un film senza le grandi produzioni hollywoodiane, preferendo un piccolo budget per la sua ultima fatica, che si intitolerà Roma. 
Il film racconterà il massacro del Corpus Christi in Messico, avvenuto negli anni Settanta, raccontando la manifestazione di un gruppo di studenti che il 10 giugno del 1971 scesero in piazza per protestare contro l'ineguaglianza del sistema educativo messicano e contro la privatizzazione delle università - manifestazione conclusasi con l'uccisione di molti manifestanti per mano dei paramilitari.
Per raccontare questa storia, Cuaròn ha deciso di optare per un film indie, rinunciando ad attori del calibro di George Clooney e Sandra Bullock (che ha diretto in Gravity) e del super direttore della fotografia Emmanuel Lubezki (tre premi Oscar di fila e collaboratore di Cuaròn per Gravity e I figli degli uomini, ora impegnato in un altro film), avvalendosi del meno conosciut Galo Olivares. 
Cuaròn ha già girato diverse scene del film, ma la produzione è stata funestata dall'aggresione di alcuni membri della troupe, che sono stati picchiati da sconosciuti che hanno cercato di fermare le riprese.
Incidenti a parte, Cuaròn è riuscito ad andare avanti  con le riprese, che a quanto pare sono già terminate e destinate alla fase di post-produzione. 
Questo è uno dei film più intimi del regista, perché racconterà non solo un fatto di cronaca, ma anche molti elementi della storia partono dai ricordi del regista. Il titolo Roma invece è riferito all'evoluzione  e crescita del Messico in tutti i campi, tale da renderla degna di essere paragonata al glorioso impero romano.


mercoledì 15 marzo 2017

MOVIE ON THE ROAD: Gorkji Park



Gorkij Park è uno dei parchi più importanti di Mosca, come Hyde Park a Londra o Central Park a New York. Il parco è stato intitolato in onore di maskim Go'kij, scrittore e drammaturgo sovietico, padre del realismo socialista (movimento artistico e letterario della Russia degli anni Trenta di impronta marxista-leninista).
Il parco nacque nel 1928 nella zona di Krimsky Val, dalla fusione degli ampi giardini del vecchio Golitsyn Hospital col Neskuchny Palace, e ospita fiere e attività ludiche per bambini, e in inverno offre l'opportunità di pattinare, estendendosi lungo il fiume Moscova. 
Infatti il  parco di divide in due parti: una zona è puramente ornamentale, con laghetti e meravigliose fontane, mentre l'altra parte vi è situato una giostra e soprattutto la navicella Buram, che riprende lo Space Shuttle della NASA, progetto spaziale russo mai terminato. 
Il Gorkji Park diventa la scena di un crimine ne Gorky Park (1983) diretto da Michael Apted. Tratto dal romanzo Gorky Park di Martin Cruz Smith, il thriller racconta la storia del ritrovamento di tre cadaveri orrendamente sfigurati e privati delle loro impronte digitali. Il poliziotto russo interpretato da William Hurt indaga sulla morte di queste tre misteriose persone, di cui una donna americana, finendo per essere coinvolto in un gioco pericoloso tra spie, commerci illegali, che combatterà con la collaborazione dei servizi segreti americani (tra cui figura un grande Lee Marvin).

domenica 12 marzo 2017

MUSIC VIDEO REVIEW: Take Me to Church



Titolo: Take Me to Church
Cantante: Hozier.
Guest Star: Sergei Polounine.
Regia: David LaChapelle.
Durata: 4'07''

Musica, balletto e fotografia: un threesome interessante ed esplosivo, soprattutto quando il fotografo (e regista) è David LaChapelle - regista di un videoclip che vede protagonista l'astro nascente e 'bad boy' della danza Sergei Polunin, sulle note di Take Me to Church di Hozier.
LsChapelle noto come 'Fellini della fotografia', da qualche anno ha smesso di panni trasgressivi di fotografo delle celebrità, scoprendo un lato intimista e introspettivo che si rivela anche nel suo lavoro di filmaker; abbandonando definitivamente i colori pop e fluo - il fucsia era il suo marchio di fabbrica- in nome della sobrietà e della semplicità.
Questo videoclip lo dimostra, dove LaChapelle si limita a seguire il ballerino Polunin, giocando con le luci che provengono dalle finestre di quella che a prima vista sembra una chiesa in costruzione o dismessa.
LaChapelle riprende il filo conduttore delle sue ultime opere (La pietà, Il giudizio universale) e investe di luce 'divina' le perfette movenze dell'astro nascente del Bolshoi - offrendo una sua visione del mondo e della religione. 
Sacro e profano si mescolano: la luce tocca il bad boy della danza, la cui purezza di putto viene disturbata dai numerosi tatuaggi che poco si addicono alla classica figura regale del danzatore classico.
I toni neutri e la luce soffusa fa sembrare Polounine quasi un angelo, la cui 'volontà divina' lo spinge a danzare e a volteggiare con grazia, da cui trasuda grinta e determinazione.
Il climax LaChapelle lo raggiunge quando Polounine è nel centro della scena, abbracciato dai fasci di luce che lo investono. Polunin inginocchiato rinasce dalla luce, come se fosse LaChapelle ideasse - a modo suo - La creazione di Adamo di Michelangelo Buonarroti. 
LaChapelle forse non è più il cattivo ragazzo della fotografia, ma la sua svolta e rinascita artistica ha prodotto un gioiellino di forza e delicatezza che non ha eguali - riuscendo a rappresentare la struggente canzone di Hozier con la sola forza della bellezza.



venerdì 10 marzo 2017

FILMOGRAFIA: Ruth Negga






NOME: Ruth
Negga
DATA DI NASCITA: 07/01/1982
LUOGO DI NASCITA: Addis Ababa, Ethiopia
PROFESSIONE: Attrice










ATTRICE:

(2016-2017) Preacher (Serie Tv) - Tulip O'Hare
(2016) Warcraft: L'inizio - Lady Taria
(2016) Loving - Mildred Loving
(2015) Iona - Iona
(2013-2015) Agents of S.H.I.E.L.D. (Serie Tv) - Raina
(2014) Una Vida: A Fable of Music and the Mind - Jessica
(2014) Dark Souls II (Videogame) - Shanalotte (voce)
(2014) Noble - Joan
(2014) The Money (Film Tv) - Erin Foley
(2013) Things He Never Said (Corto) - Rachel
(2013) Jimi: All Is by My Side - Ida
(2013) World War Z - Dottoressa
(2012) Secret State (Mini-Serie Tv) - Agnes Evans
(2012) Fury - Iris
(2011) Hello Carter (Corto) - Dottoressa
(2010-2011) Love/Hate (Serie Tv) - Rosie
(2011) Shirley (Film Tv) - Shirley Bassey
(2011) El Shaddai: Ascension of the Metatron (Videogame) - Ishtar (voce)
(2010) Bleach (Corto) - Anne
(2010) Jacob (Corto) -
(2010) The Nativity (Mini-Serie Tv) - Leah
(2010) Misfits (Serie Tv) - Nikki
(2010) National Theatre Live: Hamlet - Ophelia
(2010) Five Daughters (Mini-Serie Tv) - Rochelle
(2009) Personal Affairs (Serie Tv) - Doris Siddiqi
(2009) Corduroy (Corto) - Tess
(2009) National Theatre Live: Phèdre (Film Tv) - Aricia
(2008) Criminal Justice (Mini-Serie Tv) - Melanie Lloyd/Melanie
(2006) The Four Horsemen (Corto) - Sacerdotessa
(2005) Colour Me Kubrick: A True...ish Story - Lolita (non accreditato)
(2005) Isolation - La Fattoria del Terrore - Mary
(2005) Breakfast on Pluto - Charlie
(2005) 3-Minute 4-Play (Corto) - Donna
(2005) Stars (Corto) - Sophie (voce)
(2004) Love Is the Drug (Serie Tv) - Lisa Sheerin
(2004) Capital Letters - Taiwo
(2004) Doctors (Episodio Tv: "The Replacement") - Wanda Harrison

giovedì 2 marzo 2017

COMING SOON: Loving



Richard Loving ama Mildred, e quando lei rimane incinta, decidono di sposarsi. Come tutte le coppie fanno progetti, ma è difficile quando sono gli anni Cinquanta, vivi in una cittadina rurale degli Stati Uniti d'America e lei è afroamericana.
Nello Stato segregazionista della Virginia infatti il matrimonio interraziale è illegale, ma Richard e Mildred decidono di sposarsi a Washington, ma una volta tornati a casa vengono arrestati dalla polizia locale. 
I coniugi Loving sono costretti a dichiararsi colpevoli, con una pena di 25 anni di esilio da vivere in un altro stato. I Loving tentano di crescere i loro figli a Washington, ma Mildred vuole ritornare a casa, e grazie all'interesse della Lega per i diritti civili, i coniugi Loving tentano una causa che passerà alla storia con il nome Loving Vs. Virginia, per far invalidare le leggi anti-razziali in Virginia.
Jeff Nichols (Take Shelter, Mud Midnight Special) racconta la vera storia di Richard e Mildred Loving, rispettivamente intrepretati da Joel Edgerton (Black Mass) e Ruth Negga (Warcraft), che ha ricevuto la sua prima canditatura agli Oscar per questo ruolo.
Loving sarà nelle sale il 16 marzo.

mercoledì 1 marzo 2017

FILMOGRAFIA: Goldie Hawn






NOME: Goldie Hawn

DATA DI NASCITA: 21/11/1945
LUOGO DI NASCITA: Washington, District of Columbia, Usa
PROFESSIONE: Attrice





ATTRICE:

(2017) Vengo con... Mamma - Linda Middleton
(2013) Phineas and Ferb (TV Series) - Penny McGee
(2002) The banger sisters - Suzette
(2001) Amori in città... e tradimenti in campagna - Mona Miller
(1999) Sperduti a Manhattan - Nancy Clark
(1996) Tutti dicono I love you - Steffi Dandridge
(1996) Il club delle prime mogli - Elise "Lisey" Eliot Atchison
(1992) La morte ti fa bella - Helen Sharp
(1992) Moglie a sorpresa - Gwen
(1992) CrissCross - Criss
(1991) Doppio inganno - Adrienne Saunders
(1990) Due nel mirino - Marianne Graves
(1987) Una coppia alla deriva - Joanna Stayton/Annie Proffitt
(1986) Wildcats - Molly McGrath
(1984) Protocol - Sunny Davis
(1984) Tempo di swing - Kay Walsh
(1982) Amici come prima - Paula McCullen
(1980) Bastano tre per fare una coppia - Glenda Gardenia Parks
(1980) Soldato Giulia agli ordini - Soldato Judy Benjamin
(1979) Viaggio con Anita - Anita
(1978) Gioco sleale - Gloria Mundy
(1976) La volpe e la duchessa - Amanda Quaid
(1975) Shampoo - Jill
(1974) The Girl from Petrovka - Oktyabrina
(1974) The Sugarland Express - Lou Jean Poplin
(1972) Le farfalle sono libere - Jill
(1971) Il genio della rapina - Dawn Divine
(1970) M'è caduta una ragazza nel piatto - Marion
(1969) Fiore di cactus - Toni Simmons
(1968) Rowan & Martin's Laugh-In (serie tv) -
(1967) Good Morning, World (serie tv) - Sandy Kramer

martedì 28 febbraio 2017

SPOT REVIEW: L'eau Chanel No. 5





Titolo:
L'eau Chanel No.5
Testimonial: Lily-Rose Depp.
Francia, 2016
Regia: Jonah Renck
Durata: 1'01

Io sono la notte e il giorno. Io sono una incognita, ma anche una risposta. So essere posata, ma anche trasgressiva. Con me un'istante può essere l'eternità. Sono un'artista, ma so anche essere una musa. Posso essere vulnerabile, ma anche invincibile. Rompo le convenzioni, ma ne creo altre. Mi conosci per ciò che sono, ma non arriverai mai a conoscermi veramente.
Una donna ha mille volti, mille sfaccettature e una infinita capacità di reinventarsi. La donna Chanel è contradditoria. è un paradosso, ma il suo fascino risiede proprio in questo dualismo.
Può essere oscura come la notte, e luminosa come il giorno. Sa essere misteriosa, ma anche un libro aperto. E l'Eau Chanel No.5 incarna proprio questo spirito, un eau de toilette per una donna che non vuole farsi intrappolare negli schemi, che vuole essere forte, ma anche saper essere fragile senza provare vergogna.
L'Eau Chanel No. 5 è giovane e classico allo stesso tempo: sulla scia del paradosso, lo spot gioca con i contrasti, facendo riferimento all'iconico profumo di Coco Chanel, il No.5, creando un profumo che riprende il concept originale, per reinventarlo. Un profumo simile, ma diverso. come una donna che può essere contraddittoria, ma affascinante allo stesso tempo, rendendosi diversa in mille occasioni.
E la nuova musa scelta da Karl Lagerfield è l'astro nascente Lily-Rose Deep, che prende il testimone da sua madre Vanessa Paradis, a sua volta musa per Chanel No. 5 per incarnare questa nuova generazione femminile forte e determinata.
Lily-Rose è giovanissima, non ha neanche 17 anni ma sa già essere un animale da palcoscenico.
Da sempre al centro dell'attenzione dei media, (essendo la figlia di Johnny Depp), fa quasi paura nel vedere una ragazza (alla fine è un'adolescente) che sa destreggiarsi con naturalezza davanti alla macchina da presa che la segue quasi adorante. 
Buon sangue non mente, sembra essere nata in un set cinematografico da come sa destreggiarsi nel recitare i diversi ruoli della nuova musa Chanel. D'altronde anche Vanessa Paradis divenne famosa a 15 anni con la canzone Joe Le Taxi, ma a differenza della madre, Lily-Rose non possiede quell'allure di innocenza e timidezza, ma sa ostentare sicurezza come se fosse già una veterana del piccolo (e grande) schermo.
Modella per Karl Lagerfield, ma anche attrice; ben presto sarà sugli schermi nel ruolo di Isadora Duncan nel film The Dancer. In fondo di lei sappiamo tutto (dai media), e niente, paradossale come l'Eau di Chanel.

VIDEO MUSIC REVIEW: Peaches - President of the United States



Titolo: Peaches
Band: President of the United States.
USA, 1996
Regia: Roman Coppola
Durata: 3'10''


La gente si sposta in campagna per mangiare le pesche. Perché in città le pesche sono in una lattina messe da un uomo che lavora in una fabbrica. Così per mangiare una pesca come si deve, bisogna andare a vivere in campagna. Questo demenziale, ma pur saggio aforisma è il 'succo' di Peaches, canzone dello strampalato gruppo President of the United States. 
Il video che promuove la canzone sembra fatto da un campagnolo che si è spostato dalla città alla campagna per via delle pesche, ma in realtà è niente poco di meno che Roman Coppola, figlio di Francis e fratello di Sofia.
Lo stile di Coppola è semplice, con un sano tocco di idiozia: la band suona in mezzo al verde, dove sugli alberi ci sono le lattine di pesche sciroppate, mentre per terra c'è una cassa di pesche. Natura sgarrupata + pesche nella scatola = Peaches.
Coppola riesce a catturare lo stile demenziale (se non demente) della band allo stato brado che ama stare all'aperto (in Lump il video era ambientato in una specie di palude), e riesce a dare un tocco ancora più silly facendo spuntare dei ninja dagli alberi. I President of the United States non ci pensano due volte e cominciano a dare mazzate a colpi di kun fu, ma quando il bassista (a tre corde) ha la peggio e viene pestato per bene, viene salvato dal resto della band, dando il colpo finale alla ninja gang che probabilmente voleva rubare le pesche nella scatola per lasciare ai President of the United States le lattine di pesche sciroppate sugli alberi.
Peaches è una canzone strampalata e il video lo è altrettanto. Girato 21 anni fa, è ancora una goduria nel vedere 3 minuti di puro nonsense, una simpatica supercazzola probabilmente girato con due soldi, che rende ancora più gustoso e nostalgico i bei tempi della musica (e del cinema) indie americana.
Roman Coppola comunque sapeva comunque il fatto suo, con uno stile semplice, che raggiungerà il picco di minimalismo nei video degli Strokes, riuscendo comunque ad esaltare il (malsano) senso dell'umorismo di una band che forse suona ancora, ma che aveva il suo perché nel panorama musicale alternativo degli anni Novanta.

lunedì 27 febbraio 2017

NEWS: Vincitori Oscar 2017




Tra i due litiganti, il terzo gode: La La Land e Arrival si sono 'tirati i capelli' fino all'ultimo, quando Warren Beatty fa una supercazzola prematurata con scappellamento a destra a tutti e sbaglia a proclamare il vincitore. Warren Beatty annuncia la vittoria di La La Land, ma in realtà  Moonlight è il miglior film del 2017, lasciando a bocca aperta i produttori del film diretto da Damien Chazelle, già pronti a ringraziare e a spargere lacrime di felicità a profusione.
E con questo colpo di scena si chiude il sipario di questa edizione degli Oscar sta nel proclamare La La Land come miglior film, per poi dare l'Oscar a Moonlight di Berry Jenkins.
Polemiche e figure di palta colossali, La La Land si deve accontentare di 6 statuette su 14, niente record come Titanic.
La La Land però vince statuette pesanti per la miglior regia a Chazelle (il più giovane regista mai premiato) ed Emma Stone come miglior attrice protagonista e soprattutto, essendo un musical, ha vinto come miglior colonna sonora e miglior canzone (City of Stars).
Ryan Gosling viene battuto da Casey Affleck (Manchester By the Sea), mentre Viola Davis (Fences) e Mahersala Ali (Moonlight) vincono come migliori attori protagonisti.
Kenneth Lonergan vince per la migliore sceneggiatura, mentre Barry Jenkins e il suo Moonlight vince per la migliore sceneggiatura non originale. Fuocoammare di Rosi non vince nella categoria miglior documentario, ma un tocco di Italia c'è grazie a Giorgio Gregoretti, Alessandro Bertolazzi insieme all'americano Chris Nelson per il miglior trucco di Suicide Squad
Al di là di supercazzole prematurate, il momento migliore è stato il discorso di Ashgar Faradhi pronunciato da un suo portavoce, in segno di protesta contro il muslim ban introdotto da Donald Trump, dicendo una cosa veritiera (che dovrebbe essere ovvia):  "Il cinema ha però la possibilità di catturare le qualità umane e rompere gli stereotipi, creando quell'empatia tra noi e gli altri che oggi ci serve più che mai..."


I VINCITORI:


MIGLIOR FILM: Moonlight

MIGLIOR REGIA: Damien Chazelle (La La Land)

MIGLIOR ATTORE: Casey Affleck (Manchester by the sea)

MIGLIOR ATTRICE: Emma Stone (La La Land)

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA: Mahershala Ali (Moonlight)

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA: Viola Davis (Barriere)

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE: Manchester by the sea

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE: Moonlight

MIGLIOR FILM STRANIERO: Ashgar Faradhi - Il cliente (Iran)

MIGLIOR FILM ANIMAZIONE:
Zootropolis

MIGLIOR FOTOGRAFIA: La La Land

MIGLIOR SCENOGRAFIA: La La Land

MIGLIOR MONTAGGIO: La battaglia di Hacksaw Ridge

MIGLIOR COLONNA SONORA: La La Land

MIGLIOR CANZONE: City of Stars (La La Land)

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI: Il libro della giungla

MIGLIOR SONORO: La battaglia di Hacksaw Ridge

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO: Arrival

MIGLIOR COSTUMI: Animali Fantastici e dove trovarli

MIGLIOR TRUCCO: Alessandro Bertolazzi, Giorgio Gregorini e Christopher Nelson (Suicide Squad)

MIGLIOR DOCUMENTARIO: O.J.: Made in America

MIGLIOR CORTO DOCUMENTARIO: The White Helmets

MIGLIOR CORTO: Sing

MIGLIOR CORTO D'ANIMAZIONE: Piper.

domenica 26 febbraio 2017

GOODBYE: Addio a Bill Paxton

Qualcuno ha detto: Salviamo i coloni! Lei ha capito: Ubbidiamo ai coglioni! E si è arruolata subito. (Soldato Hudson - Aliens)



Bill Paxton (1955 - 2017)

RIFLESSIONI: And the Oscar goes to...





Stanotte ci sarà la notte degli Oscar e invece dei pronostici,  le cose che mi vengono in mente sono queste:





  1. And the Oscar goes to... In ogni caso, saremo sempre insoddisfatti del risultato.
  2. Se vincerà La La Land,  brutti figli di sultana perché doveva vincere Arrival.
  3. Se vincerà Arrival, brutti figli di sultana perché doveva vincere La La Land.
  4. Se vincerà Hacksaw Ridge, brutti figli di sultana e basta.
  5. Se perderà Casey Affleck, GOMBLOTTO perché gli hanno dato dell'assatanato e i membri dell'Academy leggono Twitter e mettono i like su Facebook sui link (di cui uno postato sicuramente dal fratello Ben) che accusano Casey Affleck di essere assatanato.
  6. Jennifer Lawrence quest'anno snobba la serata e quest'anno non ci sarà nessuna che cadrà sulle scale. No fall, no party.
  7. Meryl Streep è stata nominata per fare dispetto a Donal Trump, o verrà premiata solo per fare dispetto a  Donald Trump. 
  8. Gli Oscar quest'anno sono troppo black, ma se non vincono gli Afroamericani gli Oscar sono razzisti.
  9. Triplete a Denzellone Washington, così da fare DOPPIO GOMBLOTTO perché hanno ostacolato la  (possibile) vittoria di Casey Affleck e per non sembrare razzisti.
  10. Comunque vada, i vecchiacci dell'Academy non capiscono mai una mazza.

                                     

sabato 25 febbraio 2017

RECENSIONE: Jackie




Titolo: Jackie
Id:, Cile, USA, 2016
Cast: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Billy Cudrup-
Sceneggiatura: Noah Oppeneim
Regia: Pablo Larràin
Durata: '96


La prima immagine che ci viene in mente di Jacqueline Bouvier Kennedy (poi Onassis) è quella in cui lei è vestita con quel meraviglioso talleuir rosa Chanel. Impossibile non collegare Jackie a quel pomeriggio di Dallas, dove suo marito John Fitzgerald Kennedy, il presidente degli Stati Uniti d'America venne assassinato durante una parata il 22 novembre del 1963. 
Ma chi era Jacqueline Kennedy? Oltre a essere una delle più belle e raffinate first lady d'America, era una donna che amava l'arte, buon gusto per il design di interni e soprattutto una icona fashion.
Ma quella era solo una piccola percentuale che voleva presentare al mondo.
Perché lei era una donna forte, determinata e con un grandissimo autocontrollo, quasi impossibilitata a mostrare il suo vero io.
Ci pensa però il cileno Pablo Larrain a mostrare un lato nascosto nel suo ultimo film intitolato semplicemente Jackie - restituendo a Jacqueline Kennedy (Natalie Portman) quel tratto di umanità (e disperazione) che doveva negare agli occhi degli americani. E come uno spettatore estraneo ai fatti, Larrain vede la figura di Jacqueline Kennedy in modo diverso, prendendosi la libertà di offrire una visione della first lady totalmente inedita.
Utilizzando l'espediente della (reale) intervista fiume fatta dal giornalista Theodore H. White (Billy Cudrup), Larrain scava sulla superficie fatta di glamour e fredda eleganza che la first lady aveva costruito con così tanta naturalezza, quasi insita in lei, restituendo a Jackie il diritto di soffrire e disperarsi per la perdita di suo marito.
Perché se la nazione aveva perso la sua guida in John Fitzgerald Kennedy, Jackie aveva perso il suo Jack. E per i 4 giorni che seguirono il funerale di Stato e la sepoltura del presidente, Jackie non ha potuto esternare il dolore che qualunque donna avrebbe provato dopo una tragedia simile, perché il suo ruolo presidenziale non glielo permetteva. 
Il popolo americano aveva una visione ben precisa di Jacqueline e John  Fitzgerald Kennedy: belli, giovani e di classe.
Classe e bellezza che si nota con il servizio che aveva fatto per la televisione aprendo le porte della Casa Bianca, dove Jackie è una impeccabile padrona di casa. Perché quella era casa sua e lei ci aveva investito tempo (e denaro) per dare un tocco della sua identità, del suo gusto e del suo forte senso dell'estetica imparati durante i suoi viaggi in Europa quando era ancora Miss Jacqueline Bouvier e collaborava per riviste di arte.
Una perfetta padrona di casa dove non mancavano eventi culturali,  capace  comunque di controllare la commozione durante un concerto alla Casa Bianca, ma capace di lasciarsi andare solo con suo marito Jack a un sorriso, capace di essere sé stessa solo con lui.
La perfezione, è questo che Jackie ci vuole mostrare. Il suo autocontrollo, il suo modo di impostare il saluto perfettto per una perfetta accoglienza, coadiuvato dall'aiuto della sua assistente (Greta Gerwig) che le rammenta di sorridere per non sembrare una fredda 'miss perfettina'.
La perfezione nel camminare, quell'incedere attraverso la sala con l'eleganza di una ballerina classica, con i gesti misurati, lasciandosi tradire da un fugace sguardo alla sua assistente in cerca di sicurezze,lasciando trasparire il disagio che prova nel dover essere all'altezza della situazione.
Perché nella visione di Larraìn, Jackie era intrappolata nella perfezione, che comincia a venir meno dopo quel colpo di fucile sparato da Lee Harvey Oswald quel 22 novembre del 1963.
E solo durante quell'intervista possiamo vedere una Jackie cinica, che fuma (ma ovviamente nessuno lo deve sapere perché all'epoca considerato poco chic), ma non ipocrita - perché è una Jackie che non ha più nulla da perdere, una Jackie che non è più first lady, non è più moglie, ma una donna che finalmente si sente in diritto di far trapelare il suo dolore, la sua rabbia e la sua disperazione.
Ed è questo che interessa a Larrain, non interessa indagare sul momento topico dell'attentato (per quello basti vedere JFK di Oliver Stone), perché si sa cosa è successo.
Quel belllissimo talleuir Chanel rosa e blu insanguinato è l'unica cosa che può far emergere la disperazione di Jackie: il rifiuto di non toglierlo durante il passaggio di potere a Lyndon Johnson sono le uniche grida di dolore che può esternare, perché le lacrime che rigano il suo volto e il sangue che Jackie tenta di lavare via mentre è nel bagno dell'Air Force One è l'unico momento a lei concesso. Giusto il tempo di avere il viso pulito e di reprimere le sue emozioni per mostrarsi calma, perché una nazione era scolvolta e lei doveva rassicurare 'il suo popolo', dimenticandosi di sé stessa, non potendosi permettere di essere lei stessa rassicurata, perché il suo ruolo non glielo permetteva. 
Larrain riesce a scindere la figura istituzionale da quella privata,  sottolineando la solitudine che prova Jackie,  lasciandola sola e smarrita nei meandri di una casa monumentale, dove l'unica compagnia sono i suoi bellissimi vestiti - sinonimo di classe che non sbaglia mai un outfit ad ogni occasione ufficiale - e qualche drinks che sono la sua fonte di consolazione.
L'unica figura di sostegno e protezione è dato dal cognato Robert (Alexander Sarsgaar), dandole l'opportunità di riprendere il controllo di sé stessa e di poter preparare il funerale e soprattutto preparare i suoi bambini a una perdita così enorme e difficile da capire data la loro giovane età. E se il funerale di Stato era stato visto da milioni di americani, violando inevitabilmente il dolore di una vedova, Larrain restituisce a Jackie un attimo di intimità, riprendendola da lontano - così come al momento dell'attentato, riprendendola inzialmente da lontano per sottolineare che era lei a subire la tragedia, arrivando poi in un secondo momento a riprenderla in primo piano per catturare la sua angoscia - lasciandole un momento di dolore che non può trasparire nel velo nero che ricopre il suo volto, regalandole a distanza di 54 anni quella privacy negata.
Con Jackie, Larraìn riesce non solo a ricreare con fedele precisione un pezzo di storia americana, ma riesce soprattutto a dare una immagine complessa e sfaccettata di Jackie così lontana dalle prime pagine dei rotocalchi, restituendo un tocco di umanità che Jacqueline Bouvier Kennedy Onassis ha sempre dovuto nascondere. E la fredda eleganza di Jackie rivive grazie alla strabiliante interpretazione di Natalie Portman, che sembra quasi impossessarsi di Jackie, riuscendo a catturare ogni sfumatura di una donna per certi versi enigmatici, ma che rivive con una veste nuova, con l'opportunità di scalfire quella patina di perfezione che ha dovuto indossare sotto un tubino di Chanel.
'Per un breve e splendente periodo c'era il regno di Camelot. Non ci sarà più un'altra Camelot'-
E con queste parole, Jackie annuncia la fine di un'era, di un'America emblema di felicità, glamour e ricchezza che non esiste più.

Voto: 8