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domenica 31 gennaio 2016

RECENSIONE: The Kids Are Alright


°Il Family Day secondo Director's cult°

Titolo: The Kids Are Alrights
USA, 2011
Cast: Annette Bening, Julianne Moore, Mia Wasilowska, John Hutcherson.
Sceneggiatura: Lisa Cholodenko.
Regia: Lisa Cholodenko.
Durata: 105'


Joni (Mia Wasilowska) si chiama come lacelebre cantante folk, ama la biologia ed è in procinto di andare al college. Joni è figlia di Nic (Annette Bening) ginecologo di successo che adora All I Want di Joni Mitchell.
Laser (John Hutcherson) è un ragazzo dal cuore d’oro, ma preferisce passare il tempo a fare cose stupide insieme al suo amico piuttosto che studiare. Sua madre è Jules (Julianne Moore), architetto mancato e in cerca di un impiego che la soddisfi. Jules e Nic sono una coppia lesbica che hanno deciso di procreare grazie alla fecondazione assistita. La vita dei ragazzi scorre tranquilla fino a quando Laser vuole scoprire a tutti i costi chi sia il loro padre.
Così riesce a convincere Joni, e la poco convinta neo diciottenne finisce col cedere e contrattare la banca del seme. Joni così scopre che il donatore di entrambi è Paul (Mark Ruffalo) ristoratore amante dell’agricoltura biologica e impenitente playboy.
Joni e Laser incontrano Paul di nascosto e la situazione precipita quando Paul si introduce nel menage familiare di Nic e Jules rompendone gli equilibri.
Dopo il serial The L World, Los Angeles torna a diventare lo scenario dell’omosessualità femminile.
The Kids Are Alright, titolo preso in prestito da un album degli Who, non è una ricerca antropologica su come vive una coppia gay, né uno spot a favore sulla famiglia omosessuale, ma una classica commedia che narra i valori tradizionali della famiglia e le difficoltà di una coppia nella vita quotidiana alle prese con i figli adolescenti.
E l’elemento originale consiste proprio in questo: la regista si focalizza sul rapporto tra Nic e Jules come la classica coppia che vive in preda a discussioni, crisi, momenti di tenerezza, la passione dopo anni di vita di in comune e non come due donne gay, elemento tra l’altro del tutto trascurabile, piuttosto degli “effetti” sociali che potrebbero ripercuotersi su due ragazzi alle prese con due mamme.
Chi porta i pantaloni in casa è Nic, tipica “donna alfa” in carriera ed è lei che comanda. Jules invece è la più sensibile, ha lasciato gli studi e una possibile carriera per concentrarsi sui figli e spesso nel corso del film, la sua frustrazione alla “desperate housewife” si fa viva.
L’elemento omosessuale invece finisce per emergere proprio con un uomo che si infila in un nucleo familiare che non gli appartiene ed è proprio lui a rovinare la famiglia perfetta.
L’elemento interessante è proprio nella difesa del nucleo tradizionale e il concetto di famiglia alternativa composta da Nic, Jules, Paul e i ragazzi proprio non va. Allora è meglio tornare al vecchio nucleo costituito da mamma Nic, mamma Jules e i ragazzi , perché è questo il modello che funziona. Poi, se i ragazzi stanno bene, perché rovinare il loro equilibrio? Joni e Laser sono solo curiosi di sapere l’origine del loro patrimonio genetico e non sono alla ricerca della figura paterna mancante.
Chi desidera essere papà è proprio Paul, che di colpo capisce di aver speso la sua giovinezza da sciupafemmine e solo ora si accorge a 40 anni di volere essere genitore. Ma lo fa con la famiglia non sua. Alla fine lui è stato solo un mezzo, e ciò non lo rende automaticamente un genitore. D’altronde i figli sono di chi li cresce e non di chi li fa e Nic lo fa capire con una battuta secca e cinica verso la fine del film.
The Kids Are Alright è una commedia scritta bene, non volgare e priva di cliché, fatta di attori in primis due suberbe interpretazioni di Annette Bening e Julianne Moore (ma quando vinceranno un Oscar?) e una bella colonna sonora. Bening è ottima nell’interpretare una donna forte e castrante, mentre Moore è brava nel mostrare le fragilità e la confusione sessuale e non della sua Jules. Bravi anche Mia “Alice in Wonderland” Wasilowska e Mark Ruffalo, simpatica canaglia.
I ragazzi stanno bene è un’ottima commedia indie divertente e che fa riflettere.


Voto: 7,5
A.M.

venerdì 6 novembre 2015

COMING SOON: Hunger Games: Il canto della rivolta - parte II




Katniss Everdeen torna con la sua ultima battaglia in Hunger Games: Il canto della rivolta - parte II.
Nel precendente capitolo, Katniss (Jennifer Lawrence) era diventata la Ghiandaia Imitatrice della rivolta contro il tirannico presidente Coriolanus Snow (Donald Sutherland) e ora si prepara per lo scontro finale sostenuta dai suoi amici e dal popolo di Capitol City, da anni oppressa dall'orribile dittatura.
Con la città in rivolta, il presidente Snow ha dalla sua parte solo i cittadini del distretto 2, e obiettivo degli insorti del distretto 13 - sostenuti dalla presidentessa Alma Coin (Julianne Moore) - è prenderne il controllo per indebolire ulteriormente il potere di Snow.
Su ordine di Coin, Katniss si trova in missione militare con l'aiuto di Peeta, ancora provato in seguito alla sua detenzione nel precedente capitolo.
Katniss tra mille difficoltà si troverà a dover sostenere l'ultima ardua prova degli Hunger Games, ancora più cruenta che in passato.
Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte II è l'ultimo capitolo della fortunata saga che ha portato un successo strepitoso a Jennifer Lawrence, divenuta ormai di fatto una delle stelle più luminose di Hollywood. Francis Lawrence torna a dirigere le avventure di Katniss, che sbarcheranno sugli schermi italiani il 19 novembre.

martedì 7 aprile 2015

IL CIRCOLO DI CUCITO: Julianne, lei non sa recitare



Julianne Moore ha appena vinto l'Oscar, ma per il Ministero del Turismo turco non sa recitare. Cosaaaaaaaa??? Ebbene sì, la star di Il settimo figlio premiata per Still Alice quest'anno agli Academy Awards è stata licenziata per via della sua recitazione 'scarsa'.
Moore era stata ingaggiata dal ministero del Turismo di Ankara per girare uno spot per incentivare gli stranieri a passare le vacanze in Turchia.
La Moore aveva girato un video di prova, ma non era piaciuto ai responsabili del progetto, chiedendole di rigirarlo in quanto la recitazione era 'scadente'.
E lei per tutta risposta ha dato picche. Probabilmente  si è rifiuata di girare nuovamente lo spot stringendo tra le mani la statuetta dorata. 
Licenziata in tronco, ora la Turchia cerca una nuova testimonial. Possibilmente 'valida'.
Potrebbero chiederlo a Paris Hilton...

venerdì 23 maggio 2014

RECENSIONE: I ragazzi stanno bene.





*Il fascino indiscreto di una recensione retrò*

Titolo: I ragazzi stanno bene Titolo originale: The Kids Are Alrights
USA, 2011
Cast: Annette Bening, Julianne Moore, Mia Wasilowska, John Hutcherson.
Sceneggiatura: Lisa Cholodenko.
Regia: Lisa Cholodenko.
Durata: 105'

Joni (Mia Wasilowska) si chiama come la celebre cantante folk, ama la biologia ed è in procinto di andare al college. Joni è figlia di Nic (Annette Bening) ginecologo di successo che adora All I Want di Joni Mitchell.
Laser (John Hutcherson) è un ragazzo dal cuore d’oro, ma preferisce passare il tempo a fare cose stupide insieme al suo amico piuttosto che studiare. Sua madre è Jules (Julianne Moore), architetto mancato e in cerca di un impiego che la soddisfi. Jules e Nic sono una coppia lesbica che hanno deciso di procreare grazie alla fecondazione assistita. La vita dei ragazzi scorre tranquilla fino a quando Laser vuole scoprire a tutti i costi chi sia il loro padre.
Così riesce a convincere Joni, e la poco convinta neo diciottenne finisce col cedere e contrattare la banca del seme. Joni così scopre che il donatore di entrambi è Paul (Mark Ruffalo) ristoratore amante dell’agricoltura biologica e impenitente playboy.
Joni e Laser incontrano Paul di nascosto e la situazione precipita quando Paul si introduce nel menage familiare di Nic e Jules rompendone gli equilibri.
Dopo il serial The L World, Los Angeles torna a diventare lo scenario dell’omosessualità femminile.
The Kids Are Alright, titolo originale della pellicola diretta da Lisa Cholodenko preso in prestito da un album degli Who, non è una ricerca antropologica su come vive una coppia gay, né uno spot a favore sulla famiglia omosessuale, ma una classica commedia che narra i valori tradizionali della famiglia e le difficoltà di una coppia nella vita quotidiana alle prese con i figli adolescenti.
E l’elemento originale consiste proprio in questo: la regista si focalizza sul rapporto tra Nic e Jules come la classica coppia che vive in preda a discussioni, crisi, momenti di tenerezza, la passione dopo anni di vita di in comune e non come due donne gay, elemento tra l’altro del tutto trascurabile, piuttosto degli “effetti” sociali che potrebbero ripercuotersi su due ragazzi alle prese con due mamme.
Chi porta i pantaloni in casa è Nic, tipica “donna alfa” in carriera ed è lei che comanda. Jules invece è la più sensibile, ha lasciato gli studi e una possibile carriera per concentrarsi sui figli e spesso nel corso del film, la sua frustrazione alla “desperate housewife” si fa viva.
L’elemento omosessuale invece finisce per emergere proprio con un uomo che si infila in un nucleo familiare che non gli appartiene ed è proprio lui a rovinare la famiglia perfetta.
L’elemento interessante è proprio nella difesa del nucleo tradizionale e il concetto di famiglia alternativa composta da Nic, Jules, Paul e i ragazzi proprio non va. Allora è meglio tornare al vecchio nucleo costituito da mamma Nic, mamma Jules e i ragazzi , perché è questo il modello che funziona. Poi, se i ragazzi stanno bene, perché rovinare il loro equilibrio? Joni e Laser sono solo curiosi di sapere l’origine del loro patrimonio genetico e non sono alla ricerca della figura paterna mancante.
Chi desidera essere papà è proprio Paul, che di colpo capisce di aver speso la sua giovinezza da sciupafemmine e solo ora si accorge a 40 anni di volere essere genitore. Ma lo fa con la famiglia non sua. Alla fine lui è stato solo un mezzo, e ciò non lo rende automaticamente un genitore. D’altronde i figli sono di chi li cresce e non di chi li fa e Nic lo fa capire con una battuta secca e cinica verso la fine del film.
I ragazzi stanno bene è una commedia scritta bene, non volgare e priva di cliché, fatta di attori in primis due suberbe interpretazioni di Annette Bening e Julianne Moore (ma quando vinceranno un Oscar?) e una bella colonna sonora. Bening è ottima nell’interpretare una donna forte e castrante, mentre Moore è brava nel mostrare le fragilità e la confusione sessuale e non della sua Jules. Bravi anche Mia “Alice in Wonderland” Wasilowska e Mark Ruffalo, simpatica canaglia.
I ragazzi stanno bene è un’ottima commedia indie divertente e che fa riflettere.

Voto: 7,5
A.M.

domenica 14 marzo 2010

RECENSIONE: A Single Man


Titolo: A Single man.
USA, 2009
Cast: Colin Firth, Julianne Moore, Matthwe Goode, Nicholas Hoult, Ginnifer Godwyn.
Sceneggiatura: Tom Ford, George Scearce, basato sul romanzo A Single man di Cristopher Isherwood
Produzione:
Regia: Tom Ford
Durata: 99'

1962. George Falconer (Colin Firth) è un professore di letteratura inglese in un college di Los Angeles. Sullo sfondo della città degli angeli vi è la minaccia della crisi missilistica di Cuba ma non sembra importargli molto.
Ogni mattina si alza, fa la doccia, la colazione, si veste (i vestiti del protagonista sono firmati dal regista e stilista Tom Ford), tutto ciò lo fa con inerzia. George Falconer è un uomo solo dopo la morte del suo compagno Jim, avvenuta in tragico incidente, e la vita per lui non ha più importanza.
 La sua giornata si svolge lentamente, spezzata dalle telefonate dell'amica Charlotte una donna abbandonata dalla vita (Julianne Moore) che chiama affettuosamente Charly e le lezioni all'università.
"Solo gli stolti sorridono al mattino" e George ormai non ha più la forza di sorridere perchè non vede l'ora di raggiungere il suo compagno. Così decide di progettare la sua morte: raccoglie i suoi documenti, i suoi soldi, scrive tre lettere (una indirizzata alla sua amica Charly, una alla sua domestica e una con le direttive del suo funerale e la raccomandazione dell'immancabile nodo windsor alla cravatta per la vestizione) e la pistola con la quale togliersi la vita. Il suo progetto va in fumo quando entra nella sua vita l'ambiguo Kenny(Nicholas Hoult)  uno dei suoi studenti di corso.
A Single man segna il promettente debutto alla regia di Tom Ford, ex stilista di Gucci e Yves Saint-Laurent. Se Gabriele D'Annunzio intendeva la vita come un'opera d'arte, Ford intende mettere questo precetto nella sua opera prima, mettendo a disposizione l'estetica, la letteratura (a partire dall'adattamento del romanzo di Isherwood), la musica, l'architettura e l'arte al servizio del cinema.
Il film è una delizia per gli occhi e nulla è lasciato al caso a cominciare dalla scena iniziale con il corpo nudo di Colin Firth immerso nell'acqua che fluttua come se fosse in un opera di Rembrandt.
La casa in cui vive il protagonista richiama le opere di Mies Van De Rohe.
Il flashback in bianco e nero che ricorda un momento di vita vissuta con Jim ricorda la fotografia di Helmuth Newton.
La musica rispecchia l'epoca con canzoni come Stormy weather di Etta James e la fotografia sgranata rappresenta fedelmente l'epoca degli anni Sessanta.
Ford dimostra di conoscere bene la tecnica cinematografica con plongèe (riprese dall'alto), establishing shot (elementi descrittivi di una scena) e rallenty fissandosi soprattutto sui dettagli (la rugiada delle rose, gli oggetti estremamente raffinati) come se volesse dimostrare che non è capace di essere solo uno stilista che tenta una nuova strada, ma un uomo colto, lontano dalle frivolezze che circonda il mondo del fashion business.
 A prima vista il suo stile sembra manicheo e lezioso da spot di profumi, ma Ford si sofferma sui dettagli non per un vezzo estetico: il suo intento è quello di mostrarci lo sguardo di George, un ultimo sguardo che imprime nella sua mente cose e persone da portare via con se una volta avvenuta la sua (voluta) dipartita.
I momenti drammatici sono delle spine nel cuore a cominiciare dalla scena iniziale che riprende l'incidente mortale di Jim, immortalato in una fredda giornata innevata.
I duetti tra George e Charly trasudano solitudine, disillusioni, sofferenze e sogni infranti, sogni che per una istante riesce a far rivivere Kenny, con la sua freschezza e ambiguità derivata dalla sua giovinezza. Straordinaria l'interpretazione di Colin Firth, così addolorato e beffato dal fato, e riesce a conferire al suo personaggio la giusta dose di indifferenza, dolore e cinismo, un dandy vecchio stile ferito dagli eventi della vita.
Julianne Moore dimostra la sua solita bravura, anche se la sua Charlotte soffre un po' troppo di teatralità e patetismo eccessivo, penalizzato da un doppiaggio stile alcoolizzata sul viale del tramonto.
 A Single man è melò che ricorda i film di Douglas Sirk, un film old style e raffinato come una cravatta di seta annodata in stile windsor.

Voto: 8

A.M.