lunedì 31 ottobre 2016

RECENSIONE: Wolf - La belva è fuori



Titolo: Wolf - La belva è fuori
Cast: Jack Nicholson, Michelle Pfeiffer, James Spader.
Sceneggiatura: Jim Harrison, Wesley Strick.
Regia: Mike Nichols.
Durata: 125'


Homo homini lupus: l'uomo è il lupo per l'altro uomo con l'innato istinto di sopraffarsi l'uno con l'altro, e come un lupo sbrana il più debole per sopravvivere.
Filosofia (spiccia) a parte, la parte del lupo da sbranare tocca all'editore Will Randall (Jack Nicholson) che si vede soppiantato da Stewart Swinton (James Spader), un collega più giovane e decisamente più carogna  che gli soffia la direzione una volta tornato da un viaggio di lavoro.
E proprio durante la strada verso casa Will investe un lupo, che finisce per morderlo. Will scoprirà a sue spese di essere diventato un licantropo e userà questo potere per 'rimarcare il territorio' perduto.
Se non sbrani finisci per essere divorato, e l'unico modo è cambiare pelle e mutare la propria natura per non essere sopraffatto. Questo sembra volerci dire Mike Nichols con Wolf - La belva è fuori
Nichols è stato un regista che ha saputo leggere tra le righe della società americana nei suoi cambiamenti di usi e costumi nel corso della storia (uno su tutti, Il laureato) e di certo non ne poteva uscire un banale horror con un americano che diventa lupo mannaro (nessuna offesa al cultone di John Landis, che sembra più virare sull'aspetto orrorifico che su quello sociale), ma usa l'elemento soprannaturale della licantropia per raccontare una spietata lotta all'interno di una casa editrice e in genere del mondo manageriale made in USA. Internet era ancora un mezzo di comunicazione 'verginello' e quindi il potere degli editor negli anni Novanta era ancora forte da non essere sbranati dai blogger del Ventunesimo secolo (a meno che non sei in Italia dove un blogger lo fa giusto per sport e non come lavoro... Ma questo è un altro discorso). 
L'editoria è ancora un terreno fertile per farsi le scarpe, dove il giovane rampante di turno cerca di scavalcare il collega più anziano, non senza averne appreso le arti da bravo discepolo. E il placido Will che si è costruito una solida carriera in nome del rispetto e del duro lavoro si ritrova cornuto e mazziato (il giovine si porta pure a letto la Mrs. Robinson di turno, alias la moglie di Will) e al massimo può consolarsi con il mercato letterario dell'Est (che all'epoca mica faceva gola ai tanti imprenditori italiani per la delocalizzazione delle fabbriche, ma anche questa è un'altra storia).
E l'unico modo per sopravvivere è 'mutare forma' diventando il lupo che deve sopraffare il più scaltro, ripagando della stessa moneta i mediocri che hanno cercato di scavalcarlo.
Se da un lato Will cerca di lottare con le unghie e con i denti per mantenere il suo status sociale che ha conquistato con tanta fatica, dall'altro troviamo Laura Alden, la figlia del capo di Will che è una donna ricca, ma anche ribelle e indomita.
A differenza di Will, Laura è una privilegiata essendo nata in un ambiente altolocato. Lo scotto da pagare per lei è stato alto e non facendo parte 'dello stesso branco' a cui appartiene al padre,  finendo per essere scarsamente considerata (così come il fratello che si è suicidato), accettando di vivere nella depandance della magione paterna più come reietta che come ribelle. Laura è una donna apparentemente perduta, ma è in grado di adattarsi pur di non perdere l'opportunità di essere amata da Will, anche se sembra un amore impossibile da inseguire.
Laura infatti capisce la natura licantropa di Will ed è l'unica che la crede insieme al bizzarro sciamano che offre all'editor un amuleto per placare i suoi istinti ed evitare di fare danni per mezza New York. Perché se Will si trasforma per sopravvivere, allo stesso tempo non si riconosce più ed è incredulo nell'essere capace di fare del male fisicamente. Tipo di morale che non ha Stewart, che declina ulteriormente quando viene morso da Will, diventando a sua volta in un licantropo.
Stewart è il lupo/sciacallo, frutto di una nuova generazione che vuole tutto ciò che hanno i propri 'padri putativi', considerato dal padre di Laura come il figlio che avrebbe sempre voluto quindi perfetto 'capo branco' che può mandare avanti l'impero editoriale. Will è furbo e intelligente, ma è privo della forza di volontà di lavorare duro per costruirsi un percorso professionale e personale duraturo, cercando di prendere tutto (carriera e moglie di Will), ottenendo il massimo risultato con il minimo sforzo.
E la lotta tra Will e Stewart non è solo generazionale, ma diventa una lotta tra il bene (Will) e il male (Stewart) dove solo il più forte potrà rimanere in piedi.
Wolf - la belva è fuori funziona alla grande dal punto di vista della feroce critica sociale, un po' meno dal punto di vista 'horror' - che poi film dell'orrore non è - peccando di mancanza di equilibrio tra i due generi (alla quale si aggiunge anche la matrice trhiller quando viene uccisa la moglie di Will), e non fa nemmeno sussultare dalla paura, anche perché il trucco posticcio che viene applicato a Jack Nicholson proprio non si può vedere.
Certo, non si può pretendere che Rick Baker crei una perfetta replica del suo lupo mannaro de Un lupo mannaro americano a Londra di Landis, ma da un genio come lui non si può proprio accettare un trucco così basico fatto di peluria e basette posticce.
Al di là di queste pecche, Jack Nicholson riesce a portare il trucco e parrucco con grande professionalità e dignità, riuscendo a essere credibile limitandosi a fare un paio di salti e una camminata 'lupesca' - proprio perché come il personaggio di Will è uno che fa il suo lavoro con dedizione e passione.
E Nichols comunque è sempre stato un bravo direttore di attori, tra cui spicca la carogna Spader (un tempo dedito ai ruoli di yuppy bastardo, tale da far invocare a un critico di Ciak una petizione per fargli cambiare ruolo) e la bella e brava Michelle Pfeiffer, che dovrebbe essere più presente sugli schermi al pari di Meryl Streep.
Pur con vari sbilanciamenti tra i generi e non pienamente riuscito (ma non da invocare il 'tu mi diludi'con effetto morituro immediato), Wolf- La belva è fuori è comunque un film godibile che può essere fruibile in due modi: un film di genere fantastico che sa intrattenere, o una graffiante -  o meglio mordente - satira sul mondo spietato del capitalismo americano post - yuppy. A voi la scelta.

Voto: 6/7





















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