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venerdì 19 settembre 2014

SPOT REVIEW: Blue The Chanel



Spot: Blue The Chanel
Testimonial: Gaspar Ulliel
Canzone: She Said Yes by Rolling Stones
Regia: Martin Scorsese
Durata: 1'01'' (director's cut version)

Sei l'uomo del momento, tutti ti cercano, tutti ti vogliono, tutti si aspettano qualcosa da te. Se sempre di corsa, ami e cogli l'attimo correndo dietro alla donna che potrebbe essere quella di una vita. La segui, catturi il suo sguardo e la riprendi come se fossi il mitico fotografo di Blow up di Michelangelo Antonioni, seducendola e vivendo attimi che hai vissuto allo stesso modo con una splendida mora, che ora ha deciso di piantarti in asso in una lussuosa stanza di un hotel
Tutti attendono la tua risposta a una conferenza stampa, e tu, uomo che vivi a 100km/hr, ti fermi un attimo, li osservi con i tuoi magnifici e magnetici occhi blu e ti limiti a rispondere: "non sarò  mai più quel tipo di persona che vi aspettate che sia".
Martin Scorsese è il mitico regista di eccezione epr Blue The Chanel, fragranza maschile del celebre brand francese. Il blu è il colore dominante, dalla fotografia agli occhi del meraviglioso attore francese Gaspar Ulliel, che da vita a un personaggio rock e sexy, come la fragranza Chanel, per un uomo che vuole essere libero dalle convenzioni, vivendo una vita che morde e fugge l'attimo. Rock, sexy e glamour, così com'è la canzone "She Said Yes" dei Rolling Stones, band preferita dal regista di The Wolf of Wall Street.
Martin Scorsese non si limita a girare un semplice spot pubblicitario, ma gira un piccolo gioiellino di advertising e regia.


giovedì 23 gennaio 2014

MARTIN SCORSESE DAY: Toro scatenato

In occasione dell'uscita italiana di The Wolf of Wall Street, La Godfellas bloggers dedica un insolito day a un grande regista che ha sfornato capolavori come Taxi Driver, Fuori Orario, Quei bravi ragazzi e continua ancora a sfornare grandi perle di cinema. Per l'occasione Director's cult sceglie Toro Scatenato, con un grande Robert De Niro giustamente premiato con l'Oscar.


Buon Martin Scorsese Day!







Titolo: Toro Scatenato
Titolo originale: Raging Bull
USA, 1980
Cast: Robert DeNiro, Joe Pesci, Cathy Moriarty.
Sceneggiatura: Paul Schrader, Mardik Martin.
Regia: Martin Scorsese
Durata: 123'


La parabola sportiva ed esistenziale di Jack LaMotta (Robert De Niro), campione dei pesi medi nel 1949.
Martin Scorsese ama il cinema. Grande conoscitore della settima arte, ha "mangiato" pane e cinema fin da ragazzino, assimilandolo e facendolo suo.  E si vede.
Girato in un perfetto bianco e nero, Toro scatenato ha un sapore anni Cinquanta, che strizza l'occhio al Rocky Marciano interpretato da Paul Newman in Lassù qualcuno mi ama, mixato però con il suo stile che abbraccia New York, la famiglia e quel non so che di gang/vita del Bronx che aleggia in tutti i suoi film.
Vita di strada, vita violenta, sia sul ring che fuori. Se in Mean Streets la domenica si andava in chiesa e il lunedì si andava all'inferno (come recita il titolo in italiano), in Toro scatenato la furia si abbatte sul ring, ma anche nella vita privata, scoppiando in risse, litigi, botte, come se fosse un eterno match.
Jake LaMotta quando sale su un ring è il "toro del Bronx", che accecato dalla rabbia si avventa sull'avversario come farebbe un toro in un'arena contro il matador durante una corrida. Jake LaMotta cerca fa emergere il suo doloroso stato esistenziale, furente e folle attraverso sopracciglia spaccate, occhi pesti, sangue che esce dal naso, in nome della distruzione fisica.
La sua vita è in costante resistenza contro il k.o. tecnico, in perenne ricerca di un avversario con cui scontrarsi. Una furia sul ring, una furia nel privato: come un tornado spazza via ogni frammento di serenità familiare che travolge la prima moglie, che tratta come una serva, donna che non si fa mettere i piedi in testa anche se viene bistrattata continuamente, cercando a tutti costi uno scontro.
Con il fratello Joey (Joe Pesci) non ha un rapporto facile: è il suo allenatore e manager, cerca di farlo ragionare e di indirizzarlo verso una carriera migliore, cercando però di fargli fare delle scelte poco pulite pur di farlo arrivare al successo, e quando cederà, porterà il rimpianto di quella scelta per sempre.
La seconda moglie Vickie (Cathy Moriarty), conosciuta in una piscina pubblica, bella come una pin up, inizialmente gli regala un po' di serenità affettiva, ma a lungo andare anche lei finisce vittima della sua gelosia che rasenta la paranoia.
Con l'efficace montaggio di Thelma Schoonmaker (storica collaboratrice di tutti i film del regista) Scorsese prende ispirazione da Quarto Potere di Orson Welles (con la famosa scena della crisi matrimoniale tra Charles Foster Kane e la moglie seduti a tavola durante le varie colazioni), creando l'escamotage dei filmini amatoriali per mostrare l'ascesa nel mondo della box fatto di vittorie, la sua vita privata, dal matrimonio suo con Vickie, a quello del fratello, l'acquisto di una nuova casa e la ricchezza grazie ai successi professionali.
Jake il toro però non ascolta  nessuno, cerca di distruggere tutto ciò che ha, come una sorta di Re Mida trasforma in cenere tutto ciò che tocca.
Fa di testa sua e non riesce a ottenere l'incontro giusto per vincere il titolo mondiale. Perché Jake LaMotta non scende a compromessi e i consigli di Joey e dei "godfellas" che bazzicano nel giro della boxe li ignora sistematicamente. Accetta ma se ne pente, e qui inizia la sua discesa negli inferi, infierendo sul suo corpo, massacrato mangiando panini e mettendo  libbre su libbre che destabilizzano la sua forma atletica.
Così come non comprende l'esasperazione di Vickie, vessata, spiata, accusata di essere fedifraga, finendo per distruggere il matrimonio, e la sua furia ceca porta a rovinare anche il suo rapporto con Joey.
Ma Jake LaMotta non è un animale, è un uomo che ha imparato l'arte della sopravvivenza, dove la sua unica difesa è schivare i colpi della vita, cercando di prenderla a pugni senza pietà. E anche se viene sconfitto, come un toro infilzato dalle spade durante la corrida, Jake LaMotta sopravvive alla solitudine, ai fasti perduti, si reinventa, cade ancora per poi rialzarsi.
Anche se la vita del pugile Jake LaMotta mostra qualche inesattezza che potrebbe far storcere il naso ai fan dell'atleta, in realtà ciò importa relativamente, perché lo scopo di Martin Scorsese non è tanto fare una semplice biografia, ma è raccontare l'epopea sportiva e personale di un grande sconfitto che non è stato capace di apprezzare ciò che aveva di bello (la famiglia, la carriera), la cui anima arde di una rabbia infinita. Jake LaMotta è un grande sconfitto, un po' come pensava di esserlo Martin Scorsese, dopo il flop di New York New York insieme ai suoi problemi personali.
E invece Martin Scorsese crea un film stilisticamente perfetto, dalla fotografia di Michael Chapman che restituisce lo spirito delle pellicole della Hollywood dei tempi d'oro, al  montaggio di Thelma Schoonmaker, giustamente premiata con L'Oscar, che conferisce quel ritmo e quella dinamicità che ormai sono il marchio di fabbrica del regista italoamericano. E poi abbiamo un tris di attori strepitosi: Robert De Niro che plasma il suo corpo per la sua performance da Oscar, mentre Joe Pesci e Cathy Moriarthy sono degli ottimi antagonisti.
Toro scatenato è a distanza di 34 anni un grande film sulla box, che appassiona non solo i fan del vero Jake LaMotta, ma che emoziona anche lo spettatore meno avvezzo a questo sport, pronto a farsi stendere da un knock out.

lunedì 20 gennaio 2014

RECENSIONE: The Wolf of Wall Street




Titolo: The Wolf of Wall Street
USA, 2013
Cast: Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie.
Sceneggiatura: Terence Winter
Regia: Martin Scorsese.
Durata: 179'


La vera storia di Jordan Belfort (Leonardo DiCaprio) "lupo" di Wall Street che si è creato una fortuna ai danni dei risparmiatori americani.
C'è una sorta di aspra critica e fascinazione allo stesso tempo del capitalismo made in USA. Gli anni Ottanta hanno segnato la fine dell'epoca hippy, dove il peace and love è stato sostituito dal greed and money.
Se quel periodo segnato dal dio Denaro è stato condannato da Oliver Stone, che in Wall Street ritraeva una feroce immagine del dorato e intossicato mondo dei broker americani,  e  con American Psycho di Mary Harron si aveva un'idea dello spirito perverso, vanesio e superficiale degli yuppie in quel di New York con Patrick Bateman,  ora tocca a Martin Scorsese con The Wolf of Wall Street.
E Scorsese racconta di come quei favolosi anni siano stati veramente favolosi per il broker Jordan Belfor,t lupo di Wall Street che ha annegato la sua meglio gioventù con orgoglio tra i fiumi della cocaina, dello sciacallaggio economico, le prostitute, due mogli e tanti, tanti party depravati. Perché Jordan Belfort si diverte. E anche parecchio.
Ma chi è Jordan Belfort? E' un novellino sposato con la giovane Teresa,  che arriva a Wall Street con l'autobus in cerca di successo. Il ragazzo è un po' ingenuo, ma è sveglio, intelligente e viene preso sotto la guida di  Mark Hannah (uno strepitoso cameo di Matthew McConaughey) che gli insegna i 3 step fondamentali per sfondare a Wall Street: 1) fare soldi 2) farsi di cocaina 3) farsi le seghe due volte al giorno.
Jordan non se lo fa ripetere due volte e coglie al volo gli insegnamenti: in poco tempo, dopo le prime difficoltà, da bravo self made man qual è (e qui lo zio Sam sarebbe stato fiero di lui) sa come vendere un prodotto e crea dal nulla la Stratford Oak.
La sua bravura lo fa diventare il re di un impero economico che gli regala tutto ciò che lo stereotipo dello yuppie gli concede: auto di lusso, una barca, una villa con piscina, prostitute, cocaina e soprattutto tanti, tanti soldi.
E le donne fanno parte del pacchetto, nude, perfettamente depilate, dominatrici, funzione di sollazzo o semplici oggetto da arredamento. Non si sa perché, ma nella società americana a quanto pare il femminismo  decantato nel famoso '68 da Kate Millet dove si urlava ai quattro venti che "l'utero è mio e me lo gestisco io", 20 anni dopo sia andato a farsi benedire e queste donzelle l'utero se lo fanno gestire da questi maschioni strafatti di Wall Street.
Tutto fa parte dei giochi dei cliché dello yuppismo americano, che nelle mani di Scorsese non è tanto una glorificazione della mercificazione femminile, quanto la disponibilità da parte del corpo femminile di vendersi al migliore offerente per avere una vita favolosa in nome di Gucci, Louis Vuitton, Cartier e magari uno yacth con il proprio nome, come accade a Naomi (Margot Robbie) bionda con il corpo da modella e seconda moglie di Belfort che assapora l'ascesa e caduta della sua dolce metà. E soprattutto è complice della sua vita in nome degli eccessi con la convinzione che tutto gli è dovuto perché ha i soldi.
E qui Martin Scorsese a sua volta non compie una celebrazione di un uomo che si venderebbe anche sua madre per sniffarsi una striscia di cocaina con una banconota da un dollaro, ma si diverte un mondo a enfatizzare l'assurda parabola esistenziale di un giovane che a 23 anni aveva già un fottuto impero economico e si voleva solo divertire. E noi ci divertiamo con lui.
E allora entriamo nella sua "tana", fatto di fidati collaboratori tra cui Donnie (Jonah Hill) uomo dalla famiglia incestuosa, Brad (John Berthnal), che sembra uscito fresco fresco dalla galera e  Nicky (P.J. Byrne) che non si capisce se i suoi capelli siano veri o no come (la fuffa) i sogni di gloria e denaro che vendono a clienti ingenui, allettati dal signor benessere economico.
Nell'universo di Belfort tutto è una festa, un carosello caotico dove la libertà sessuale è ben accetta (e qui l'allievo supera il maestro: dalle due seghe al giorno si passa direttamente alle scopate), tutto è una festa fatta di uomini strafatti e donne nude che suonano la banda; per poi "uscire" la sera con lui per farci un giro in limousine e magari fare una sniffata sul seno della escort di turno. Perché la regola numero 4 è: mai essere sobri.
Belfort crea dal nulla una novella Babilonia nel cuore del capitalismo americano, dove tutto è possibile e (il)lecito.
Scorsese ritrae Jordan Belfort come un (truffatore) motivatore con tanto di microfono degno di uno dei migliori presentatori di televendite miete un successo uno dietro l'altro, dove si può ottenere tutto a suon di dollari, anche comprare anche un posto in Paradiso.
Ma si sa che la felicità non può durare in eterno, ed ecco che entra in scena l'FBI con Patrick Dehnam (Kyle Chandler) che cerca di rovinargli la festa per incastrarlo, intaccando il suo dorato e allucinogeno mondo.
E più il nostro antieroe ha le sue disavventure con la giustizia, più Scorsese si diverte a mostrare fino a che punto un uomo arrivi a ridicolizzarsi pur di salvare la propria montagna di soldi, rimanendo per molto tempo impunito, sbattendo con strafottenza il suo successo a un agente federale che serve il governo americano e viene ringraziato con uno stipendio medio e il ritorno a casa in metropolitana. E anche se  Patrick riesce a incastrarlo, il lupo perde il pelo ma non il vizio, rinascendo dalla polvere di cocaina dalle ceneri come l'Araba Fenice.
Martin Scorsese con The Wolf of Wall Street rispolvera alla grande lo stile assurdo e divertente di After Hours (Fuori Orario) e crea un gioiellino di sagace critica di un decennio a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta dove il capitalismo americano era in mano a gente semplicemente fuori di testa.
E più Jordan Belfort è nei guai, più lo spettatore si diverte nel rendersi partecipe dell'assurdità della vita di questo broker che si è scialato un mondo durante la sua giovinezza.
E ci regala 4 momenti di culto: 1) il mantra di  Mark Hannah 2) la "candid camera" ai danni della moglie Naomi ripresa e ridicolizzata mentre lo seduce senza le mutandine 3) Jordan strafatto di pasticche che mezzo paralizzato dalla droga riesce a tornare a casa sfasciando la Ferrari 4)la tempesta dove non deve morire assolutamente sobrio, viene salvato e fa un festino con l'allegra banda con tanto di Gloria di Umberto Tozzi come colonna sonora per celebrare l'avvenimento.
Martin Scorsese con bravura e maestria rende bene con l'aiuto dei rallenty la realtà distorta e dilatata sotto l'effetto degli stupefacenti, dirigendo il suo folle circo composto dal delirante e demenziale team di Belfort come una coreografia, creando ritmo e dinamicità tale da far rimanere inchiodato lo spettatore per 179, grazie anche a una eccellente (come sempre) colonna sonora più "moderna" che comprende canzoni di Kanye West e Foo Fighter'.
E poi abbiamo il lupo incarnato da Leonardo DiCaprio, che presta il suo corpo (letteralmente) per un tour de force dove sfoggia perfette doti da commediante, con il ruolo di una vita che dovrebbe assicurargli la statuetta dorata tanto agognata ma mai conquistata. Jonah Hill (anche lui nominato agli Oscar) è una spalla comica perfetta, complice di momenti sballati capace però di essere un perfetto Giuda traditore. Nel cast c'è anche Jean Dujardin che con questo ruolo riprende un posto a Hollywood dopo l'Oscar vinto con The Artist, e brava anche Margot Robbie, che non è solo una bionda svampita.
The Wolf of Wall Street è una commedia arguta e intelligente che non si prende sul serio pur raccontando la veria storia del famoso broker, sputtanando sbeffeggiando i favolosi anni Ottanta e i piccoli mostri che gli Stati Uniti d'America hanno creato.

Voto: 8,5