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mercoledì 17 agosto 2016

RECENSIONE: Bronson

L'insostenibile fascino di una recensione retrò.






Titolo: Bronson
Id., Regno Unito, 2008
Cast: Tom Hardy, Matt King, Amanda Burton.
Sceneggiatura: Brock Norman Brock e Nicolas Winding Refn.
Regia: Nicolas Winding Refn.
Durata: 92'


Vera storia di Michael Gordon Peterson (Tom Hardy) giovane cresciuto in un ambiente borghese, in una famiglia normale, ma con una malsana passione per la violenza. Questa sua "passione" lo porterà ad essere il più temibile criminale britannico con il nome d'arte di Charles Bronson, arrivando a scontare 35 anni di galera (di cui sta scontando tutt'ora la pena), passandone 30 in isolamento, pur senza aver mai ucciso nessuno. 

Charles Bronson è un uomo che aveva una vocazione, solo che non sapeva quale fosse, per poi scoprire di essere votato all'angheria e alla sopraffazione altrui.
Bronson è un personaggio, che, seppur esistente nella realtà, sembra così assurdo da non essere vero. E così che diventa nelle mani del danese Nicolas Winding Refn , che crea Bronson come se fosse una pantomima, un personaggio teatrale che trova la sua dimensione ideale in un palco/cella.
In soli 3'27'' iniziali, Charles Bronson ti offre il suo biglietto da visita, un bel knock out. L'essenza di Bronson si racchiude nell'intro del film: un uomo che come un bestia chiusa in gabbia si scaglia contro i secondini facendo esplodere la sua furia animalesca, in un'esplosione di odio senza senso. 
Infrangendo la regola cinematografica di non guardare dritto la macchina da presa, Bronson fissa lo spettatore con la sua espressione luciferina, che fin dalla prima inquadratura, dice solo con un'occhiata che è un assoluto psicopatico felice di esserlo, uno sguardo che ti penetra fino in fondo come un pugno pronto a colpirti in faccia. 
Occhi sbarrati, il suo corpo muscoloso e nudo che si dimena ricevendo e dando colpi, con quei movimenti portati all'eccesso che, nelle mani di Refn hanno un qualcosa di disturbante, ma dal punto di vista visivo sono intrisi di una bellezza a tratti lirica. Quel fisico sporco, esprime non solo furia, ma energia, l'essenza vitale di Bronson, colui che voleva diventare famoso per un motivo e che ha trovato nelle botte 15 minuti di celebrità e 35 anni di carcere.
Refn mette in scena un teatro dell'assurdo, con un Charles Bronson che è pronto per iniziare il suo show e da il meglio di sé lo da proprio davanti a un ipotetico pubblico.
Bronson è uno, nessuno e centomila, nella sua dimensione di commediante stravagante, facendo diventare la violenza parte integrante di questa sorta di teatro grottesco che è la sua vita.
Così volutamente sopra le righe, recita la sua parte alla perfezione in un copione perfetto scandito in altrettanti atti perfetti: violenza-carcere-isolamento-altro carcere.
La gattabuita diventa la sua dimensione  naturale e ne gira così tanti da sembrare un turista che testa vari alberghi prima di trovare la sua stanza ideale, arrivando poi a soggiornare in manicomio.
Bronson viene catapultato in un luogo dove svuotato della sua indole aggressiva, non esiste più, non può vivere perché il suo io sadico, poiché viene bloccato, finendo per muoversi come uno zombie sulle note di It's a Sin dei Pet Shop Boys, in una stanza che ricorda vagamente il set/villaggio di Dogville del conterraneo Lars Von Trier. 
E nel monologo più bello, Bronson rivendica il suo "diritto" alla galera, chiedendo a gran voce la sua "stanza d'albergo", cantando da consumato one man show di fronte allo spettatore che lo applaude.
Passato alla storia come il detenuto più costoso della storia dell'Inghilterra, Bronson viene rilasciato dopo 26 anni di isolamento. 
E se Michael Peterson viene messo da parte per far nascere Charles Bronson, assumendo la sua nuova identità da libero cittadino, in questo frangente manca di mordente, e il film perde ritmo nella dimensione "umana" del personaggio. E se il suo rientro a casa assomiglia tanto al ritorno in famiglia di un certo Alexander De Large protagonista di quell' Arancia Meccanica che fece scandalizzare l'Inghilterra, Bronson è un uomo in cui cerca la propria identità nella violenza e l'uso che ne fa è l'esternazione del suo essere. E di conseguenza il carcere chiama ancora. Questa volta per sempre.
Se la prima parte del film è volutamente grottesca e, seppur intrisa di virulenza ha un un certo (e malsano) sense of humor (nulla a che vedere con l'uso che ne fa Tarantino, che si diverte giocandoci fino a farle perdere ogni significato), Refn conferisce bellezza nel brutto della sopraffazione, mentre la seconda parte è priva di verve e coinvolge meno, proprio perché la normalità e un contesto ordinario non fanno parte di Bronson.
Il punto di forza del film risiede provo nell'estetica: Refn  usa la violenza portandola al limite dell'irreale in modo da risultare disturbante e a tratti affascinante, con quei rallenty che ne amplificano l'eccesso, con il corpo (spesso) nudo di Bronson che come in un danza luciferina esprime la sua voglia di contatto fisico doloroso, con i lividi sul volt e  il sangue che imbratta la pelle.
Nicolas Vinding Refn ha un gusto visivo davvero notevole coniugato con l'ottimo utilizzo della musica, riuscendo a rendere la brutalità come personaggio integrante della storia e del personaggio di Michael Peter alias Charles Bronson, a cui Tom Hardy fa gravare tutto il peso del film sul suo fisico. E lo fa con grande bravura.
Cosa fare quando un uomo ha bisogno dell'impetuosità sfrenata per sentirsi vivo e avere una ragione per stare in un mondo forse meno salubre di lui?  Ai posteri l'ardua sentenza: Charles Bronson è ancora in cella e il suo soggiorno in albergo è  a tempo indeterminato. 

Voto: 6/7
A.M.

venerdì 26 febbraio 2016

RECENSIONE: Legend



Titolo: Legend
Id., UK, 2015
Cast: Tom Hardy, Emily Browning, Cristopher Eccleston.
Sceneggiatura: Brian Helgeland.
Regia: Brian Helgeland.
Durata: 131'


Londra sembra divisa in due parti: da un lato il West London, posh in costante fase di gentrificazione, con le sue aree più verdi nelle aree suburbane, perfetta per una vita tranquilla e per crescere i bambini, dall'altra l'East London, con i suoi grattacieli, con la sua vibrante trasformazione e con la sua intensa vita in costante fibrillazione. 
Negli anni Sessanta però prima della Swinging London che aveva dato quel tocco di coolness (di cui ora è un pallido ricordo), e prima del movimento punk,  l'East London era considerato come l'area suburbana e proletaria per eccellenza. Era però famoso per aver dato i natali ai gemelli Kray, Ronald e Reginald (Tom Hardy), temibili gangster che avevano messo le mani sulla città con i loro affari. Definirli gangster però è riduttivo, e forse anche un po' offensivo per una coppia di gemelli che hanno pur sempre - nei meandri dell'illegalità - dato una impronta indelebile alla città che era ancora lontana nel diventare una delle più grandi metropoli del mondo. 
Uomini d'affari, sì, questo potrebbe essere appropriato. Reginald e Ronald Krays erano degli uomini d'affari dai metodi poco ortodossi.
E' così che vengono visti da Frances (Emily Browning), ragazzina di 16 anni affascinata da Reggie e destinata a diventare sua moglie, e da Brian Helgeland, il regista di Legend, film dedicato alla figura dei più famosi gangster londinesi.
Visto con gli occhi di Frances, la cui voce fuoricampo aleggia per tutto il film, i fratelli Krays erano temuti sì (specialmente se eri il proprietario di un pub), ma anche ammirati dalla società londinese (e soprattutto da coloro che andavano nei locali del West End, fulcro del loro business).
Memore dello stile di L.A. Confidential, Helgeland tratta la 'materia Krays' allo stesso modo in cui trattava la Los Angeles scritta da James Ellroy, rendendo i gemelli Krays affascinanti, impregnati da uno stile noir, con la musica iniziale uscita da un film degli anni della Hollywood d'oro.
Helgeland racconta la storia dal punto di vista di Frances, cercando di non voler tradire quell'allure di fascino che i gemelli sapevano esercitare, assurgendoli a mito (seppur negativo) che perdura nel corso degli anni.
Puntando sulla testimonianza indiretta di Frances, Helgeland si concentra soprattutto sulla figura di Reggie. Bello (ma anche Ronnie lo è, anche con gli occhiali e un naso 'importante'). elegante (Ronnie è più old fashioned, ma non disdegna il completo giacca e cravatta),  con il fiuto per gli affari (Ronnie invece lo è meno, mancando un training causa internamento in una casa di cura per malattie mentali), di buone maniere (Ronnie preferisce le maniere forti) e soprattutto determinato a  mettere le mani sulla zona est della città e su Frances, che riuscirà a sposare nonostante i suoi genitori - e tutta la gente del quartiere - sapessero quanto poco di buono sia. 
Entravi in un pub e se il barista aveva la faccia gonfia di botte, sapevi che i Krays erano passati a trovarlo; ti divertivi in  un locale esclusivo, e poco importa se la festa venisse interrotta dalle escandescenze di Ronnie. 
Questo è l'aspetto più interessante di Legend: come la scalata al potere dei gemelli Krays sia passata liscia come l'olio sotto gli occhi di tutti, con Scotland Yard venisse beffata da questi due fratelli che rivendicavano ciò che ritenevano fosse loro, fuori dal contesto proletario e vagamente squallido che circondava come una morsa l'East London. 
Tolto il fascino iniziale con lo stile noir preso in prestito da L.A. Confidential, Legend continua purtroppo sulla via facile del biopic quando scivola sul rapporto tra Frances e Reggie, arrivando a una buona dose di prevedibilità: più lui acquista potere, più il loro rapporto si incrina arrivando alla tragedia. Perché Reggie forse ha amato l'East London più di ogni altra cosa, volendolo cambiare a modo suo, anche con mezzi illeciti, ignorando probabilmente i fatto che Londra è una città che cambia pelle come un serpente, e l'East London sarebbe cambiato in ogni caso. 
Legend comunque è un film soprattutto di attori, dove Tom Hardy 'mette le mani' sul film con un gran bel one man show, dove sdoppia il suo talento, dove forgia un autentico accento cockney (chapeau per uno londinese D.O.C. che viene dal quartiere ovest di Hammersmith) e mostra soprattutto di sapere reggere il film, anche se tende a strafare nei panni di Ronnie, scatenandosi perché è il ruolo che alla fine lo richiede.
Tolto Hardy però, Legend rimane pur sempre un gangster movie tradizionale e senza guizzi autoriali, che però ha il merito di vedere un lato della 'Londra che fu' e soprattutto vale la pena vederlo per avere la conferma che Tom Hardy è uno degli attori più talentuosi e interessanti in circolazione.

Voto: 7


venerdì 2 ottobre 2015

COMING SOON: Legend



La parabola gangsteristica dei gemelli Reginald e Ronald Kray (interpretati entrambi da Tom Hardy) vista dal punto di vista di Frances Shea (Emily Browning), moglie di Reginald viene condensata in Legend, diretto da Brian Helgeland (Il destino di un cavaliere) scava nei meandri dell'East End londinese tra la fine degli anni Cinquanta e i primi decenni degli anni Sessanta. 
Il film parte dagli inizi, quando Ronald Kray era internato in un manicomio, Reginald stava cominiciando il suo giro di affari e Frances era solo una ragazzina quando aveva conosciuto il futuro marito, che sposò a 22 anni. La scalata al potere tali da farli diventare delle celebrità con un locale nel West End frequentato dalle celebrità della nascente swinging London. 
Mentre i gemelli Kray si godono il successo, Scotland Yard cerca di incastrarli grazie alle costanti indagini di Leonard Read (Christopher Ecclestion).
Interpretato da un 'doppio' Tom Hardy, il film vanta un ricco cast che vanta Emily Browning, Christopher Eccleston, David Thewils, Chazz Palminteri e l'apparizione speciale della cantante Duffy.


martedì 17 giugno 2014

NEWS: Tom Hardy si sdoppia per Legend


Thomas Hardy vestirà i doppi panni dei gemelli Kray, temibili criminali della Londra anni Sessanta. Hardy infatti sarà protagonista del film Legend, diretto da Brian Hegeland, lo sceneggiatore di L.A. Confidential.
Hardy si dimostra per l'ennesima volta un attore versatile, capace di passare dai ruoli di villain come Bane di Batman, a commedie di azione come This Mean Wars, fino al one man show di Locke; cambiando il suo fisico seguendo un metodo stile Robert De Niro e Christian Bale. 
In questo nuovo film darà una doppia prova di bravura, come ormai da anni ci ha abituato.

sabato 26 aprile 2014

COMING SOON: Locke



Locke è un film diretto da Stephen Knight (sceneggiatore di La promessa dell'assassino e Dirty Pretty Things, alla seconda regia) e interpretato da Tom Hardy. 
Ivan Locke è un uomo che lavora duramente nell'edilizia per mantenere la sicurezza economica della propria famiglia. Alla vigilia del giorno più importante della sua carriera lavorativa, Locke riceverà una telefonata che minaccia la sua tranquillità, il suo lavoro e soprattutto i suoi famigliari.
Per evitare che la sua vita vada in frantumi, Locke sarà costretto a compiere un viaggio da Brighton a Londra per non perdere tutto quello che ha costruito.
Locke è girato interamente in tempo reale (espediente narrativo/temporale già usato in passato, come nei film Nick of Time con Johnny Depp e 88 minuti con Al Pacino, focalizzando le riprese con primissimi piani di Tom Hardy, protagonista indiscusso della pellicola. Il film uscirà nelle sale italiane il 30 aprile.