sabato 8 marzo 2014

100% PURE GLAMOUR: Le donne del cinema

Oggi è la festa internazionale della donna, e perché non festeggiare con la nuova rubrica di Director's Cult 100% pure glamour?
Le dive di Hollywood oggi sono Scarlett Johanson, Jessica Chastain, Julia Roberts, Halle Berry, Angelina Jolie e molte altre: donne di potere, che sanno usare la propria bravura senza trascurare la loro sensualità, capaci di stupire e di essere non solo attrici, ma anche icone di moda, ambasciatrici umanitarie, dive moderne. Ma senza le grandi attrici del passato, forse la loro strada verso l'olimpo di Hollywood sarebbe stata solo in salita. Una carrellata di dive dal muto agli anni Settanta, per omaggiare le donne che hanno avuto un ruolo di primo piano cambiando l'industria cinematografica dall'interno.







Lillian Gish: una delle prime muse dei registi e dive del muse, il piccolo "giglio infranto" per eccellenza.









Mary Pickford: la "fidanzatina d'america" ma dotata di un grande fiuto per gli affari, diventando una delle fondatrici della United Artists.









Mae West: è lei l'antesignana delle "bombe sexy", capace di usare il proprio sex appeal con intelligenza ironia, senza risultare volgare.









Greta Garbo: La "divina" colei che fu la prima e indimenticabile diva, con la sua voce sensuale e roca,
indimenticabile in grandi melò.









Shirley Temple: la bambina "prodigio" capace di ballare, recitare ed essere adorabile con i suoi riccioli biondi.








Marlene Dietrich: la "femme fatale" capace di essere androgina e sessualmente ambigua, ma affascinante e e romantica nei melò.







Ida Lupino: La "pupa" di Humprey Bogart ne Il mistero del falco, è stata una delle prime registe, sceneggiatrici e produttrici di Hollywood, aprendo le porte alle future registe donne in un mondo dominato dagli uomini.








Veronica Lake: la "femme fatale" per eccellenza, una diva capricciosa come il ciuffo ribelle che le cadeva
sul suo splendido viso







Bette Davis: la donna "indomita" e passionale, testarda ed energica che ci ha regalato interpretazioni splendide.








Hattie McDaniel: "l'antesignana", la prima attrice afroamericana a vincere un Oscar, riuscendo ad andare
oltre gli stereotipi che le imponeva Hollywood






Joan Crawford: la "competitiva" attrice dal forte temperamento, capace di reinventarsi una nuova carriera diventando una capace donna di affari.







Ginger Rogers: la "multitasking", capace non solo di ballare divinamente il tip tap con Fred Astaire, ma
anche di vincere un Oscar come migliore attrice protagonista.








Katharine Hepburn: la "femminista" indomita e testarda, ma anche buffa e divertente, una donna con la recitazione nel DNA








Ingrid Bergman: la "freschezza" delle dive nordiche, musa di Alfred Hitchock prima e di Roberto Rossellini
poi.







Lauren Bacall: la "sofisticata", colei che rubò il cuore di Humprey Bogart sullo schermo, ma anche nella vita reale.





Juanita Moore: la "sensibile" capace di evitare il cliché della governante afroamericana, creando donne
amorevoli e affrante dalle avversità della vita.







Grace Kelly:  la prima diva glamour, elegante come una principessa, e infatti una volta smessi i panni di miss "ghiaccio bollente", lo diventerà per davvero.






Marilyn Monroe: la "bombshell" svampita e adorabile, ma in realtà una donna intelligente e capace di
essere una grande e ironica commediante





Elizabeth Taylor: miss "occhi viola" dotata di bellezza, ma anche carisma e passionalità che infondeva in indimenticabili melò. 








Anna Magnani: la "verace" passionale, vitale, splendida senza trucco e parrucco e prima attrice italiana a
vincere un Oscar e il cuore di Hollywood.




Audrey Hepburn: "l'eleganza" fatta a persona, quando classe e bravura si incontrano, creando una grande attrice.







Sandra Dee: la "bambolina" minuta e adorabile, la fidanzata ideale per ogni ragazzo di buona famiglia.






Sophia Loren: la "maggiorata" che con la sua prorompente bellezza e bravura ha conquistato Hollywood e un Oscar.








Shirley Maclaine: la "sbarazzina" vitale e dall'incontenibile energia, capace di incarnare donne sfortunate,
ma mai sconfitte dalla vita.





Liza Minnelli: la "incasinata", capace di incarnare donne dalla vita complicata, ma assolutamente affascinante.







Pam Grier: la "tosta", la diva della Blaxploitation per eccellenza, che ha cancellato lo stereotipo  delle governanti afroamericane con donne
grintose e indipendenti.









Jane Fonda: la "figlia d'arte" capace di dimostrare di essere una grande attrice e non solo un cognome importante.





Sally Field: la "caparbia" che ha dato voce e volto a tante donne battagliere, con passione e bravura.





Meryl Streep: la "camaleontica", capace di cambiare accento, nazionalità, fondendosi con il personaggio e restando tutt'ora sulla cresta dell'onda.







E la lista sarebbe infinita: grazie dive per averci fatto sognare, un augurio anche a voi che siete delle donne stupende.



venerdì 7 marzo 2014

RECENSIONE: Inception


-Il fascino indiscreto di una recensione retrò-



Titolo: Inception
Stati Uniti/Gran Bretagna; 2010
Cast: Leonardo DiCaprio, Marion Cotillard, Joseph Gordon Lewitt, Cillian Murphy, Ken Watanabe, Ellen Page, Tom Hardy, Pete Postlewaithe, Dileep Rao.
Sceneggiatura: Christopher Nolan.
Produzione: Warner Bros.
Regia: Christopher Nolan.
Durata: 142'

Dom Cobb (Leonardo DiCaprio) ha la capacità di carpire i sogni delle persone, appropriandosi dei segreti per poi venderli al migliore offerente. Mago dello spionaggio industriale, si inserisce nella mente del magnate giapponese Kaito (Ken Watanabe) per rubargli un segreto, ma fallisce a causa dell'interferenza di Mal (Marion Cotillard), moglie di Cobb e proiezione del subconscio di Dom. Saito propone a Cobb un accordo per salvarsi: deve creare un innesto, cioè un percorso inverso e instillare nella mente del ricco Robert Fischer (Cillian Murphy) l'idea di voler distruggere la compagnia del padre Maurice (Pete Postlewhaite), rivale in affari di Saito. Cobb non ha alternative e crea una squadra composta dal socio Arthur (Joseph Gordon-Lewitt), l'architetto Ariadne (Ellen Page), il falsario Eames (Tom Hardy) in grado di assumere le identità altrui e il chimico Yussuf (Dileep Rao). Cobb deve portare a termine il piano se vuole ritornare in America in modo da poter riabbracciare i suoi figli, ma l'ossessione per Mal rischia di compromettere l'operazione...
Benvenuti nell’immaginario intricato e tortuoso di Chrispher Nolan. DefinireInception un film di fantascienza misto a trhiller e azione è riduttivo, poiché l’intenzione di Nolan consiste nell'analisi della memoria e della fragilità del subconscio umano. E per farlo utilizza una trama semplice e lineare fatta di furti e intrusioni nei sogni, per poi scardinarla in più livelli e giocando con l'ambiguità che la "materia" gli permette di fare, ma fa in modo di renderla comprensibile al pubblico. Come fece Alfred Hitchock in Vertigo (quando Madleine-Judy/Kim Novak spiega l’intrigo ai danni di Scott Ferguson/James Stewart con una “banale” lettera), Nolan srotola il bandolo della matassa poco alla volta svelando ulteriormente il significato della storia. 
Ma non lo fa per insultare l’intelligenza del pubblico o perché non si fida, semplicemente fa un memorandum affinché lo spettatore si rilassi e si concentri sull’ossessione che ha Cobb per la moglie Mal e sulla volontà dell’immaginare una realtà virtuale migliore di quella reale. 
Una sorta di McGuffin hitchcockiano  che permette di rimanere affascinati e irretiti da un’orgia di immagini che spaziano dal ribaltamento di Parigi su se stessa (e qui non si puo' evitare di pensare a Escher e Piranesi), città virtuali che nascono dalla mente (come in Matrix), corpi fluttuanti, scale che si interrompono, giochi cromatici di una landa innevata inventata appositamente per sparatorie e inseguimenti (come in un film di 007): una manna per gli occhi, oltretutto senza l'ausilio del 3D e con l'uso moderato degli effetti speciali. Nolan si auto cita (non è un privilegio solo per Quentin Tarantino) e trasforma Dom Cobb in un nuovo Leonard Shelby, ossessionato dalla donna della sua vita. Se in Memento l’incapacità di ricordare spinge il protagonista ad una continua vendetta mosso dal senso di colpa, in Inception l’inconscio di Cobb è tormenato dal ricordo di Mal che a sua volta si vendica dell’uomo che amava e che non ha mantenuto la sua promessa, torturandolo con la sua visione. 
Come lo squid che usava Lenny Nero per provare degli attimi di vita vissuta insieme all’amata Faith (inventato da Katrhin Bigelow in Strange Days), Cobb usa i sogni per far rivivere i momenti di felicità coniugali con la moglie affinché tutto ciò non si affievolisca nella sua mente. 
Nolan è un prefetto prestigiatore e si diverte a mescolare le carte con più livelli di narrazione, un sogno dentro un sogno (e dentro un altro ancora) costringendo lo spettatore a concentrarsi in questo gioco cerebrale a discapito dell’emozione, forse l’unica pecca del film. 
Infatti più che una storia avvincente è un film che affascina lo spettatore, irretendolo e ospitandolo in un labirinto (come quello percorso da Arianna e Orfeo per fuggire dai meandri dell’Ade) per due ore e mezza senza annoiare. 
Inception ha un’atmosfera visionaria con sprazzi di noir anni ’40 grazie al personaggio interpretato da Marion Cotillard (omaggiata con l’utilizzo della canzone Je ne regrette rien di Edith Piaf, ruolo che le ha fatto vincere l’Oscar), perfetta dark lady che disturba la quiete di Leonardo Di Caprio, che, dopo la “cura Scorsese” con Shutter Island, è pronto ad affrontare un altro personaggio complesso. 
Ottimo il cast da Cotillard a Joseph Gordon-Lewitt, forse la nota stonata è in Ellen Page, troppo acerba per il ruolo di architetto della realtà virtuale. Gli omaggi e gli elementi presi in prestito si sprecano (da Blade Runner2001: Odissea nello spazioStange DaysL’arte del sogno a Matrix, alle visioni oniriche di David Lynch e altro ancora…), ma fare paragoni con Gilliam, Gondry, Bigelow e Kubrick alla fine rischia di diventare fuorviante: ciascun cineasta ha la propria personalità e la propria visione delle cose. 
Christopher Nolan è entrato di diritto in questo club esclusivo di registi visionari. Inception è un film che va metabolizzato lentamente per potene godere pienamente. 
È un film da vedere due volte: la prima con il cervello, la seconda con il cuore, forse così la punta di freddezza che avvolge il film tenderà a scemare, affascinando ulteriormente.

Voto: 8

martedì 4 marzo 2014

VIDEO REVIEW: Empire State of Mind

Titolo: Empire State of Mind
Cantante: Jay-Z feat. Alicia Keys
Regia: Mark Romanek
Durata: 4'42''

La città di New York viene ritratta in un elegante bianco e nero, come se fosse una città senza tempo. La grande mela viene quasi fotografata, come se si volesse fermare in un istante nelle sue strade, i suoi quartieri, i suoi simboli.
E New Yoirk è la protagonista di Empire State of Mind cantata da Jay-Z feat. Alicia Keys è un inno a New York, una vera e propria celebrazione. Raffigurata da Woody Allen nei suoi lungometraggi, ora anche la musica dedica un'elegia grazie a Jay-Z.
New York è un microcosmo fatto di persone, strade illuminate, colme di vita sia di giorno che di notte, con locali frequentati da ragazze alla moda, giovani writers che creano murales, persone che percorrono le strade, vanno a vedere le partite di basket.
Madison Square Garden, la statua della libertà, Lo Yankee Stadium, Il ponte di Brooklyn, l'Empire State Building, il ricordo dei caduti dell'undici settembre, sono i luoghi dell'anima di ogni newyorchese che il regista Mark Romanek ha voluto omaggiare.
Romanek crea un videoclip elegante, con riprese aeree che abbraciano la città, impreziosito da un raffinato bianco e nero, che si accende con i colori che esaltano le mille luci delle insegne di Broadway e delle pubblicità sui grattacieli. Le luci si spengono e l'isola di Manhattan viene illuminata con una splendida alba.
Empire State of Mind è un atto d'amore di Jay-Z per la sua città.
New York 4ever. New York I love you.

GOODBYE: Addio a Alain Resnais



Non c'è pace per il cinema. Dopo il funesto mese di febbraio, il primo marzo ci ha lasciati un pezzo di storia del cinema: Alain Resnais. 
Aveva 91 anni ed era ancora in attività, infatti nel 2013 aveva girato Non avete ancora visto niente, e l'inedito Aimer, boit et chanter (2014), premiato a Berlino con l'Orso d'argento. Pezzo di storia per aver fatto parte della Nouvelle Vague francese (anche se era della "fazione" Rive Gauche), che, insieme a Jean Luc Godard e François Truffaut rivendicarono sul finire degli anni Cinquanta il loro ruolo di creatori legittimi di un film con la politique des auteurs.
Resnais esordì con un piccolo gioiellino Hiroshima mon amour (1959), storia d'amore tra un architetto giapponese e un'attrice francese. Rensais utilizzò un linguaggio cinematografico innovativo per l'epoca attraverso l'uso del flashback per mostrare il dolore causato dalla guerra, creando un film pacifista. Il tema della guerra venne analizzato in Muriel, il tempo di un ritorno (1963), sulla guerra in Algeria e La guerra è finita (1966), con Yves Montand.
Nel 1974 diresse Stavinsky il grande truffatore con Jean Paul Belmondo, mentre si mise a esplorare la psiche umana con Mon oncle d'Amerique (1980) esaminando i meccanismi di difesa del cervello (conflitto, fuga, autodistruzione).
La costante del tempo venne elaborata non solo nel suo film d'esordio, ma anche in L'anno scorso a Marienbad (1962), e in Smoking/No Smoking (1993) due film che si snodano su due binari che dipendono da un'azione (in questo caso il fumo di una sigaretta) che può influire sul destino della coppia interpretata da Sabine Azema e Pierre Arditi.
Negli anni 2000 aveva sperimentato sul linguaggio e sull'amore: le parole non servono quando le puoi sostituire con le canzoni: Parole, parole, parole (2003), l'amore e la sofferenza che può provocare viene affrontata in Cuori (2006). L'amore può essere strano e ossessivo ne Gli amori folli (2009) premio speciale della giuria di Cannes.
L'ultimo capitolo del suo universo cinematografico l'aveva incentrato sulla vita e sulla morte. E il suo testamento cinematografico è Aimer, boit et chanter (2014), appunti dell'esistenza di Mr. Riley, prossimo a lasciare il mondo a causa di un tumore, rimarrà l'eredità di un maestro che oggi non c'è più.


lunedì 3 marzo 2014

NEWS: I vincitori Oscar 2014



12 Years a Slave di Steve McQueen è il miglior film del 2014, ma Gravity di Alfonso Cuàron è il film "prendi tutto", a cominciare dalla miglior regia, per un totale di 7 Oscar. 
Il film di McQueen si aggiudica il premio per la migliore interpretazione femminile assegnato a Lupita Nyon'go, premiata a sorpresa (tutti puntavano su Jennifer Lawrence), e la migliore sceneggiatura non originale di John Ridley.
I grandi esclusi sono stati invece American Hustle e The Wolf of Wall Street. Se ormai Martin Scorsese ci ha fatto l'abitudine, per Leonardo DiCaprio è l'ennesima delusione, dopo 4 nomination e nessun premio. A spuntarla infatti è Matthew McConaughey che gli soffia la statuetta con il ruolo di Ron Woodroof in Dallas Buyers Club, pellicola che si aggiudica una doppietta con la vittoria di Jared Leto, migliore attore non protagonista.
In smoking bianco e in ottima forma dopo aver perso 23 kg per interpretare Woodroof, McConaughey ha ringraziato sul palco Dio, che l'attore texano ha preso come modello di vita. Ormai le commedie romantiche sono solo un vago ricordo, e McConaughey può finalmente meritarsi il ruolo di erede di Paul Newman non più per la sua bellezza, ma anche per la sua bravura.
Capello lungo da rock star per Leto (è infatti membro della  band 30 Seconds to Mars) e anche lui in smoking bianco, ha tenuto un discorso di ringraziamento "politico", auspicando la pace in Ucraina.
Migliore attrice è Cate Blanchett, la nevrastenica Jasmine di Blue Jasmine diretto da Woody Allen. Incurante dei premi, probabilmente non si è minimamente scomposto per la mancata vittoria per la migliore sceneggiatura originale, che è andata a Spike Jonze con il suo Her, che non è riuscito a replicare con la migliore canzone scritta insieme a Karen O' degli Yeah Yeah Yeahs.
L'ultimo film diretto da Hayao Miyiazaki The Wind Rises, non ha vinto battuto dall'onnipresente Disney che si aggiudica il  premio per il migliore film di animazione e la canzone originale, battendo non solo Jonze e miss O', ma niente meno che gli U2, che gareggiavano in "nome di Mandela".
Premi più che meritati per i migliori costumi e la migliore scenografia a Il grande Gatsby.
E infine il premio che rende orgogliosa l'Italia, facendo dimenticare per un giorno i suoi problemi agli occhi del Mondo: La grande bellezza di Paolo Sorrentino è il miglior film straniero. Sorrentino dopo aver vinto il Golden Globes e il premio BAFTA (gli Oscar inglesi) ha dedicato la sua vittoria ai Talkin' Heads,  Federico Fellini, Martin Scorsese e a... Maradona.
La serata è stata condotta da Ellen Degeneris, che ha offerto la pizza agli invitati (con tanto di aiuto da parte di Brad Pitt che distribuiva i piattini di carta) ed è stata protagonista di una selfie scattata da Bradley Cooper insieme a Julia Roberts, Jennifer Lawrence, Kevin Spacey e altre star, diventando la foto più twittata del web.

I vincitori:

Miglior film: 12 Years a Slave
Miglior attore: Matthew McConaughey (Dallas Buyers Club)
Miglior attrice: Cate Blanchett (Blue Jasmine)
Miglior regia: Gravity (Alfonso Cuarón)
Miglior attore non protagonista: Jared Leto (Dallas Buyers Club)
Miglior attrice non protagonista: Lupita Nyong’o (12 Years a Slave)
Miglior sceneggiatura non originale: 12 anni schiavo (John Ridley)
Miglior sceneggiatura originale: Her (Spike Jonze)
Migliore film d’animazione: Frozen (Chris Buck, Jennifer Lee, Peter Del Vecho)
Migliori effetti speciali: Gravity (Tim Webber, Chris Lawrence)
Miglior fotografia: Gravity (Emmanuel Lubezki)
Miglior documentario: 20 Feet from Stardom (Nominees to be determined)
Miglior montaggio: Gravity (Alfonso Cuarón, Mark Sanger)
Miglior film straniero: La Grande Bellezza (Italy)
Miglior colonna sonora: Gravity (Steven Price)
Miglior canzone: Let it go (Frozen) Kristen Anderson-Lopez e Robert Lopez
Migliori costumi: Catherine Martin (Il grande Gatsby)
Miglior sonoro: Skip Lievsay, Niv Adiri, Christopher Benstead e Chris Munro (Gravity).
Miglior trucco: Adruitha Lee e Robin Mathew (Dallas Buyers Club) 
Miglior cortometraggio d’animazione: Mr. Hublot di Laurent Witz e Alexandre Espigares
Miglior corto documentario: The Lady in Number 6: Music Saved My Life di Malcolm Clarke e Nicholas Reed
Miglior cortometraggio: Helium di Anders Walter e Kim Magnusson
Premi alla carriera: Angela Lansbury, Steve Martin e il costumista Piero Tosi. Angelina Jolie è stata insignita per i suoi impegni umanitari

venerdì 28 febbraio 2014

LEZIONE DI CINEMA: Introduzione


Cinematografo: deriva dalla parola francese cinématographe, coniata dai fratelli Lumière e significa letteralmente "scritto in movimento".
Generalmente viene inteso come l'arte e il processo di catturare le immagini mediante una camera per il cinema.

Momento! Così è noioso!

Messa così una lezione di cinema fatta di pure nozioni è estremamente noioso. Però. Beh, c'è un però. Perché la teoria del cinema è così importate? Perché senza una conoscenza del passato, o meglio, delle origini, non possiamo capire il presente, non possiamo capire come si gira un film, la sua fotografia, il montaggio, come si è evoluto il suo linguaggio nel corso di un secolo. 
Eh già, il cinema mica è così "giovincello", infatti ha trovato l'elisir dell'eterna giovinezza nel rinnovamento, grazie alla sua immensa capacità di reinventarsi.
La nuova rubrica di Director's cult Lezione di cinema cercherà di non fare una pizza di lezione, ma di scoprire come si è evoluta la settima arte, facendo continui riferimenti tra passato e futuro, scoprendo così che il "vecchio" non è stato completamente abbandonato dal "nuovo" che avanza.
A ogni lezione "chi parteciperà" potrà dare nei commenti dei consigli su cosa vorrebbe sapere o in che modo renderlo ancora più interessante.
Vi ho convinti?

giovedì 27 febbraio 2014

MONNEZZA MOVIE: Il mio grosso grasso matrimonio greco



Titolo: Il mio grosso grasso matrimonio greco
Titolo originale: My big fat greek wedding
USA, 2002
Cast: Nia Vardalos, John Corbett, Lainie Kazan
Sceneggiatura: Nia Vardalos
Regia: Joel Zwick
Durata: 91'


Toula (Nia Vardalos) è una trentenne brutta, sfatta e soprattutto, onta delle onte per lei, che vuole fare l'ammerigana nata in terra ammerigana è di origine  greca.
Tù vo' fa  l'ammericana, 'mericana, 'mericana, ma il tuo babbo l'è grechì...!!!
Per essere così brutta, sfatta e greca, Tula ogni mattina indossa i seguenti cliché: capello unto, occhiali (eccerto, si sa che le donne che portano gli occhiali sono dei cessi conclamati, no?), vestiti color smerdino, e gonne large e lunghe che manco mia nonna le voleva indossare.
Il padre di Tula (si pronuncia Ciùla) le dice che si deve sposare, ma che sembra una vecchia. Bravo babbo incentiva la sua autostima. Però come dargli torto? Mia nonna ha 93 anni e pare più giovane di lei!
Il babbo di Tcìula inoltre è convinto che ogni parola abbia origine dal greco antico. Eccerto, i latini passavano le giornate a grattarsi i coglioni, vero?
Ma scopriamo l'etimologia del nome Tcìula, nome di origine non greca, bensì milanés:
Ciùla in dialetto milanese significa pirla. Pirla è un termine in uso in molti dialetti di area lombarda ed emiliana (e in particolare nel dialetto milanese), in origine significante trottola (da cui anche il verbo pirlare, cioè gironzolare senza scopo) e poi passato a indicare l'organo sessuale maschile. Attualmente il lemma è utilizzato anche come insulto, con la connotazione di "stupido".
Con un nome così, Tciùla non può sentirsi greca! Lei è lumbard! ammerigana!
La sua famiglia è talmente integrata in America che: parla in greco, ha la casa che prende ispirazione dal Partenone, gestisce un ristorante greco, mandano Tciùla alla scuola greca per imparare il greco, mangiano cibo greco (le danno la mussaka a pranzo tutti i giorni, e te credo che sei chiatta a 6 anni), hanno nomi lumbard greci, sulla porta del garage c'è dipinta la bandiera greca, sua sorella è sposata con uno di origine greca e i loro figli mangiano tutti i giorni il ris gialdgli involtini di vite greci. Questa sì che è integrazione!
Ma Tciùla, la ragazzina dal nome lumbard greco non ci sta e vuole farela lùmbard, l'ammerigana, perché lei è ammerigana! Col nome da lumbard.
Tciùla così si ritrova zitella e ne ha le palle piene di lavorare al ristorante Dancing Cumenda Zorba di papà e mammà (va sta spitinfia!) 2 e sogna di andare al college per imparare a usare il computer, così potrà usare Facebook, Twitter e Whatsapp e sentirsi come le altre ragazze made in USA.
Oh vita, vita straca 3, la pora tusa 4 vede tutto nero, l'a malerba l'è quèla che cress püssee!5
Un giorno al ristorante dove lavora, solo perché è figlia dei proprietari e non per reali capacità né manageriali, né per eccellenti doti in customer service, incontra l'uomo della sua vita: Ian (John Corbett) e se ne innamora istantaneamente. Come le zuppe della Knorr, basta metterci un po' di acqua che è subito pronta.
Ian l'americano però non la degna di uno sguardo perché portando gli occhiali è una bruttona conclamata, quindi esige la trasformazione (cioè senza gli occhiali) altrimenti non la caga di striscio.
Tciùla inoltre vorrebbe studiare, ma il babbo la vorrebbe maritare. Oh povera Tciùla! La mamma che ne sa una più del Bertoldo fà sout 6 e gli fa un bùs del cul isncì 7 a suo marito, così  riesce a convincerlo, e Tciùla si può iscrivere al college.
In meno di venti-minuti-venti, Tciùla si disciùla, 8 e diventa una figacciona, seguendo il manuale che ha comprato alla fiera dei cliché:1) via gli occhiali! 2) Via il mocio in testa e vai di messa in piega 3) trucco da putanùn 4) gonna della nonna.
E vabbé mica si possono fare i miracoli, per togliere la gonna ci vuole del tempo!
In meno di due lezioni ha già imparato a taggare le persone e può già lavorare. 
Così va a lavorare dalla zia (e mica poteva mandare i CV come tutti i cristiani, no?) e incontra di nuovo Ian, che stavolta la guarda e se ne innamora pure lui. Ma dai, che caso, proprio ora che si è conciata come si deve, che caso! 
Tciùla e Ian si vedono di nascosto, perché Tciùla ha solo 30 anni e non deve far sapere a papà e  mammà che esce con il tipo, perché apriti cielo, è americano! Non paga, Ian se la vorrebbe ciulare,9 ma Tciùla gli fa dare giusto un'annusata, si devono sposare prima! Però le ragnatele le pesano, così lei dopo vari tentennamenti gliela da buttandosi a pesce su di lui, manco fosse un match di wrestling. Ormai l'è na' svergognata, urge matrimonio riparatore!
Lui chiede la mano al suo babbo e gli da picche. Lei conosce i genitori di lui e la vedono come una robbosa.10
Questo matrimonio non s'ha daffare! 
Ma alla fine questa pòra tusa la vogliamo lasciare zitella a vita? Chi se la piglia? Allora vai di matrimonio lumbàrd  e vai di polenta e bruscìtt festa greca con agnello e mussaka, con i genitori di Ian schifati che s'ambriacano e i parenti di lei che urlano "ueppa" un dos très Maria tutto il tempo e si finisce  con la buca l'è minga straca se la sa nò de vaca. 11
Finalmente arriva il fatidico giorno e lei cunscià 12 come una bomboniera dice il fatidico sì, tutti si vogliono bene e lei finalmente può gridare ai quattro venti che è lombarda ammerigana e vaffanculo alla Grecia che è pure in bancarotta, qua in America stiamo bene tiè, vai a ciapà in del lisca!13
Il mio grosso grasso matrimonio lombardo greco è un film che vorrebbe offrire una delucidazione su come vivono i figli degli immigrati in America, possibilmente vergognandosi delle proprie origini. E per farlo Nia Vardalos, canadese di origine greca, ha preso tutti i luoghi comuni per infarcire una commedia sciapa come la pasta al burro. Un po' come vedono gli italiani sulla scia pizza, mamma e mandolino e il Padrino.
La storia d'ammore tra Ian e Tula dovrebbe essere il ponte per superare le difficoltà culturali carica di verve e simpatia non funziona, e se la protagonista interpretata dalla Vardalos è simpatica quanto un rovo nel culo, il film è poco divertente, facendo passare i greci per dei mangia feta chiassosi, con un gusto di merda nel vestire e parecchio minchioni. 
Si salva il personaggio del babbo di Toula, greco doc, per il resto è noia e come commedia non fa proprio ridere, nonostante "finissime" gag studiate ad hoc. Mistero la nomination agli Oscar per la migliore sceneggiatura, evidentemente i membri della giuria dell'Academy oltre a non capire una beneamata minchia, sono convinti di aver assaggiato un po' di cultura greca, che pare venga rispettata solo nel momento religioso, ovvero il battesimo di Ian alla chiesa ortodossa e il matrimonio. Ma ne siamo veramente sicuri? Per assaggiarne un po', andate a comprare un po' di feta al supermercato, va là!
Alla fiera dei cliché non manca niente. O meglio sì, manca qualcosa: originalità e voglia di approfondire realmente una cultura diversa da quella yankee. 
Voto: 2,5


Dizionario Lùmbard-Italiano
1) Ris giald= risotto allo zafferano/milanese
2) Spitinfia= schizzinosa
3) Straca= stanca
4) Tusa= ragazza
5)La malerba l'è quèla che cress püssee = visione pessimista della vita, son più le cose cattive che le buone
6)fà sout= litigano
7) bùs del cul isncì= "un culo tanto così"
8) disciula= si da una mossa/si sveglia
9) ciulare= s**pare
10) robbosa= pezzente
11)La buca l'è minga straca se la sa nò de vaca=un pranzo deve finire con il formaggio
12) cunscià=conciata
13) Va a ciapà in del lisca= vai a prenderlo in c*lo