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giovedì 9 luglio 2015

RIFLESSIONI: La bellezza delle dive italiane



Il mese scorso è venuta a mancare l'attrice Laura Antonelli e in pochi l'hanno ricordata. Mi ha colpito un commento del buon Solaris, che secondo il suo parere era un'attrice lontana dalla bravura di Sophia Loren, Anna Magnani e Claudia Cardinale, puntando solo sull'avvenenza fisica.
Partendo dal fatto che rispetto la sua opinione, mi è venuto in mente questa piccola riflessione. 
E se Laura Antonelli fosse capitata nel momento storico-cinematografico sbagliato? La carriera di Laura Antonelli come sarebbe stata se fosse iniziata negli anni Cinquanta e non venti anni dopo?
Faccio un salto indietro. Sophia Loren, Anna Magnani e Claudia Cardinale appartengono al periodo d'oro del cinema italiano. Verso la fine degli Quaranta si conclude il Neorealismo per far spazio al Neorealismo rosa e successivamente a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta alla commedia all'italiana. Attrici come Silvana Mangano con Riso Amaro avevano sdoganato il concetto di bellezza giunonica così prorompente, così diversa dalla bellezza rassicurante (e un po' sciatta) di Lya Franca (Gli uomini che mascalzoni, commedie che fanno il verso alla commedia sofisticata americana made in Mario Camerini), aprendo di fatto la strada alle maggiorate. 
Bellezza e sensualità: dualismo che veniva ricercato dai talent scout, che andavano a scoprire nuovi possibili attrici dai concorsi come Miss Italia, dalla quale uscirono sia la Loren che Gina Lollobrigida: belle, sensuali, ma fortunatamente dotate di un carisma capace di bucare il grande schermo.
Il cinema italiano per l'appunto stava vivendo il suo momento migliore, con squisite commedie come Pane, amore e fantasia di Luigi Comencini, L'oro di Napoli di Vittorio De Sica, I soliti ignoti di Mario Monicelli e così via, dando vita a personaggi femminili oggetto del desiderio sì, ma anche cocciute e ricche di personalità da vendere. 
Vi ricordate come la 'Bersagliera' interpretata da Gina Lollobrigida teneva testa a un maturo Vittorio De Sica in  Pane amore e Fantasia e nel seguito (Sophia Loren invece recita nel terzo film della serie, Pane amore e gelosia e Pane amore e...?). O come Sophia Loren faceva ululare di passione Marcello Mastroianni, con quel strip-tease lasciato a metà in Ieri, oggi e domani?
Carisma e bellezza dunque, caratteristiche che fecero la fortuna non solo in Italia, ma anche all'estero per le stelle nostrane della Lollobrigida (Torna a settembre a fianco di Rock Hudson), della Loren (Arabesque al fianco di Gregory Peck) e della Cardinale (La pantera rosa al fianco di David Niven). Belle e brave.
Claudia Cardinale in realtà era diversa dal canone della dea giunonica: aveva una bellezza (ha tutt'ora, pardon) più sofisticata, precedendo di fatto quella tipologia di donne dalla bellezza ricercata e più 'borghese', che seppe poi incarnare alla perfezione da Virna Lisi prima (che rifiutò lo stereotipo di bomba sexy chiudendo sul nascere una promettente carriera hollywoodiana) e Monica Vitti poi sotto la guida di Michelangelo Antonioni.
Cardinale di fatto aveva incarnato un certo canone di bellezza inarrivabile, espresso soprattutto in Il bell'Antonio di Bolognini, con un Marcello Mastroianni in piena crisi di viralità maschile, incapace di amare quel fiore raro e impossibile da cogliere;  e successivamente ne Il gattopardo di Luchino Visconti, così altera e nobile strizzata in un corpetto che non le lasciava emettere un respiro.
Anna Magnani invece riuscì a costruirsi una carriera con quella bellezza fuori dagli schemi, impiegando 50 anni per avere le sue rughe, riuscendo a diventare la prima italiana a vincere un Oscar.
Figlia del Neorealismo, con il ruolo della popolana Pina, entra di diritto nella storia del cinema  con Roma Città aperta, mentre rincorre il camion che imprigiona il suo compagno, imprecando contro i nazisti prima di essere brutalmente uccisa.
Anna Magnani era la donna del popolo per eccellenza, l'essenza stessa della romanità, arrivando a toccare il climax con Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini.
Magnani era - mi perdoni il termine - un po' 'rustica'. Anche con il vestito 'buono' sfoggiato in Abbasso la ricchezza!, usciva sempre quel lato verace e genuino di questa magnifica attrice. Non era necessario in lei la bellezza provocante, perché sapeva splendere di luce propria. Non era sensuale come la Loren, non era sofisticata come la Cardinale.  Ma aveva una bellezza interiore che riusciva a trasmettere con un sorriso, con quegli occhi colmi di passione e quella sana sfacciataggine di chi non 'non te le manda a dire'.
Ora, un passo avanti: siamo negli anni Settanta. Gradualmente si assiste alla fine della censura, che aveva sforbiciato vergognosamente i film di De Sica (La Ciociara), Bertolucci (Ultimo tango a Parigi), Antonioni (L'avventura). Cadono le forbici e finalmente l'Italia si è desta.
Se da un lato c'è Lina Wertmuller che potrebbe essere considerata una femminista ante litteram con il suo alter ego Mariangela Melato, cucendole addosso personaggi ad hoc come la mitica 'bottana industriale' de Travolti da un solito destino nell'azzurro mare d'agosto; dall'altro entra piano piano nelle commedie un velo di erotismo. Dive come la Magnani purtroppo non ci sono più (morì nel 1973), altre come la Loren concentrarono la carriera a Hollywood, altre come la Lollobrigida avevano diradato gli impegni per concentarsi sull'arte, diventando delle splendide signore sugli 'anta'.
Cambia il cinema, non ci sono più le commedie feroci e ciniche, anche se il cinema di Monicelli e Risi ruggirà fino agli anni Novanta/inizi del Duemila, ma senza il fervore del passato.
E cambiano anche i ruoli, dove la donna diventa non solo oggetto del desiderio, ma anche la volontà di possederla.
Ed ecco che un film su un vedovo con due figli assume una governante che diventa l'oggetto di bramosia sia dell'uomo che del figlio più grande. Ed ecco quella scena in cui lei cerca di pulire i vetri, con quella gonna svolazzante con quella voglia di sbirciarci un po': era il 1973, il film era Malizia e l'attrice era Laura Antonelli.
Laura Antonelli era entrata nell'immaginario erotico collettivo, con quella bellezza inconsapevolmente prorompente, diventando un puro oggetto del desiderio.
Se attrici come Edwige Fenech sfruttarono il proprio sex appeal con ironia e liberazione della sessualità  - con quella corsa 'seno al vento' che profuma di libertà in Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda - ponendo di fatto fine alla censura e aprendo un filone di commedia 'scollacciata' che coinciderà con il declino della commedia all'italiana - vuoi per un periodo di distensione post-terrorismo, vuoi per un yuppismo e materialismo della Milano da bere che si rifletté inevitabilmente sul cinema, vuoi per una TV privata nascente capace di tagliare  il cordone ombelicale tra lo spettatore e 'mamma RAI' - e un po' dell'Italia stessa.
Laura Antonelli era quel tipo di bellezza fragile e insicura. La sua fortuna e la sua dannazione, che la portarono verso un cliché interrotto solo dal maestro Luchino Visconti ne L'innocente del 1976. Qui alla sua prova migliore, donna adultera (e quindi pur sempre oggetto del desiderio sessuale altrui), ma donna insoddisfatta che la spinge a tradire, colpa che però ricadrà da un essere indifeso. Un ruolo totalmente diverso, misurato e trattenuto, che mostra un lato inedito dell'attrice istriana. Non solo un corpo da bramare, ma era anche una potenziale talendo da offrire al pubblico italiano.
Però il treno dei bei ruoli era passato da un pezzo e i posti erano già stati occupati da Loren, Cardinale e Magnani, lasciandole solo commediole sexy come Mi faccio la barca, Rimini Rimini e altri film che non sono rimasti nella memoria.
Forse non ero tagliata per fare l'attrice. Non ero preparata ad affrontare quella carriera, il successo, la popolarità, quell'ambiente, con le illusioni e le delusioni. Sono sempre stata una persona semplice, timida.
Forse Laura Antonelli aveva veramente basato la sua carriera sul suo corpo, e una volta sfiorito la sua carriera è andata in declino, e così la sua vita, caduta nell'oblio. O forse aveva un buon potenziale, come aveva intuito Visconti, solo che era nata nel decennio sbagliato.



venerdì 12 novembre 2010

Monografia: Dino De Laurentiis.




Agostino De Laurentiis, detto Dino, nacque a Torre Annunziata l'otto agosto del 1919 e iniziò la sua carriera nel mondo del cinema inizialmente con la volontà di diventare un attore.
Si recò a Roma nel 1937 al Centro sperimentale di cinematografia, appena inaugurato quell'anno. Esordì nella pellicola Troppo tardi t'ho conosciuta di Massimo Caracciolo, ma non essendo molto alto, capì che sarebbe finito a recitare in parti da comprimario.
Così decise di passare alla produzione cinematografica, con il film L'ultimo combattimento di Piero Ballerini. La scelta di passare dietro la macchina da presa fu vincente e divenne uno dei più importanti producer del dopoguerra.
Divenne produttore esecutivo cinematografico presso la casa cinematografica Lux Film, diventando il punto di riferimento del cinema italiano del dopo guerra. La sua pellicola più importante del filone Neorealismo rosa (genere nato dalla costola del Neorealismo dove i protagonisti sono poveri che sognano un futuro migliore, virando più sulla commedia che sul dramma) fu Riso amaro di Giuseppe De Santis, pellicola del 1948 incentrata sul duro lavoro delle mondine interpretato da un giovane Vittorio Gassman nel ruolo di cattivo (fu Mario Monicelli a convertirlo alla commedia qualche anno dopo con I soliti ignoti), e interpretato da una giovane e procace fanciulla di nome Silvana Mangano. De Laurentis se ne innamorò immediatamente e i due convolarono a nozze nel 1949, allargando la famiglia con quattro figli.
La scelta di abbandonare la carriera d'attore per la produzione fu vincente: inanellò una serie di successi tra cui Napoli Milionaria (1950) di Eduardo De Filippo, Miseria e nobiltà (1954) di Mario Mattoli e interpretato da Totò, La grande guerra (1959) di Mario Monicelli con Gassman e Alberto Sordi, Leone d'Oro al Festival di Venezia. Insieme al produttore Carlo Ponti (tra i suoi film Ieri, oggi e domani di Vittorio De Sica e interpretato dalla moglie Sophia Loren), crea la società Ponti-De Laurentiis, dove ebbe a disposizione appositamente per loro i set cinematografici.
La coppia di producer creò piccoli gioelli: Europa '51 di Roberto Rossellini con Ingrid Bergman, Anni facili di Luigi Zampa e soprattutto la magnifica collaborazione con Federico Fellini che lo portò a vincere gli Academy Awards per il miglior film straniero con due capolavori diretti dal regista riminese: La strada (1954) e Le notti di Cabiria (1957).
La consacrazione arriva e De Laurentiis crea Dinocittà, una sorta di allargamento di Cinecittà con due teatri di posa. De Laurentiis produsse pellicole hollywoodiane tra cui Guerra e pace di King Vidor interpretato da Audrey Hepburn, La Bibbia (1966) di John Huston con Ava Gardner, Barbarella (1968) con Ugo Tognazzi e Jane Fonda. Hollywood chiama e negli anni Settanta produce con la sua De Laurentiis Entertaiment Group cult movie come Serpico con Al Pacino, I tre giorni del condor con Robert Redford, il remake di King Kong (1976) dove intuì doti da attrice in Jessica Lange, divenuta grazie a lui una star del cinema.
Gli anni Ottanta furono difficili: Incassò anche dei flop con Dune di David Linch, 1989 finì il suo matrimonio con Silvana Mangano, e soprattutto la morte del figlio Federico a soli 26 anni. Dopo questi tristi eventi si risollevò producendo successi come Manhunter di Michael Mann (1986) e King Kong 2 (1987). Tra i suoi ultimi film prodotti vi sono U-571 di Wolfgang Petersen, Hannibal (2001) e Decameron Pie (2007).
Divenuto vedovo, si sposò con Martha Schumacher, da cui ebbe due figli.
Dino De Laurentiis vinse Oscar, Leone d'Oro, cinque David di Donatello e fu anche membro della giuria degli Academy Awards. La forza di De Laurentiis fu la capacità di coniugare l'intrattenimento con la qualità, creando grandi capolavori italiani e americani.
Muore a Los Angeles l'11 novembre del 2010, all'età di 91 anni. La sua scomparsa ha portato con sé un pezzo di storia del cinema mondiale, ma le sue pellicole vivranno per l'eternità.