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mercoledì 22 aprile 2015

PRO & CONTRO: Frances Ha

Nuova rubrica in casa Director's: pro & contro, ovvero 'a me il film è piaciuto, ma a qualcun altro no'. Il film 'incriminato è Frances Ha di Noha Baumbach. A me è piaciuto molto, ma al mio stimato collega Kris Kelvin non molto. 
Dopo la collaborazione con la Fabbrica dei sogni, torno a collaborare con Solaris. Un ottimo modo per esprimere le proprie opinioni. Perché il cinema non è bianco è nero. Ma nel mezzo ci sono... (50) sfumature di grigio!





Titolo: Frances Ha
Id,. USA, 2012
Cast: Greta Gerwig, Mickey Sumner, Adam Driver.
Sceneggiatura: Greta Gerwig.
Regia: Noah Baumbach.
Durata: 82'








Perché non è piaciuto a Solaris:

Giovane, carina, disoccupata. E anche un tantino sfigatella, specialmente con l'altro sesso, tanto da meritarsi la qualifica di 'infidanzabile' (undateable, nel film). Frances Ha(lladay, ma il nome non entra sulla targhetta del citofono) è una normalissima ragazza trentenne che non sa cosa fare della sua vita: vorrebbe (forse) diventare ballerina, ma sa di non avere talento. Vorrebbe (forse) sistemarsi e trovare una casa decente, ma capisce di non essere fatta nè per la convivenza nè per il coinquilinaggio. Vorrebbe (forse) cambiare aria, ma come quasi tutti gli americani si sente un pesce fuor d'acqua non appena mette i piedi fuori dal suo paese...
Frances Ha arriva nelle sale italiane con due anni di ritardo, ma in realtà è il film stesso ad arrivare fuori tempo massimo: sarà perché il sottoscritto, che giovanissimo non è più, si è ormai un po' stancato di questi filmini minimalisti e fintamente indie (e parecchio snob) sarà anche perché nello stesso giorno di Frances Ha (di cui tutti mi avevano parlato bene) dopo due ore rivedi Una giornata particolare di Scola e capisci quanto, nel cinema e nella vita, siano importanti le proporzioni... fatto sta che mi sono un po' rotto di questa ennesima pellicola inconcludente sull'inconcludenza, dove tutti e tutte barboneggiano saltando da un divano letto all'altro cercando la propria strada (come nell'altrettanto inconcludente Oh boy di Gerster), ovviamente senza mai trovarla e, altrettanto ovviamente, non si sa come, trovando sempre i soldi per lo smartphone di ultima generazione e cospicue bevute nei locali trendy della Grande Mela. Anzi, a dirla tutta, il 'come' lo sappiamo benissimo: grazie ai rispettivi genitori che, guarda caso, sono sempre munifici, compiacenti e tolleranti nei confronti dei figli debosciati.
Mi rendo conto che quanto ho scritto finora sa molto di umorale e molto poco di cinefilo, quindi prendete questa recensione per quello che vale (cioè pochissimo). Però, davvero, personalmente m'importa poco se Frances Ha non è affatto un brutto film, se la bravissima Greta Gerwig (anche sceneggiatrice) si è guadagnata una giusta nomination all'oscar, se il regista Noah Baumbach ha realizzato uno di quei film che Woody Allen da tempo non riesce più a fare... è che non ne posso più di queste pellicole di plastica, costruite con lo stampino, con la loro bella colonna sonora e l'immancabile, insopportabile, bianco e nero che fa tanto 'fighetto' e molto 'fvancese'. Frances Ha è un film stanco e già (ri)visto troppe volte: forse negli Usa non conoscono Nanni Moretti, ma sarebbe utile spedire a Baumbach un dvd di Ecce Bombo, giusto per fargli presente che già una quarantina d'anni fa c'era chi aveva ben inquadrato una generazione di figli di papà viziati e nullafacenti, senza però giustificarli e cercare di fargli guadagnare la simpatia dello spettatore.
Forse chi scrive è un vecchio brontolone, rancoroso e sempre più insofferente. Ma libero di manifestare una certa allergia verso un tipo di cinema che ormai non ha più niente di spontaneo, e che in America ha perfino trovato un termine che lo cataloga perfettamente, ovvero mumblecore, vale a dire pellicole che strizzano l'occhio e simpatizzano furbescamente a certi comportamenti che, a mio personalissimo modo di vedere, tutto sono tranne che formativi per i nostri 'ggiovani'. Ma ecco che già sento mi piovere addosso le prime accuse di moralismo: e allora mi fermo qui, limitandomi a ribadire la mia conclamata intolleranza di quarantenne...


Perché è piaciuto a Director's cult:

La generazione di oggi vuole fare questo, vuole fare quello, ma non ha voglia di farlo veramente.
E' un po' brutale messa così, o meglio come la mette in bianco e nero Noah Baumbach, che con Frances Ha potrebbe essere perfettamente catalogato come radical chic - proprio da coloro che non sanno che etichetta indossare per presentarsi agli occhi del mondo.
Negli anni Novanta c'era la Slacker Generation (rappresentata da Baumbach stesso nel suo ultimo film, While We're Young), nel Ventunesimo secolo, c'è... Boh, non si sa cosa c'è.
Se Frances fosse un oggetto di studio cinematografico, finirebbe per essere la figlia di un 'certo' Benjamin Braddock, che anche lui non aveva uno scopo nella vita dopo la laurea.
Se Frances fosse un oggetto di studio sociologico, finirebbe nella categoria 'eterno Peter Pan'- tanto usata per classificare quei giovanotti che stanno tanto bene a casa e che non pensano assolutamente di sposarsi perché niente e nessuno rammenda i calzini e fa una cena favolosa come solo la mamma sa fare.
Ecco, Frances ne sembra la variante. Scioccamente la si può etichettare come 'sindrome di Trilly'?
Baumbach presenta la nostra 'eroina' scanzonata, che balla al parco e scorrazza in giro con la migliore amica Sophie (Mickey Sumner), che lavora per una casa editrice. 
Frances fantastica con Sophie di coabitare in un appartamento nel Village, di diventare una ballerina e la sua amica una famosa scrittrice, condividendo tutto con lei, tanto da rompere con il suo fidanzato (prendere un gatto insieme e vivere come una famigliola, stai scherzando vero?).
Però Sophie ha fatto uno step in più: si è fidanzata, si trasferisce prima a Tribeca (che Frances non può permettersi), poi si trasferisce in Giappone. E Frances rimane così, immobile. Perché sognare è facile, ma mettere in pratica, 'sbattersi', un po' meno.
Sophie si evolve, Frances, no.
Sophie è cresciuta, Frances no.
Sophie sa (al momento) cosa vuole dalla vita, Frances anche, ma non ha la forza o semplicemente la voglia di reagire e cambiare radicalmente la sua vita.
Certo, vive a New York, ma fa fatica a sbarcare il lunario. Vuole fare la ballerina, ma non ha la motivazione necessaria e non combatte per ottenere ciò che vuole.
Più che definirla inconcludente, Frances sembra stritolata dalla sua situazione in stallo. Cerca di vivere con nuove persone (artisti mantenuti dai genitori), una nuova amica con cui ca**eggiare come con Sophie. Però non funziona.
Si sente un pesce fuor d'acqua. Sembra quasi un'aliena tra tutte queste persone con i piedi per terra, come la sua amica Sophie.
Sophie però mica è messa molto meglio. Segue alla perfezione le regole: lavoro, famiglia, vita borghese ad ottimi standard. Sophie taglia i rapporti con Frances, ma non è felice, è in crisi. 
Sophie sa cosa vuole, ma una volta ottenuto scopre che non è soddisfatta.  Frances non sa cosa vuole, e scopre che non è soddisfatta altrettanto.
Questa situazione di perenne immobilità la porta dappertutto e da nessuna parte: New York, dove vive in modo bohémiene tra locali fighi e conti salati da pagare, Sacramento  dove si sente al sicuro a casa dei genitori, Parigi dove passa un weekend in estrema solitudine e senza aver assaporato o goduto niente della fascinosa metropoli. 
E con il soggiorno Parigino Baumbach focalizza la sensazione di Frances di vivere persa nel vuoto, senza una meta e senza uno scopo preciso, sprecando tante occasioni che bussano alla porta. Perché Frances sa che la sua vita è un casino, però non sa da che parte cominciare a raccogliere i cocci e rimettersi in carreggiata.
Baumbach sembra non volere fare sconti alla generazione '?' e allora non fa regali a nessuno, facendo arretrare Frances, facendole toccare il fondo, facendola dormire nel dormitorio della sua università, facendole fare lavori saltuari.
Ecco, Frances finalmente (o almeno, si spera) ha capito la lezione e abbassa il tiro, arrivando a fare compromessi con una vita piena di incognite. 
E Frances Hallaway ristretto in 'Ha' sul nome del citofono è un buon inizio.
Con Frances Ha, Noah Baumbach ritorna allo stile ormai considerato 'vintage' dei film indipendenti tipici degli anni Novanta, girato per strada strizzando volutamente l'occhio un po' a Godard e al suo Fino all'ultimo respiro, un po' allo stile nevrotico/newyorkese di Woody Allen - mettendoci di suo i conflitti generazionali e lo smarrimento di una gioventù che credeva di potere avere tutto, e invece non ha ricevuto niente. Con l'aggravante di non sapere agguantare con tenacia e testardaggine ciò che si vuole.
E se lo stile di Baumbach risulta un po' leccatino e vagamente 'parac*lo', non si può negare una certa empatia e simpatia per questa scombinata ragazza, che si definisce 'infidanzabile'.
Frances Ha è una commedia ben scritta dalla brava protagonista Greta Gerwich - una commedia leggera dal retrogusto amarognolo, ma anche uno sguardo su una società un po' persa per strada.

Voto: 7

domenica 27 luglio 2014

SPOT REVIEW (WAR NO MORE EDITION): Flight of the Stories



In un periodo storico in cui i conflitti infiammano una parte del mondo senza conoscere mai pace, il gruppo di cinebloggers ha deciso di manifestare pacificamente il proprio dissenso contro la guerra attraverso il cinema.
Grazie alla strepitosa idea dell'autore di Solaris, ci cimenteremo con una rassegna che partirà dal 28 luglio, centenario della Prima guerra Mondiale e che si concluderà il 6 agosto, anniversario della bomba di Hiroshima.
Director's cult ha l'onore di aprire le danze con uno short movie prodotto dalla Aardman, Flight of the Stories, cortometraggio creato appositamente per l'apertura dell'Imperial War Museum di Londra, che è rimasto chiuso per 6 mesi per creare l'allestimento di una mostra dedicata alla grande guerra.





Titolo: Flight of the Story
UK, 2014
Regia: Darren Dubicki
Durata: 91''



"Carissima Sarah, saluti dalla soleggiata Francia. Come state tu e i bambini?"
Le parole non si possono uccidere. 
Le parole sopravvivono alla morte.
Le parole rimangono inalterate nel tempo. 
Le parole sopravvivono alla violenza della guerra. 
Nella desolazione della distruzione e della violenza, le parole sopravvivono e s'innalzano nel cielo, lasciando un campo di papaveri. Quel campo decantato dall'ufficiale e poeta John McCrae luogo dove le parole si librano leggiadre nell'aria, compiendo un viaggio che dura da cento anni. 
Sono passati cento anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, e le parole sono ancora lì, intatte nelle lettere dei soldati che cercano un istante normalità.
Le parole servono per rimanere a contatto con la vita ancora intatta dall'alienazione e dalle brutture dei combattimenti. Servono per ricordarci dei propri cari, come il soldato che chiede alla sua amata se sta bene, nonostante sia consapevole di essere in costante pericolo.
Esse viaggiano nel corso dei decenni, delle epoche, attraversando la storia che muta per rimanere esattamente uguale a sé stessa. Perché finito un conflitto, ne inizia un altro. 
E nonostante tutto, loro sono ancora qui, sono giunte a noi compiendo un viaggio dalla Francia accarezzata dal sole e schiaffeggiata dai colpi di fucile, viaggiando lungo Brighton, per poi arrivare alla Londra di oggi, con i suoi autobus rossi a due piani e il Tower Bridge che non ha perso il suo fascino.
Le parole volano leggiadre fino al'ultima tappa, arrivando all'Imperial War Museum, il museo londinese dedicato alla guerra, appoggiandosi al tetto del museo e cadendo delicatamente a terra, vicino a un bambino. 
Infante che rappresenta la futura generazione, generazione che deve sapere, nonostante sia passato un secolo. Una generazione che ha un futuro grazie al sacrificio di 15 milioni di soldati che hanno perso la vita per difendere il proprio paese. 
Grazie alle lettere dei soldati, possiamo scoprire tracce di un conflitto che ha 100 anni, ma che è rimasto ancora vivido nei ricordi. Anche perché, come è eterna la parola, lo è (purtroppo) la guerra, che ancora oggi infiamma il mondo con la sua furia distruttiva.
Flight of the Story è il toccante cortometraggio prodotto dalla Aardman (i produttori di Wallace and Gromit) in occasione della riapertura dell'Imperial War Museum, che, per l'occasione ha allestito una mostra dedicato al centenario della Prima Guerra Mondiale.
Il corto si chiude con questa dedica: "Molti di loro non sono mai tornati a casa. Ma hanno fatto ritorno loro storie". 
Per fortuna esistono le parole. 
Le parole sono eterne, come lo sono le lettere di questi eroi.

"Sui campi delle Fiandre spuntano i papaveri
tra le croci, fila dopo fila,
che ci segnano il posto; e nel cielo
le allodole, cantando ancora con coraggio,
volano appena udite tra i cannoni, sotto".

John McCrae


Qui sotto trovate il calendario con le recensioni: