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venerdì 1 agosto 2014

WAR NO MORE: Principessa Mononoke


Il 28 luglio del 1914 scoppiava la Prima Guerra Mondiale. A distanza di 100 anni, gli eventi storici non hanno insegnato assolutamnete nulla all'umanità, che ha finito per creare un mondo in costante ostaggio della guerra. Il "solito" gruppo di cinebloggher capitanati da Solaris hanno deciso di dire no alla guerra. In che modo? Attraverso il progetto War No More! che è partito lo scorso 28 luglio, centenario della Prima Guerra Mondiale e terminerà il 06 agosto, anniversario di Hirosima.
WAR NO MORE!






Titolo: Principessa Mononoke
Titolo originale: Mononoke-hime
Giappone, 1997
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki.
Regia: Hayao Miyazaki.
Durata: 134'


Director’s cult ha scelto un film che apparentemente non c’entra nulla con la guerra: Princessa Mononoke, splendido affresco ecologista del maestro Hayao Miyazaki. Apparentemente, perché questa recensione vuole offrire un punto di vista “belligerante”, ovvero attinente al cancro dell’umanità: la guerra.
Il giovane Ishitaka per proteggere il suo popolo è costretto ad uccidere un cinghiale preda di una maledizione. Il giovane viene colpito da un maleficio che lo ucciderà a sua volta se non troverà un antidoto. 
Ishitaka così intraprende un viaggio che lo porterà in mezzo a un conflitto a cui non appartiene, dove vige una lotta eterna tra i guardiani sovrannaturali e gli umani che sfruttano le risorse della natura.
Le guerre nascono per vari motivi: scontro tra etnie e culture differenti che non riescono a coesistere insieme, avidità, ed espansione territoriale.
E Principessa Mononoke è (anche) una parabola antimilitarista su una battaglia infinita tra il popolo delle divinità animali e quello degli umani, popolo che si è insediato nel mondo della natura e che si è espanso poco alla volta traendo vantaggio dalle risorse che il territorio possiede.
Entrambe le popolazioni parlano lo stesso linguaggio, ma non si comprendono e si scontrano come se fossero due nazioni diverse che difficilmente possono coesistere; utilizzando l’unico linguaggio che conoscono: la violenza e l’uso della distruzione mediante il conflitto.
Non ci sono né vittime né carnefici, entrambi i “mondi” si attaccano e cercano di annientarsi a vicenda. Nella città del ferro, Lady Eboshi distrugge la natura per costruire armi da fuoco. Strumenti che portano al male e inevitabilmente alla violenza e alla morte.
Così come il mondo degli spiriti-animali è in preda a un demone che attacca i villaggi portando terrore e atrocità, cercando di annientare a sua volta il genere umano.
In questo macrocosmo dominato dall’odio, non ci sono né buoni né cattivi a tutto tondo:Lady Eboshi è una donna che sa essere sanguinaria, ma nel suo villaggio ha dato rifugio e protezione agli oppressi, dando loro una vita dignitosa e prendendosi cura di loro. La padrona della città del ferro è una donna forte e ambiziosa che non si può nettamente condannare.
Così come fa lo spirito-lupo Moro, che ha preso sotto la sua ala protettrice San, la principessa degli spiriti, crescendola e amandola come se fosse una sua creatura.
Se lady Eboshi è una donna ambiziosa e determinata a combattere le divinità soprannaturali, allo stesso modo non è completamente positiva la figura di San la principessa degli spiriti vendicativi, che non si fa scrupoli a combattere i suoi stessi simili, rinnegandoli e rifiutando categoricamente di appartenere a loro.
Perché questa principessa è un ibrido: fattezze umane, ma cuore e anima animale. San rifiuta le sue radici e combatte una sua guerra personale per affermare e difendere una identità a cui in realtà non le appartiene.
Le donne sono il punto di forza: lavoratrici instancabili e pronte a difendere lady Eboshi, lavorano al posto degli uomini, occupati al “fronte”. Proprio come le donne che sostituivano i propri mariti e figli nelle fabbriche durante la Grande Guerra; così come San è una fanciulla che ha la forza d’animo e lo spirito guerriero di cento uomini messi insieme, che ha il coraggio di attaccare da sola Eboshi pur di vendicarsi di lei.
Donne che difendono ciò che hanno a tutti costi: San, la principessa Mononoke, che difende con tutta sé stessa il mondo degli animali, che l’ha cresciuta come se fosse una loro creatura. Così come fanno Eboshi e le sue reiette, che cercano di difendere ciò che hanno costruito.
Lady Eboshi e San sono accomunate dallo stesso obiettivo, utilizzando la guerra come strumento di difesa, incapaci di capire che provocano solo morte e dolore.
Ishitaki invece rappresenta la pace: cerca di ascoltare entrambe le parti, e cerca di difenderle con la stessa equità, scatenando le ire del villaggio e le ire di San.
Ishitaki però è in preda a una maledizione che lo sta uccidendo piano piano, mettendo in pericolo il “processo di pace” per unire i due mondi, lottando con tutte le sue forze per sopravvivere e per far sopravvivere il mondo degli umani e quello degli spiriti-animali, che si combattono all’infinito perché non riescono a tollerarsi e a condividere spazi e risorse senza nuocersi l’uno con l’altro.
In un mondo che non ha imparato nulla dagli eventi storici passati, che si è macchiato di numerose perdite umane e immani distruzioni, la guerra tra gli esseri umani e gli spiriti naturali poco si discosta tra le varie guerre che insanguinano il mondo; arrivando allo scontro inevitabile che porterà solo una carneficina umana e la distruzione delle divinità-animali.
Perché è questo che porta l’insensatezza della guerra: morte e distruzione. E gli unici che possono salvare i due mondi sono San e Ishitaki.
San e Ishitaki rappresentano la speranza che può andare al di là delle reciproche differenze, unendo le proprie forze per salvaguardare la bellezza del loro mondo, gettando il seme dell’amore nel terreno reso arido dall’odio.
Ishitaki e San rappresentano infatti la congiunzione tra il mondo umano e il mondo animale,il punto di partenza per costruire un nuovo “Stato” che unisca entrambi i popoli. Ma nonostante le buone premesse, la speranza di un futuro dove entrambi i mondi possono vivere pacificamente si attua lentamente e con fatica. Il loro destino è sospeso, e all’apparenza sembra non promette niente di buono all’orizzonte.“Ti amo, ma non posso perdonare gli umani”. Con questa laconica frase, San erge un muro invisibile che rischia di separare nuovamente i due mondi.
Ishitaki però nutre la speranza di far coesistere pacificamente i due mondi, e aspetterà San vegliando su di lei. L’unione dei loro destini, fatto di sofferenze li porterà a creare qualcosa di buono. Allora forse ci sarà un lieto fine, così come finiranno gli infiniti conflitti.
Miyazaki crea un meraviglioso affresco visivo incorniciata da una splendida colonna sonora che da un tocco di melò a questo meraviglioso lungometraggio animato. Hayao Miyazaki firma la sua favola naturalistica, ma che ha anche un risvolto pacifista. E in tempi di conflitti che continuano con atrocità a distruggere il mondo, si può ancora credere, anche attraverso una “favola” come Principessa Mononoke:  in fondo una speranza di vivere pacificamente ancora c’è.

Voto: 8,5


La rassegna con gli altri titoli



domenica 27 luglio 2014

SPOT REVIEW (WAR NO MORE EDITION): Flight of the Stories



In un periodo storico in cui i conflitti infiammano una parte del mondo senza conoscere mai pace, il gruppo di cinebloggers ha deciso di manifestare pacificamente il proprio dissenso contro la guerra attraverso il cinema.
Grazie alla strepitosa idea dell'autore di Solaris, ci cimenteremo con una rassegna che partirà dal 28 luglio, centenario della Prima guerra Mondiale e che si concluderà il 6 agosto, anniversario della bomba di Hiroshima.
Director's cult ha l'onore di aprire le danze con uno short movie prodotto dalla Aardman, Flight of the Stories, cortometraggio creato appositamente per l'apertura dell'Imperial War Museum di Londra, che è rimasto chiuso per 6 mesi per creare l'allestimento di una mostra dedicata alla grande guerra.





Titolo: Flight of the Story
UK, 2014
Regia: Darren Dubicki
Durata: 91''



"Carissima Sarah, saluti dalla soleggiata Francia. Come state tu e i bambini?"
Le parole non si possono uccidere. 
Le parole sopravvivono alla morte.
Le parole rimangono inalterate nel tempo. 
Le parole sopravvivono alla violenza della guerra. 
Nella desolazione della distruzione e della violenza, le parole sopravvivono e s'innalzano nel cielo, lasciando un campo di papaveri. Quel campo decantato dall'ufficiale e poeta John McCrae luogo dove le parole si librano leggiadre nell'aria, compiendo un viaggio che dura da cento anni. 
Sono passati cento anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, e le parole sono ancora lì, intatte nelle lettere dei soldati che cercano un istante normalità.
Le parole servono per rimanere a contatto con la vita ancora intatta dall'alienazione e dalle brutture dei combattimenti. Servono per ricordarci dei propri cari, come il soldato che chiede alla sua amata se sta bene, nonostante sia consapevole di essere in costante pericolo.
Esse viaggiano nel corso dei decenni, delle epoche, attraversando la storia che muta per rimanere esattamente uguale a sé stessa. Perché finito un conflitto, ne inizia un altro. 
E nonostante tutto, loro sono ancora qui, sono giunte a noi compiendo un viaggio dalla Francia accarezzata dal sole e schiaffeggiata dai colpi di fucile, viaggiando lungo Brighton, per poi arrivare alla Londra di oggi, con i suoi autobus rossi a due piani e il Tower Bridge che non ha perso il suo fascino.
Le parole volano leggiadre fino al'ultima tappa, arrivando all'Imperial War Museum, il museo londinese dedicato alla guerra, appoggiandosi al tetto del museo e cadendo delicatamente a terra, vicino a un bambino. 
Infante che rappresenta la futura generazione, generazione che deve sapere, nonostante sia passato un secolo. Una generazione che ha un futuro grazie al sacrificio di 15 milioni di soldati che hanno perso la vita per difendere il proprio paese. 
Grazie alle lettere dei soldati, possiamo scoprire tracce di un conflitto che ha 100 anni, ma che è rimasto ancora vivido nei ricordi. Anche perché, come è eterna la parola, lo è (purtroppo) la guerra, che ancora oggi infiamma il mondo con la sua furia distruttiva.
Flight of the Story è il toccante cortometraggio prodotto dalla Aardman (i produttori di Wallace and Gromit) in occasione della riapertura dell'Imperial War Museum, che, per l'occasione ha allestito una mostra dedicato al centenario della Prima Guerra Mondiale.
Il corto si chiude con questa dedica: "Molti di loro non sono mai tornati a casa. Ma hanno fatto ritorno loro storie". 
Per fortuna esistono le parole. 
Le parole sono eterne, come lo sono le lettere di questi eroi.

"Sui campi delle Fiandre spuntano i papaveri
tra le croci, fila dopo fila,
che ci segnano il posto; e nel cielo
le allodole, cantando ancora con coraggio,
volano appena udite tra i cannoni, sotto".

John McCrae


Qui sotto trovate il calendario con le recensioni: