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giovedì 15 gennaio 2015

MIKE NICHOLS DAY: Wit


Oggi la banda dei cineblogger inaugura il nuovo anno dedicando un tributo a Mike Nichols, regista di cult movie come Il laureato, Una donna in carriera e chicche per la TV come Angels in America.
Director's cult ha scelto Wit, premiato con l'Emmy Award nel 2001.





Titolo: Wit
USA, 2001
Cast: Emma Thompson, Christopher Lloyd, Eileen Atkins.
Sceneggiatura: Mike Nichols da una piece teatrale di Margaret Edson, Harold Pinter.
Durata: 109'


Dr. Vivian Bearing, ha un cancro alle ovaie metastatico al quarto stadio. Le somministreremo 8 cicli di chemioterapia.
Questa è la brutale sentenza emessa dall’oncologo (Christopher Lloyd) per la dottoressa in filosofia Vivian Bearing (Emma Thompson).
L’oncologo le propone una cura sperimentale e Vivian accetta, diventando lei stessa oggetto di studio, come le ricerche che  lei ha effettuato sul poeta John Donne durante gli anni del suo dottorato con la dottoressa E.M. Ashford (Elaine Atkins).
L’oggetto clinico in questione è nubile, ha  48 anni, ha perso il padre(Harol Pinter) da bambina e recentemente la madre. Non ha fratelli né sorelle. Non è sposata e non ha figli. Ha da poco raggiunto la menopausa.
Queste sono le informazioni che abbiamo su di lei, le uniche che interessano al medico Jason Posner, un giovane ricercatore poco incline al rapporto interpersonale medico-paziente, poco incline a instaurare un rapporto umano con la sua ex professoressa di letteratura ai tempi dell’università.
Come Jason, anche Vivian è stata poco avvezza alla vita sociale, fin da quando era una tenace dottoranda universitaria, per poi diventare una fredda e metodica docente.
Vivian è una donna sola, ma è una donna tenace e cerca di far fronte a un destino beffardo con la forza della mente e un arguto senso dell’umorismo tipicamente inglese .
Vivian è una donna sola, ma vuole condividere la sua battaglia contro il cancro instaurando un rapporto con noi, ovvero con lo spettatore che impassibile  (e impotente) assiste al suo calvario.
E con lo spettatore Vivian instaura un rapporto di complicità, svelando pienamente la sua vita fatta di ricordi, di momenti importanti come il dottorato di ricerca, il rapporto con il padre e la sua vita adulta devastata dal cancro.
Il coraggio è l’anima dello spirito. E lo spirito, il ‘wit’ del titolo è l’unica arma che ha Vivian per sopportare il dolore, la nausea, la perdita di capelli, i tremori e la solitudine -  facendosi a volte beffe dei specializzandi che cercano di inquadrare la sua diagnosi come se dovessero vincere in un quiz a premi.
Ma al di là della malattia,  chi è Vivian?
Vivian evoca fatti della sua vita, era una bambina curiosa e bramosa di conoscere, era una studentessa testarda pronta a confrontarsi con il mentore, l’unica che verrà a conoscenza della sua malattia e che le darà un conforto e un momento di umanità.
Umanità che Vivian non ha saputo dimostrare una volta divenuta una docente universitaria di successo, incapace di relazionarsi con i suoi studenti. Incapacità che dimostra a sua volta il suo ex studente Jason, che la visita con scarsa sensibilità e che preferisce la ricerca con i topi da laboratorio che con le persone.
Vivian viene infatti trattata alla stregua di un topolino da laboratorio. Il suo medico le spiega il suo percorso con un linguaggio scientifico che non è ‘alla sua portata’ e cerca di combattere il muro di ostruzionismo che ha innalzato cercando di sforzarsi di capire, di incamerare un nuovo vocabolario; cercando un nuovo approccio a qualcosa a lei sconosciuto -  come quando si era avvicinata per la prima volta alla poesia di Donne, che diventa i cui versi sono il suo mantra per non cadere nella follia e nella disperazione.
L’unica che ha un rapporto umano è l’infermiera  Susie (Audra McDonalds), l’unica che ha un rapporto empatico e che cerca di lenire il suo dolore, la sua disperazione, la sua paura – lasciata sola a sé stessa in balia di uno studio prettamente scientifico.
Per quanto Vivian si affidi al suo ‘wit’  e per quanto sia oggetto di una cura sperimentale, è pur sempre un essere umano. Aspetto che sembra aver dimenticato il suo oncologo, che la tratta in maniera distaccata, quasi disinteressata, che non comprende il suo dolore e la sua sofferenza; così come fa Jason, che non riesce a nascondere la sua incapacità a relazionarsi con questa donna arguta il cui cancro non riesce a uccidere il suo acume e la sua forza d’animo – riuscendo a preservare la sua dignità fino all’ultimo.
Mike Nichols riesce a creare un’ottima trasposizione dall’omonima piece teatrale di Margaret Edson in un film (per la TV, prodotto dalla HBO – ma che non ha niente da invidiare a un progetto cinematografico), affidandosi alla straordinaria bravura di Emma Thompson, che  rende una Vivian piena di vita e di acume nonostante il male che attanaglia e distrugge lentamente il suo corpo.
La stanza di ospedale diventa il palcoscenico, dove viene rappresentata la sua parabola esistenziale, con quelle tende che chiude Susie alla fine del film, come se fosse calato il sipario.

Voto: 7,5

Hanno collaborato:
Onironauta Idiosincratico - The graduate
Non c'è paragone - The graduate
Babol - Chi ha paura di virginia wolf?
Denny B - Closer
Recensioni Ribelli - Closer
Marco Goi - La Guerra di Charlie Wilson
White Russian - Silkwood 
La fabbrica dei sogni - Una donna in carriera
Montecristo - Angels in America
Mari's Red Room - Wolf la belva è fuori

giovedì 20 novembre 2014

GOODBYE: Addio a Mike Nichols



Il regista Mike Nichols è venuto a mancareil 19 novembre all'età di 83 anni. Non girava più un film dal 2007, l'anno di La guerra di Charlie Wilson, ma era attivo nel campo teatrale fino a due anni fa.
Fu uno dei pochi artisti a ottenere l'EGOT - Emmy, Grammy, Oscar e Tony Awards, dimostrando di eccellere non solo nel cinema, ma anche nel teatro e nella musica -con il due Nichols and May (Elaine May, regista del tonfo al botteghino Ishtar, e tornata alla ribalta con Piume di struzzo nel 1996).
Nichols era di origine tedesca  - fuggito in tenera età da Berlino per trovare rifugio negli USA insieme ai genitori, ma riuscì a cogliere il senso di disagio e di frustrazione della società americana meglio di uno yankee.
Pensi a un film di Mike Nichols e ti viene in mente subito Il laureato (da una sua piece teatrale): il manifesto dell'alienazione giovanile e della disintegrazione dell'American Way of Life, con il debuttante Dustin Hoffman perfetto - nonostante i suoi 30 anni -  a incarnare il ventenne neo laureato Benjamin Braddock, tornato a casa, ma senza uno scopo preciso nella vita.
Benjamin fugge con Elaine e non si sa che cosa combineranno nella vita. Nichols racconta un possibile scenario - la vita matrimoniale - con Conoscenza carnale con il debuttante Art Garfunkel e un insolito imborghesito Jack Nicholson, alle prese con i loro fallimenti matrimoniali, tra speranze e disillusioni di una società che mica tanto crede ancora nel matrimonio e nella famiglia. 
Ma in realtà la crisi del matrimonio l'aveva già affrontato con il suo fulmineo esordio Chi ha paura di Virginia Woolf? con la coppia scoppiata formata da Richard Burton e Liz Taylor, invecchiata per esigenze di copione. Una coppia che urla, strepita (o meglio lei), che distrugge le illusioni di una vita a due e le future prospettive di coppietta in procinto di iniziare un cammino (impervio?) insieme.
Questo matrimonio non s'ha da fare direbbe (forse) Norah Epron che con il suo romanzo Heartburn - Affari di cuore, racconta con ironia la fine del suo matrimonio con il giornalista Carl Bernstein. Ironia colta da Nichols, che crea una commedia dolce amara con il fedifrago Jack Nicholson e la vulnerabile Meryl Streep. 
Nichols non concentrò le sue tematiche solo sulla crisi della famiglia, ma tentò di creare la sua satira anti militarista con Comma 22, dove denunciava l'insensatezza della guerra e Silkwood, biografia di Karen Silkwood, donna coraggiosa attivista sindacale che cerca di far emergere la verità sulla pericolosità di una fabbrica che produce barre di plutonio. 
Donne che cercano di farsi strada nella giungla di New York con Una donna in carriera, dove una intraprendente segretaria Tess McGill (Melanie Griffith) si spaccia per il suo boss in gonnella per accalappiare successo e un bel collega (Harrison Ford) che l'aiuta ad agguantare il successo.
Nel 1991 Harrison Ford ritornò a lavorare con Nichols nel dramma A proposito di Henry -  il cinico avvocato Henry vittima di una rapina si ritrova a ricominciare da zero la propria esistenza, arrivando ad apprezzare nuovamente le gioie familiari sepolte da anni di infelicità, imparando a essere soprattutto una persona migliore.
Terza collaborazione con Jack Nicholson con Wolf - la belva è fuori, un noir/horror, forse il meno riuscito tra i film di Nichols, ma pur sempre girato con mestiere, mestiere e professionalità mostrati fin dal principio.
Nel 1996 Nichols si ricongiunge artisticamente con Elaine May e riprende Il vizietto con Ugo Tognazzi per creare uno scoppiettante remake - Piume di struzzo, con il compianto Robin Williams. La famiglia questa volta funziona, ma è anticonvenzionale -  coppia gay che ha cresciuto con amore il proprio figlio, che si ritrova a fare una sceneggiata per conoscere la futura nuora, figlia di un politico conservatore. Divertente, brioso Nichols si diverte a prendere di mira più i cliché dei conservatori che delle coppie omosessuali, con ironia graffiante e intelligente.
Negli ultimi anni di carriera cinematografica (sospesi per dedicarsi alla TV con le gemme Wit e Angels in America -  dramma sull'AIDS scritto da Tony Kushner), Nichols riprende i suoi temi più cari: la crisi della famiglia in Closer - dramma dell'incomunicabilità e del tradimento tra due coppie (Jude Law/Natalie Portman e Clive Owen/Julia Roberts) e La guerra di Charlie Wilson (2007), ultima stoccata antimilitaristica dedicata alla sua America. Il cerchio si chiude. Cala il sipario e Nichols non dirige più film, preferendo il teatro.
E con Nichols se n'è andato un pezzo di teatro, cinema, televisione fatto con passione e gran mestiere.