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martedì 13 settembre 2016

COMING SOON: Bridget Jone's Baby




Bridget Jones (Renée Zellweger) è tornata single dopo aver lasciato Mark D'arcy (Colin Firth). 
Questa volta però non si lascia prendere dallo sconforto, mangiando gelato e ascoltando All By Myself  e decide di buttarsi a capofitto nel lavoro come produttrice di uno show televisivo. 
Il suo stato di 'singletudine' dura poco quando incontra l'americano Jack (Patrick Dempsey). Che sia lui l'uomo giusto per Bridget? La sua vita giunge a una svolta quando scopre di rimanere incinta. Solo che non sa se il bambino sia di Mark o Jack...
Renée Zellweger torna al cinema dopo 6 anni sabbatici da Hollywood e lo fa 'a colpo sicuro' interpretando il suo personaggio icona, Bridget Jones arrivando al terzo capitolo, Bridget Jone's Baby
Diretto sempre da Sharon Maguire, in questa nuova avventura il soggetto è sempre di Helen Fielding, creatrice di Bridget) non c'è Hugh Grant e il suo Daniel Cleaver, ma al suo posto c'è Patrick Dempsey, tornato alla ribalta dopo l'addio a Grey's Anatomy. Il film si discosta ampiamente sia dai racconti scritti dala Fielding nel 2006 e pubblicati sul The Indipendent, sia dal terzo romanzo, Bridget Jones: Mad About a Boy, dove Bridget ha 50 anni (nel film ne ha 43), in realtà è vedova di Marc D'Arcy (tornato vivo e vegeto per la terza avventura cinematografica) e nonostate la prole e il sentore di menopausa, decide di diventare una milf, con bizzarre e goffe conseguenze per 'l'eterna pasticciona' Bridget. 
Rumours dicono che la Fielding pubblicherà in UK il suo quarto libro da cui è tratto questo film, che funge da sorta di anteprima (il romanzo dovrebbe essere pubblicato il 16 ottobre di quest'anno). 
Riuscirà questo terzo capitolo a far ritrovare l'appeal per Bridget, con questa storia nuova di zecca cucita appositamente per lei?

venerdì 10 ottobre 2014

TU MI DILUDI: Before I Go to Sleep







Titolo: Before I Go to Sleep
USA/UK 2014
Cast: Nicole Kidman, Colin Firth, Mark Strong
Sceneggiatura: Rowan Joffé
Regia: Rowan Joffé


Christine (Nicole Kidman) da dieci anni ha perso un pezzo della sua esistenza: a causa di un incidente, ogni mattina si sveglia e non ricorda nulla di ciò che ha vissuto. Il marito Ben (Colin Firth) cerca di far rivivere in lei i ricordi con foto e aneddoti sulla loro vita matrimoniale. Christine inizia una terapia con il dottor Nash (Mark Strong), che le consiglia di registrare impressioni della sua vita su video - facendole scatenare in lei dei ricordi su ciò che l’è successo in passato.
Nicole Kidman torna protagonista assoluta di un thriller made in England dalle atmosfere hitchcockiane.
Come Leonard Shelby di Memento, Christine in seguito a un trauma non ricorda nulla della sua vita, e cerca disperatamente di far affiorare quel pezzo di memoria svanito insieme al suo incidente.
Se Shelby utilizzava una macchina polaroid, messaggi e scritte al limite della body art, Christine utilizza i video per poter imprimere le sue impressioni, fatte di dubbi, paure, creando una sorta di diario multimediale dove emerge il terrore di non potersi fidare di nessuno.
Siamo sicuri che si tratti di un incidente? E se il dottor Nash - che puntualmente la chiama ogni mattina per ricordarle di accendere la macchina fotografica - nascondesse qualcosa? E se dubitasse di Ben? Chi è la sua migliore amica? Ha avuto un figlio? E se l’ha avuto, perché non vive con lei e il marito?
Dilaniata dai dubbi e isolata in una casa, Christine si sente come un topolino in gabbia, da cui cerca disperatamente di fuggire alla ricerca di una verità che affiora lentamente.
Before I Go to Sleep è un un noir dalle atmosfere hitchockiane, dove il personaggio di Christine sembra una novella donna che visse due volte. Atmosfere noir, verità che si mescolano, e un tris di attori (Kidman – Firth –Strong) bravi, danno  l’apparenza di un thriller che tiene lo spettatore con il fiato sospeso. Però…
Però mi diludi: Hai presente quando vedi un trailer ricco di suspence, ti fai un sacco di aspettative e poi rimani così, non basito, ma per l'appunto… Così…? Ecco, Before I Go to Sleep fa parte di questa categoria.
Perché la storia – che dovrebbe essere perfetta e avvincente, fa acqua da tutte le parti. Quando si gira un thriller, la forza sta nella sceneggiatura, che deve essere di ferro, avvincente, brillante. Non molle come una gelatina.
Se in Memento il mix sceneggiatura e montaggio (che riusciva a dare quel senso di frammentarietà della memoria di Leonard Shelby) risultava vincente e avvincente allo stesso tempo, in Before I Go to Sleep il mix sceneggiatura ‘colabrodo’ e una regia piatta (che avrebbe fatto piangere Hitchcock, il maestro del brivido per eccellenza) danno il colpo di grazia a un film che parte bene, che incuriosisce con i flashback (dove Joffé da un guizzo di inventiva tecnica) ma alla fine si risolve frettolosamente, evitando accuratamente di scavare nella psicologia dei personaggi.
I dubbi, le incertezze, i sospetti che si insinuano lentamente, vengono infatti trattati con superficialità e frettolosità. Personaggi interessanti come il dottor Nash vengono relegati sullo sfondo, quando proprio la terapia che intraprende con Christine poteva essere quello spunto interessante per creare un perfetto gioco di ambiguità che avrebbe dovuto inchiodare lo spettatore dall’inizio alla fine.
Lo spettatore con il trhiller va ‘cucinato e rosolato’ lentamente, e invece niente, cucinato al microonde, così si fa prima. Ecco, Before I Go To Sleep è un piatto precotto spacciato per un delicatessen. Ed è un peccato. Perché le belle atmosfere inglesi e quel senso di isolamento che relegano Christine nel suo labirinto di dubbi e incubi, danno quel non so che di interesse che purtroppo finisce per essere sprecato - buttato alle ortiche da una carenza tecnica e registica del filmaker Rowan Joffé, che non sarà per questo nominato il maestro del brivido del terzo millennio.
E' un vero peccato, perché la materia (letteraria, essendo stato tratto dall’omonimo romanzo di S. J. Watson) non viene affrontato come si deve, buttando alle ortiche un film che sulla carta poteva essere molto promettente.
Cosa salviamo: la recitazione in primis, con una Nicole Kidman che sta lentamente tornando alla ‘Kidman dei tempi d’oro’, riuscendo a dare il giusto spessore al suo personaggio tormentato. Colin Firth ha una recitazione trattenuta che esplode all’improvviso, ma il migliore del trio è Mark Strong, capace di nascondere (per un attimo, perché la sceneggiatura non glielo concede) dietro l’aura di rispettabilità del dottor Nash quel non so che di fascino e ambiguità che non guasta.
Si salvano le belle atmosfere inglesi che danno un non so che di tocco noir, peccato però che la regia da encefalogramma piatto di Rowan Joffé rovini tutto.
Before I Go to Sleep ti fa venire l'acquolina in bocca ma poi di tilude. E' un soufflé non riuscito: lo vedi nel forno e sembra appetitoso, ma appena lo tiri fuori si sgonfia, perché è stato cucinato troppo senza passione e cuore.

Voto: 5

domenica 14 settembre 2014

COMING SOON: Before I Go to Sleep


Christine (Nicole Kidman) ha avuto un incidente e ha perso la memoria breve.
Ogni giorno si risveglia e non ricorda nulla del suo matrimonio con Ben (Colin Firth), così decide di intraprendere una terapia con il dottor Nash (Mark Strong), che le consiglia di registrare un video in modo da ricordare ciò che ha vissuto il giorno prima. 
La terapia comincia a funzionare, e tra ricordi confusi,  cerca di capire cosa l'è successo, scoprendo che non ha avuto un incidente, ma qualcuno ha attentato alla sua vita. Christine comincia ad avere dubbi sul marito, e anche sul dottor Nash, ma non tutto è ciò che sembra...
Nicole Kidman torna a fare coppia con Colin Firth per questo thriller diretto da Rowan Joffe (28 settimane dopo), tratto dal best seller Non ti addormentare di S.J. Watson. 
Kidman torna protagonista assoluta per questo trhiller che ricorda a tratti Memento di Christopher Nolan, che promette suspence e una recitazione con i fiocchi grazie al trio Kidman-Firth-Strong.

martedì 13 maggio 2014

RECENSIONE: A Single Man


*Il fascino indiscreto di una recensione retrò*

Titolo: A Single man.
USA, 2009
Cast: Colin Firth, Julianne Moore, Matthwe Goode, Nicholas Hoult, Ginnifer Godwyn.
Sceneggiatura: Tom Ford, George Scearce, basato sul romanzo A Single man di Cristopher Isherwood
Produzione:
Regia: Tom Ford
Durata: 99'

George Falconer (Colin Firth) è un professore di letteratura inglese in un college di Los Angeles. Sullo sfondo della città degli angeli vi è la minaccia della crisi missilistica di Cuba ma non sembra importargli molto.
"Solo gli stolti sorridono al mattino". E George Falconer non ha ragione di sorridere.
Ogni mattina si alza, fa la doccia, la colazione, si veste (i vestiti del protagonista sono firmati dal regista e stilista Tom Ford), annoda la cravatta con lo stile windsor, ma tutto ciò lo fa con inerzia. George Falconer è un uomo solo dopo la morte del suo compagno Jim, avvenuta in tragico incidente, e la vita per lui non ha più importanza.
La sua giornata si svolge lentamente, spezzata dalle telefonate dell'amica Charlotte una donna disillusa dalla vita (Julianne Moore) che chiama affettuosamente Charly e le lezioni all'università.
Il dolore e l'apatia di George ricevono uno  scossone quando entra nella sua vita l'ambiguo Kenny (Nicholas Hoult)  uno dei suoi studenti di corso.
Single man segna il promettente debutto alla regia di Tom Ford, ex stilista di Gucci e Yves Saint-Laurent. Se Gabriele D'Annunzio intendeva la vita come un'opera d'arte, Ford intende mettere questo precetto nella sua opera prima, mettendo a disposizione l'estetica, la letteratura (a partire dall'adattamento del romanzo di Isherwood), la musica, l'architettura e l'arte al servizio del cinema.
Il film è una delizia per gli occhi e nulla è lasciato al caso a cominciare dalla scena iniziale con il corpo nudo di Colin Firth immerso nell'acqua che fluttua come se fosse in un opera di Rembrandt.
La casa in cui vive il protagonista richiama le opere di Mies Van De Rohe.
Il flashback in bianco e nero che ricorda un momento di vita vissuta con Jim, fa pensare alla fotografia di Helmuth Newton.
La musica rispecchia l'epoca con canzoni come Stormy weather di Etta James e la fotografia sgranata rappresenta fedelmente l'epoca degli anni Sessanta.
Ford proviene dalla moda, ma sorprende dimostrando di conoscere bene la tecnica cinematografica con plongèe (riprese dall'alto), establishing shot (elementi descrittivi di una scena) e rallenty fissandosi soprattutto sui dettagli (la rugiada delle rose, gli oggetti estremamente raffinati) come se volesse dimostrare che non è capace di essere solo uno stilista che tenta una nuova strada, ma un uomo colto, lontano dalle frivolezze che circonda il mondo del fashion business.
A prima vista il suo stile sembra manicheo e lezioso da spot di profumi, ma Ford si sofferma sui dettagli non per un vezzo estetico: il suo intento è quello di mostrarci lo sguardo di George, un ultimo sguardo da imprimere nella sua mente, cose e persone da portare via con sé e condividerli un giorno con il suo amato Jim.
I momenti drammatici sono delle spine nel cuore a cominciare dalla scena iniziale che riprende l'incidente mortale di Jim, immortalato in una fredda giornata innevata.
I duetti tra George e Charly trasudano solitudine, disillusioni, sofferenze e sogni infranti. Sogni che per una istante riesce a far rivivere Kenny, con la sua freschezza e ambiguità derivata dalla sua giovinezza. Straordinaria l'interpretazione di Colin Firth, così addolorato e beffato dal fato, e riesce a conferire al suo personaggio la giusta dose di indifferenza, dolore e cinismo, un dandy vecchio stile ferito dagli eventi della vita.
Julianne Moore dimostra la sua solita bravura, anche se la sua Charlotte soffre un po' troppo di teatralità e patetismo eccessivo, penalizzato da un doppiaggio stile alcoolizzata sul viale del tramonto.
 Single man è melò che ricorda i film di Douglas Sirk, un film old style e raffinato come una cravatta di seta annodata in stile windsor.

Voto: 8

domenica 14 marzo 2010

RECENSIONE: A Single Man


Titolo: A Single man.
USA, 2009
Cast: Colin Firth, Julianne Moore, Matthwe Goode, Nicholas Hoult, Ginnifer Godwyn.
Sceneggiatura: Tom Ford, George Scearce, basato sul romanzo A Single man di Cristopher Isherwood
Produzione:
Regia: Tom Ford
Durata: 99'

1962. George Falconer (Colin Firth) è un professore di letteratura inglese in un college di Los Angeles. Sullo sfondo della città degli angeli vi è la minaccia della crisi missilistica di Cuba ma non sembra importargli molto.
Ogni mattina si alza, fa la doccia, la colazione, si veste (i vestiti del protagonista sono firmati dal regista e stilista Tom Ford), tutto ciò lo fa con inerzia. George Falconer è un uomo solo dopo la morte del suo compagno Jim, avvenuta in tragico incidente, e la vita per lui non ha più importanza.
 La sua giornata si svolge lentamente, spezzata dalle telefonate dell'amica Charlotte una donna abbandonata dalla vita (Julianne Moore) che chiama affettuosamente Charly e le lezioni all'università.
"Solo gli stolti sorridono al mattino" e George ormai non ha più la forza di sorridere perchè non vede l'ora di raggiungere il suo compagno. Così decide di progettare la sua morte: raccoglie i suoi documenti, i suoi soldi, scrive tre lettere (una indirizzata alla sua amica Charly, una alla sua domestica e una con le direttive del suo funerale e la raccomandazione dell'immancabile nodo windsor alla cravatta per la vestizione) e la pistola con la quale togliersi la vita. Il suo progetto va in fumo quando entra nella sua vita l'ambiguo Kenny(Nicholas Hoult)  uno dei suoi studenti di corso.
A Single man segna il promettente debutto alla regia di Tom Ford, ex stilista di Gucci e Yves Saint-Laurent. Se Gabriele D'Annunzio intendeva la vita come un'opera d'arte, Ford intende mettere questo precetto nella sua opera prima, mettendo a disposizione l'estetica, la letteratura (a partire dall'adattamento del romanzo di Isherwood), la musica, l'architettura e l'arte al servizio del cinema.
Il film è una delizia per gli occhi e nulla è lasciato al caso a cominciare dalla scena iniziale con il corpo nudo di Colin Firth immerso nell'acqua che fluttua come se fosse in un opera di Rembrandt.
La casa in cui vive il protagonista richiama le opere di Mies Van De Rohe.
Il flashback in bianco e nero che ricorda un momento di vita vissuta con Jim ricorda la fotografia di Helmuth Newton.
La musica rispecchia l'epoca con canzoni come Stormy weather di Etta James e la fotografia sgranata rappresenta fedelmente l'epoca degli anni Sessanta.
Ford dimostra di conoscere bene la tecnica cinematografica con plongèe (riprese dall'alto), establishing shot (elementi descrittivi di una scena) e rallenty fissandosi soprattutto sui dettagli (la rugiada delle rose, gli oggetti estremamente raffinati) come se volesse dimostrare che non è capace di essere solo uno stilista che tenta una nuova strada, ma un uomo colto, lontano dalle frivolezze che circonda il mondo del fashion business.
 A prima vista il suo stile sembra manicheo e lezioso da spot di profumi, ma Ford si sofferma sui dettagli non per un vezzo estetico: il suo intento è quello di mostrarci lo sguardo di George, un ultimo sguardo che imprime nella sua mente cose e persone da portare via con se una volta avvenuta la sua (voluta) dipartita.
I momenti drammatici sono delle spine nel cuore a cominiciare dalla scena iniziale che riprende l'incidente mortale di Jim, immortalato in una fredda giornata innevata.
I duetti tra George e Charly trasudano solitudine, disillusioni, sofferenze e sogni infranti, sogni che per una istante riesce a far rivivere Kenny, con la sua freschezza e ambiguità derivata dalla sua giovinezza. Straordinaria l'interpretazione di Colin Firth, così addolorato e beffato dal fato, e riesce a conferire al suo personaggio la giusta dose di indifferenza, dolore e cinismo, un dandy vecchio stile ferito dagli eventi della vita.
Julianne Moore dimostra la sua solita bravura, anche se la sua Charlotte soffre un po' troppo di teatralità e patetismo eccessivo, penalizzato da un doppiaggio stile alcoolizzata sul viale del tramonto.
 A Single man è melò che ricorda i film di Douglas Sirk, un film old style e raffinato come una cravatta di seta annodata in stile windsor.

Voto: 8

A.M.

sabato 13 marzo 2010

RECENSIONE: Mamma mia!



Titolo: Mamma mia!
USA 2008
Cast: Meryl Streep, Colin Firth, Pierce Brosnan, Stellan Skargsdard, Julie Walter, Amanda Seyfried, Crhistine Baransky
Sceneggiatura: Catherine Johnson
Produzione: Universal Pitcure
Regia: Phillyda Lloyd
Durata: 108'

La ventenne Sophie (Amanda Seyfried) vive in Grecia nella splendida isola di Kalokairi con la madre Donna (Meryl Streep) ex figlia dei fiori e mamma single indipendente, ed è in procinto di sposarsi.
La ragazza non ha mai conosciuto suo padre e scopre un diario segreto della madre dove ha scritto le esperienze che ha vissuto con tre uomini diversi e pensa che uno di loro sia il suo vero padre.
Così all'insaputa di Donna spedisce l'invito all'uomo di affari Sam Charmichael (Pierce Brosnan), all'avventuriero Bill Anderson (Stellan Skargsdar) e al banchiere Harry Bright (Colin Firth).
Nel frattempo arrivano sull'isola le migliori amiche della futura sposa, Ali e Lisa e le amiche di Donna, Lisa (Julie Walters) e Tanya (Crhistine Baransky) con la quale formò vent'anni prima il gruppo musicale Donna and the dynamos. In una serie di avvenimenti e numeri musicali Sophie cerca di scoprire l'identità di suo padre e i tre vecchi spasimanti della madre si convincono a loro volta di essere il padre della ragazza.
Basato sull'omonimo musical di Brodway, Mamma mia! è un film "effervescente" che ti immerge nello splendore del mare cristallino della Grecia al ritmo delle canzoni degli ABBA.
Le canzoni del quartetto svedese fanno da contrappunto alle avventure/disavventure di Donna che tenta di mandare avanti la sua attività tra le difficoltà economiche e i lavori all'albergo che non finiscono mai (Money, money, money), alle sue esperienze di donna libera e spensierata che riemergono in lei (Dancing queen) e della giovane Sophie in preda delle passioni amorose in preda di mille dubbi (voulez-vous), rimandendo piacevolmente sorpresi dalla profondità delle canzoni, spesso trascurate dagli arrangiamenti da disco music. Poco importa se la trama è un po' esile, perché per un'ora e mezza si è immersi in questa allegra baraonda e l'unica cosa che si vuole fare è ridere, ballare e sognare, mescolando il tutto in una salsa kitsch alla quale gli attori si prestano divertiti.
 Phillyda Lloyd non è Bob Fosse, ma riesce ad orchestrare sapientemente il nutrito cast di attori e le coreografie sono accattivanti. Meryl Streep come al solito è grande, canta, balla, si mette la tuta argentata e le zeppe con grande disinvoltura.
La sua performance trasuda divertimento e passione e le sue buone doti canore emergono nuovamente per questa occasione (l'ultima performance risale a Radio America di Robert Altman). I comprimari maschili non sono da meno, Brosnan forse appare un pò ingessato in un ruolo così diverso da quelli che ricopre di solito. La giovane Amanda Seyfried è incantevole e solare, mentre Julie Walters e Christine Baranski sono scatenate. Mamma mia! è un film senza pretese che ti avvolge nella sua favola per novanta minuti.
Appena usciti dal cinema si ha la voglia di canticchiare "you can dance, you can jive, having the time of your life..." dimenticando per un momento i problemi della vita quotidiana. E questo non è poco.

Voto: 7,5

A. M.