Visualizzazione post con etichetta Gucci. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gucci. Mostra tutti i post

lunedì 27 gennaio 2014

SPOT REVIEW: Guilty by Gucci


In una città  dallo stile futurista, una donna misteriosa (Evan Rachel Wood) percorre un ponte quasi sospeso nel nulla con il suo bolide. Improvvisamente frena lasciando una scia di fuoco, scende e prende tra le mani un ciondolo con due "G" incrociate e un fulmine .
Tenendolo in mano ne sente il profumo, chiude gli occhi e si lascia trasportare dai ricordi: immagini di un uomo affascinante (Chris Evans) le riafforano in mente, il momento esatto in cui i loro sguardi s'incrociano, la passione che esplode travolgendoli in una notte d'amore. Entrambi hanno il ciondolo con le due "G" incrociate, come se due anime gemelle si fossero incontrate per un istante nelle loro esistenze.
Una fragranza, un ricordo. L'emozione è momento fuggevole, ma intenso, come una nuvola di profumo che avvolge l'aria per poi scomparire. Guilty by Gucci è il nuovo profumo della maison italiana e per promuoverlo è stato creato uno spot pubblicitario di qualità, quasi un cortometraggio. La regia è affidata a Frank Miller, autore di Sin City e The Spirit, interpretato da Evan Rachel Wood (Acrosse The Universe) e Chris Evans (I fantastici 4).
La colonna sonora invece è dei Friendly Fires, che propongono una cover di Strange Love dei Depeche Mode. Miller trasfigura il suo universo dark-pop per creare una storia dal sapore noir, incentrato su una dark-lady affascinante dalle movenze di una pin-up, sicura di sè e consapevole del proprio sex-appeal. E Guilty by Gucci è stato ideato proprio per una donna che decisa, affascinante e sensuale.

martedì 7 maggio 2013

MONNEZZA MOVIE: Sex and the City 2




Titolo: Sex and the City 2
USA, 2010
Cast: Sarah Jessica Parker, Kim Cattrall, Cynthia Nixon, Kristin Davis.
Sceneggiatura: Michael Patrick King
Regia: Michael Patrick King
Durata: 146'

Sex and the City fu un grande successo per via di una ricetta appetitosa e cucinata con ingredienti esplosivi: il fascino di New York, quattro singles di successo con un guardaroba fighissimo, cocktail e night life, ma soprattutto tanto, tanto sesso con la scusa di trovare l'uomo della propria vita. 
Praticamente le protagoniste trombavano a ogni episodio, roba che avrebbe suscitato tanta ammirazione al nostro Rocco nazionale.
Arrivate alla sesta stagione Carrie (Sarah Jessica Parker) e socie decisero di porre fine alle loro eccitanti esperienze e una volta trovato il benedetto principe azzurro, la serie chiuse nel 2004. Ma, vuoi la nostalgia, ecco ritrovare le "ragazze" in un film e nel suo sequel. 
Se il primo suscitava la voglia di rivederle soprattutto per le orfane del telefilm, la seconda prova se la potevano anche risparmiare. Perché è una cacata. Upper class, ma pur sempre cacata rimane. 
Che cosa succede dunque in questo capitolo? Dunque, Carrie dopo aver sbomballato i maroni per sei-serie-sei, finalmente riesce a sposarsi Mr. Big (Chris Noth), che di big forse ha il conto in banca, o un grado di separazione con Rocco. 
Carrie è sposata ma non si è dimenticata delle sue grandi amiche Samantha (Kim Cattrall), Miranda (Cynthia Nixon) e Charlotte (Kristin Davis) che si ritrovano per un brunch o una colazione e subito fanno una sfilata di Gucci, Dior, Yves Saint Laurant e Valentino, perché loro sono fesciòn, mentre le comuni mortali solo delle povere pezzenti che si possono "solo" permettere una borsa di Louis Vuitton.
Carrie e Big hanno deciso di non riprodursi e ora che finalmente può godersi la vita matrimoniale, Carrie ci prova a fare la signora upper class e rimembra quando ancora era una pischella alle prime armi nella giungla newyorchese (e qui i primi sentori del trash si notano con una carrellata di "prima e dopo" con Carrie e compagne vestite anni Ottanta, da brividus...).
Carrie s'impegna nella nuova vita a due,  ma Big s'ammoscia e preferisce rimanere a casa (arredata con gusto maniacale dalla sciura, rea di aver ripudiato la moda, che Just Cavalli ti fulmini!), anche perché ha capito che ormai non ha più l'età per fare una vita notturna selvaggia, mentre Carrie ancora non ci è arrivata. E quando escono di sera, lui fa il cascamorto con una sventola (Penelope Cruz) e capisce che deve metterlo al guinzaglio, perché anche se  Big ora è casalingo, sempre masculo è.
Insomma, la povera Carrie è infelice perché ha una vita da urlo in una città da urlo, ha una casa da urlo con un arredamento da urlo, un armadio da urlo con dentro una boutique e un negozio di scarpe da  urlo, un lavoro da urlo con una carriera da urlo, un matrimonio da urlo con un marito da urlo, al punto che le viene da urlare per la disperazione.
Neanche le altre se la passano bene: Charlotte ha rotto le balle talmente tanto per avere dei figli e ora che ne ha due (di cui una frutto dell'immacolata concezione) ne ha le scatole piene soprattutto della più piccola da affidarsi a una tata, talmente gnocca e popputa (sguscia un altro momento trash con le sue poppe ballerine immortalate con il rallenty) da far ringalluzzire il maritino Harry (Evan Handler).
Miranda dopo essersi limata le corna è ancora sposata con Steve (Jesse Eisemberg) e ora che ha finalmente smesso di farsi le pippe mentali tra lavoro e maternità (il figlio l'ha cresciuto la tata e il problema è risolto) ha a che fare con un socio maschilista vecchio e rimbambito.
Samantha gioca ancora a fare la zoccolona, una ripassata a Smith Jerrod (Jason Lewis) gliela darebbe anche se non stanno più insieme,  ma finisce per andare in menopausa, si abbassa le mutande in ufficio per via delle caldazze (roba di culto, da far inorgoglire sempre il nostro Rocco) e finisce per diventare una vecchia abelarda. E qui ti piange il cuore, perché nel serial la sua mignottaggine era il suo punto di forza.
Dopo il matrimonio kitsch con la fiera del pacco e pieno di cliché (non manca neanche Liza Minnelli che canta Single Ladies, icona gay per eccellenza) di Stanford Blatch (Willie Garson) e Anthony Marantino (Mario Cantone) da rendere fieri l'Arcigay, le quattro sciure decidono di scappare da una vita fatta di problemi, da un'America vittima della crisi (che le quattro si lasciano scivolare addosso e neanche se ne accorgono) e devono evadere dalla sberluccicosa realtà e decidono di andare in vacanza. A Rimini? Macché, ad Abu Dhabi, dove Carrie ritrova il suo ex Aidan (John Corbett) per la serie paese che vai, ex che trovi. 
Anche in mezzo al deserto, le quattro icone della moda sfoderano il loro armamentario fatto di Chanel, Vivienne Westwood, Zack Posen e chi ne ha  più ne metta, ovviamente rivisitato per l'occasione e non perdono occasione di farsi un aperitivo, praticamente fanno le stesse identiche cose di New York, solo in un posto più esotico. 
Carrie, donna roccaforte con clitoride mai domo, in cerca della scintilla si lascia andare e bacia colui-che-mollò-all'altare-per Big e in preda ai sensi di colpa glielo dice pure al consorte, mentre le altre tre sono impegnate a fare figure di merda tra sik e donne con il buqua (ma fesciòn pure loro con la moda francese ben nascosta) e la figuraccia più spassosa ovviamente la fa Samantha che, anche se è una vecchia abelarda, la voglia di trombare ce l'ha,  e si porta sempre tanti goldoni con sé, le cadono dalla borsetta e lo urla ai quattro venti che le piace fare sesso, tra l'imbarazzo generale delle sue amiche e gli indigeni del luogo. 
E dopo un trashosissimo karaoke che rinsalda la loro eterna amicizia e con un momento quasi noir dove la nostra eroina rischia di perdere il passaporto, trova la sua vecchia foto e si ricorda della semplice fanciulla amante della moda e dei locali altrettanto alla moda, alla fine tornano a casa cambiate dentro, perché fuori rimangono sempre le stesse griffatissime e superficiali signore dell'Upper East Side.
L'happy end non si fa attendere, anche perché in qualche modo bisognava farlo finire, altrimenti bisognava riaprire il serial e farla pascolare con chiunque peggio di Brooke di Beautiful quando viene mollata da Ridge.
Sex and the City 2 non ha una trama inconsistente dove anche questa volta i personaggi maschili sono delle semplici macchiette e soprattutto non si capisce perché duri la bellezza di 146 minuti, quando si ha materiale giusto per un cortometraggio.
Ciò che rende perplessità è la volgarità con cui la sessualità viene rappresentata con le scenette macchiettistiche di Samantha, un personaggio così forte e fiera della propria sessualità, enfatizzato e spremuto al massimo da farlo diventare ridicolo, fino allo sfarzo di un lusso da risultare eccessivo tale da scadere nel pessimo gusto. 
Di glamour ormai non ha più nulla e Michael Patrick King, creatore del telefilm culto, raschia il fondo del barile ed eccede in griffe per coprire i buchi di sceneggiatura grossi come un cratere: Sex and the City 2 ha una storia gonfiata come un seno rifatto ed è la fiera del trash.
E per le fan del serial è una vera tristezza vedere quattro alfiere della libertà sessuale che hanno perso la  freschezza degli esordi, giocando ancora alle ragazzine. E non è una questione di età, ma di buon gusto.

Voto: 2
A.M.

sabato 27 aprile 2013

Star Gossip: la popolarità di Gwyneth Paltrow





Gwyneth Paltrow è una star di Hollywood venerata, invidiata, odiata, ammirata e poi odiata di nuovo. 
Venerata perché è stata un'icona di stile dagli anni Novanta, quando nel 1998, a 25 anni, divenne una fashion icon con Delitto perfetto, dove intravidero in lei la nuova Grace Kelly, fascino british con l'exploit di Sliding Doors e infine incoronata con l'Oscar per Shakespeare in Love.
Invidiata perché corteggiata dagli stilisti, sempre impeccabile con mise di Valentino, Gucci e Armani, è stata fidanzata con Brad Pitt e Ben Affleck (sì, prima di Jen & Jen, ovvero miss Lopez e miss Garner che alla fine l'ha spuntata quest'ultima e se l'è portato a casa), per poi convolare a  nozze con il leader britannico dei Cold Play, Chris Martin e aver messo al mondo Apple e Moses.
Odiata perché vive una vita salutista, ha una forma invidiabile dopo due figli e consiglia agli americani di mangiare sano, perché Gwyneth oltre che essere un'attrice di fama consolidata, è anche un'ottima chef che ha studiato cucina. Un po' troppo perfettina per i suoi connazionali, appassionati di coca-cola e patatine, pur essendo ossessionati con il fitness. 
Ammirata perché People l'ha incoronata la donna più bella del mondo, dedicandole anche la copertina.
Odiata di nuovo perché oltre a essere attrice-mamma-chef-salutista ci prova pure come stilista e crea una linea di bikini da 0 a 10 anni, scatenando le ire delle mamme che giudicano i suoi costumi troppo osé per delle bimbe.
Insomma, che vi piaccia o no, Gwyneth Paltrow rimane sulla cresta dell'onda e il successo di Iron Man 3 e non ha nessuna intenzione di ritirarsi a vita privata per preparare salutari manicaretti.

domenica 14 marzo 2010

RECENSIONE: A Single Man


Titolo: A Single man.
USA, 2009
Cast: Colin Firth, Julianne Moore, Matthwe Goode, Nicholas Hoult, Ginnifer Godwyn.
Sceneggiatura: Tom Ford, George Scearce, basato sul romanzo A Single man di Cristopher Isherwood
Produzione:
Regia: Tom Ford
Durata: 99'

1962. George Falconer (Colin Firth) è un professore di letteratura inglese in un college di Los Angeles. Sullo sfondo della città degli angeli vi è la minaccia della crisi missilistica di Cuba ma non sembra importargli molto.
Ogni mattina si alza, fa la doccia, la colazione, si veste (i vestiti del protagonista sono firmati dal regista e stilista Tom Ford), tutto ciò lo fa con inerzia. George Falconer è un uomo solo dopo la morte del suo compagno Jim, avvenuta in tragico incidente, e la vita per lui non ha più importanza.
 La sua giornata si svolge lentamente, spezzata dalle telefonate dell'amica Charlotte una donna abbandonata dalla vita (Julianne Moore) che chiama affettuosamente Charly e le lezioni all'università.
"Solo gli stolti sorridono al mattino" e George ormai non ha più la forza di sorridere perchè non vede l'ora di raggiungere il suo compagno. Così decide di progettare la sua morte: raccoglie i suoi documenti, i suoi soldi, scrive tre lettere (una indirizzata alla sua amica Charly, una alla sua domestica e una con le direttive del suo funerale e la raccomandazione dell'immancabile nodo windsor alla cravatta per la vestizione) e la pistola con la quale togliersi la vita. Il suo progetto va in fumo quando entra nella sua vita l'ambiguo Kenny(Nicholas Hoult)  uno dei suoi studenti di corso.
A Single man segna il promettente debutto alla regia di Tom Ford, ex stilista di Gucci e Yves Saint-Laurent. Se Gabriele D'Annunzio intendeva la vita come un'opera d'arte, Ford intende mettere questo precetto nella sua opera prima, mettendo a disposizione l'estetica, la letteratura (a partire dall'adattamento del romanzo di Isherwood), la musica, l'architettura e l'arte al servizio del cinema.
Il film è una delizia per gli occhi e nulla è lasciato al caso a cominciare dalla scena iniziale con il corpo nudo di Colin Firth immerso nell'acqua che fluttua come se fosse in un opera di Rembrandt.
La casa in cui vive il protagonista richiama le opere di Mies Van De Rohe.
Il flashback in bianco e nero che ricorda un momento di vita vissuta con Jim ricorda la fotografia di Helmuth Newton.
La musica rispecchia l'epoca con canzoni come Stormy weather di Etta James e la fotografia sgranata rappresenta fedelmente l'epoca degli anni Sessanta.
Ford dimostra di conoscere bene la tecnica cinematografica con plongèe (riprese dall'alto), establishing shot (elementi descrittivi di una scena) e rallenty fissandosi soprattutto sui dettagli (la rugiada delle rose, gli oggetti estremamente raffinati) come se volesse dimostrare che non è capace di essere solo uno stilista che tenta una nuova strada, ma un uomo colto, lontano dalle frivolezze che circonda il mondo del fashion business.
 A prima vista il suo stile sembra manicheo e lezioso da spot di profumi, ma Ford si sofferma sui dettagli non per un vezzo estetico: il suo intento è quello di mostrarci lo sguardo di George, un ultimo sguardo che imprime nella sua mente cose e persone da portare via con se una volta avvenuta la sua (voluta) dipartita.
I momenti drammatici sono delle spine nel cuore a cominiciare dalla scena iniziale che riprende l'incidente mortale di Jim, immortalato in una fredda giornata innevata.
I duetti tra George e Charly trasudano solitudine, disillusioni, sofferenze e sogni infranti, sogni che per una istante riesce a far rivivere Kenny, con la sua freschezza e ambiguità derivata dalla sua giovinezza. Straordinaria l'interpretazione di Colin Firth, così addolorato e beffato dal fato, e riesce a conferire al suo personaggio la giusta dose di indifferenza, dolore e cinismo, un dandy vecchio stile ferito dagli eventi della vita.
Julianne Moore dimostra la sua solita bravura, anche se la sua Charlotte soffre un po' troppo di teatralità e patetismo eccessivo, penalizzato da un doppiaggio stile alcoolizzata sul viale del tramonto.
 A Single man è melò che ricorda i film di Douglas Sirk, un film old style e raffinato come una cravatta di seta annodata in stile windsor.

Voto: 8

A.M.