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sabato 20 luglio 2019

LUNA... OLTRE L'INFINITO: Moon

Oggi è il 50esimo anniversario dello sbarco sulla luna. Neil Amstrong fu, insieme a Buzz Aldrin il first man che mise piede sul suolo lunare. Per celebrare l'evento, Solaris ha deciso di coinvolgere la solita cricca di cinefili per un omaggio... Spaziale! Director's cult si cosparge il capo di cenere e riedita una recensione di Moon, riveduta e corretta a dieci anni di distanza.




First man has landed











Moon 

Gran Bretagna, 2009.
Regia: Duncan Jones
Cast: Sam Rockwell, Kevin Spacey (voce, nella versione originale), Dominique McElligott
Soggetto: Duncan Jones
Sceneggiatura: Nathan Parker
Produzione: Liberty Films
Distribuzione: Sony Pictures
Durata: 97'


50 anni fa Neil Armstrong e Buzz Aldring furono i primi uomini a mettere piede sul suolo lunare. 50 anni dopo la Luna è ancora un pianeta affascinante da studiare e scoprire continuamente. 
Nel mondo dell'arte, la Luna è sempre stata corteggiata e amata: dalla musica, dove i Pink Floyd ne vedevano un lato 'oscuro', o David Bowie che proprio 50 anni fa mandava in missione il suo major Tom alla scoperta dello spazio. O con il cinema di Stanley Kubrick, che aveva mandato in orbita i suoi astronauti un anno prima dell'allunaggio per la sua odissea spaziale.  Persino i manga giapponesi sono affascinati dalla Luna, creando una guerriera vestita alla marinaretta che combatteva i malvagi che minacciavano l'incolumità della Terra.
 La Luna è stato oggetto di interesse anche per il primo lungometraggio di Duncan Jones, che con Moon segna il suo debutto sul grande schermo.
Siamo nel 2009 e Jones immagina la Terra quasi privata di energia. Beh, si sa che la fantascienza guarda sempre al futuro, sia dal punto di vista dell'avanzamento tecnologico, sia dal punto di vista di una possibile devastazione del suolo terrestre. 
In questo caso la problematica dell'energia sulla Terra è risolta dalla Lunar, azienda che produce energia sfruttando la roccia lunare, nuova fonte energetica pulita e non dannosa. Sam Bell (Sam Rockwell) è un astronauta che si occupa del funzionamento dei macchinari che raccolgono il materiale sul lato oscuro della Luna e le sue uniche fonti di compagnia sono le piante, il plastico che riproduce la sua città e Gerty 3000, robot che ha la funzione di assistente tuttofare.
Dopo tre anni di permanenza, gli rimangono tre settimane per far ritorno sulla Terra e riabbracciare sua moglie Tess (Dominique McElligott) e la piccola Eve. Il sogno del cosmonauta viene interrotto due settimane prima a causa di un incidente: in preda ad una allucinazione si schianta e finisce sotto una frana. Tornato alla base tenta di capire le cause dell'incidente e nonostante l'impedimento di Gerty (Kevin Spacey), scopre che nella navicella c'è un altro... Sam Bell.
L'astronauta scopre una rete di inganni e cercherà di risolvere l'enigma nascosto nel suo io. Chi è il clone e chi è il vero Sam? Cosa nasconde la Lunar?
Con Moon Duncan Jones ci dimostra che privandosi dell'ausilio degli effetti speciali, con pochi soldi e tante idee, si può confezionare una pellicola innovativa che segna un ritorno alle atmosfere della fantascienza sci fi anni '50/60. 
Il regista mescola sapientemente le tematiche di 2001:odissea nello spazio, regalandoci un nuovo Hal 2000, l'essenzialità della scenografia dell'ambientazione lunare, la svolta del protagonista che decide di riprendersi le redini del proprio destino ricorda THX 1138 di George Lucas. 
L'io e il suo doppio, realtà o finzione riecheggia Blade Runner e lo straniamento quasi alieno del protagonista è come un omaggio al padre David Bowie che sempre nel 1969 esordì con l'album Space Oddity e successivamente creò Ziggy Stardust, il suo alter ego venuto però da Marte.
Il regista non si limita a copiare le opere che lo hanno ispirato, ma le rielabora e le trasferisce allo stato attuale. Con dieci anni di anticipo, Jones pone un'attenta analisi su una società che sta devastando il suo ambiente e non sa come riparare ai danni inflitti sulla natura. 
Offre una sorta di soluzione trovando una risorsa miracolosa nella Luna e con essa apre il film in un sogno utopistico sulla Terra che non patisce più la siccità, la desertificazione, l'inquinamento.
Il futuro cerca spasmodicamente l'innovazione, ma dal punto di vista umano rimane sempre indietro. L'uomo e il suo costante conflitto con la solitudine è la tematica tanto cara alla fantascienza, tra l'altro ampiamente delineata nei romanzi di Philip Dick. 
Siamo super connessi, siamo esposti con foto, video, 'storie', pensieri che straboccano nei social media. Eppure la società di oggi si sta inesorabilmente impoverendo dal punto di vista della comunicazione e dei sentimenti e ci si affida sempre di più alla tecnologia: i social network ormai hanno sostituito i rapporti interpersonali.
L'unico amico di Sam Bell è una macchina "umanizzata" a partire dal suo nome, Gerty, si esprime con le "faccine" che ricordano tanto gli emoticon utilizzati nei messaggi di testo del cellulare. Gerty è quasi paterno con il cosmonauta, la sua unica priorità è di proteggerlo da se stesso, dal suo doppio che reclama la sua necessità di individualismo, la sua persona e la sua libertà.
50 anni fa l'uomo combatteva per la propria libertà. Cinquanta anni dopo, l'uomo sembra essersene dimenticato di avere un bene così prezioso e preferisce avere cloni come quello di Sam. Un clone terribilmente imperfetto però, arido, stupido ed ignorante. E per questo terribilmente pericoloso per la libertà dell'essere umano. 
Forse avremo veramente bisogno dell'energia della Luna per riprenderci da questo periodo oscuro e ritrovare un po' di luce.  Chi lo sa.
Nel 2009 Duncan Jones ci offrì un folgorante esorido, con una ottima  prova di Sam Rockwell, perfetto "one man show" che riesce brillantemente a "reggere sulle proprie spalle" l'intero film. Le musiche di Clint Mansell conferiscono la giusta dose di suspence, sottolineando abilmente i momenti di tensione.
Una piccola pecca sul finale non rovina comunque questo inizio promettente: Moon è stato un ottimo esordio che farà apprezzare il genere fantascientifico anche ai poco affezionati, segnando la strada per una carriera brillante per questo figlio d'arte. E anche se il suo ultimo film Mute, fa storcere il naso, buon sangue non mente e sicuramente farà altri film belli come questo folgorante debutto.

Voto: 8

Sono sbarcati sulla Luna con me:

martedì 10 gennaio 2017

CULT MOVIE: The Image




Titolo: The Image
Id., UK, 1969
Cast: David Bowie, Michael Byrne.
Sceneggiatura: Michael Armstrong.
Regia: Michael Armstrong.
Durata: 13'


Si può essere ossessionati dalla propria arte? Si può essere spaventati da un dipinto, al punto da voler distruggere la propria creazione a tutti i costi?
E' ciò che accade a un giovane pittore (Michael Byrne), che dopo aver cestinato diversi dipinti, trova l'ispirazione in una buia e piovosa notte, dipingendo un giovane ragazzo (David Bowie). Inaspettatamente il soggetto prende vita, affacciandosi alla finestra, per poi entrare nella casa del pittore. 
Il giovane è spaventato, cerca di fuggire ma dal panico non riesce a togliere il lucchetto alla porta. Istintivamente cerca di difendersi e prende una piccola scultura e uccide il ragazzo. Sollevato, l'artista si sente al sicuro, ma ecco che il giovane giunge alle sue spalle, finendo per essere ucciso nuovamente. Il giovane si alza, e l'artista lo uccide ripetutamente, arrivando a colpire la tela che ha generato tale incubo.
Il regista mancuniano Michael Armstrong con il suo cortometraggio d'esordio The Image omaggia il cinema surrealista di Jean Coucteau e il secondo episodio di  The Blood of a Poet (1932) - una scultura si anima e parla con il suo artista - rendendo però il suo artista un pazzo schizofrenico che vede nel ragazzo la sua seconda personalità, che cerca di reprimere uccidendo il soggetto che ha creato. 
L'arte infatti è il perfetto veicolo dove una persona può incanalare le proprie ansie, le proprie ambizioni, ma anche il proprio subconscio. E quando inaspettatamente si materializza il ragazzo, l'artista non ci pensa due volte nel sopprimere quella parte di sé che rifiuta. Può ucciderla mille volte, ma se fa parte di te, non può scomparire. E l'artista se ne rende conto, capisce di aver reso immortale la sua ossessione, impressa su quella tela.
Questo sembra suggerire The Image. O almeno, questo sembra raccontare la storia. L'arte infatti è soggetta a mille interpretazioni e a diversi punti di vista. Però l'immagine finale che raffigura la foto che ritrae il ragazzo può dare un'altra chiave di lettura. Peccato che Armstrong si diverta nel dare solo un suggerimento, lasciando in sospeso la storia di questo artista ossessionato. Da cosa? Da sé stesso? Da questo ragazzo? 
L'arte, nelle sue mille sfaccettature serve anche per liberarsi dai propri demoni interiori, ma nel cortometraggio horror di Armstrong l'arte diventa un mezzo dove gli incubi diventano realtà.
E' buffo pensare che questo cortometraggio di 47 anni fa sia stato trasmesso durante l'intervallo di un film porno, proiettato in un cinema di Piccadilly Circus. Sarà forse il fatto che sia stato il primo (e a quanto pare l'unico) corto vietato ai minori per via dei suoi contenuti violenti. Infatti il film venne bollato con l'X rated, vietandolo ai minori di 18 anni.
A distanza di anni, siamo ormai assuefatti da ogni forma di violenza da far sembrare questo The Image un film innoquo. The Image rimane però pur sempre inquietante. L'espediente della finestra rotta, le riprese ossessive condite da una musica tipica da film horror funzionano ancora. E soprattutto il film inquieta grazie alla presenza di un giovane David Bowie, già così 'alieno' con quello sguardo fisso, che si affaccia alla finestra, che appare alle spalle dell'artista. Bowie nei suoi movimenti meccanici e nel suo sguardo sembra una malefica marionetta. Bowie poi si concentrerà sulla musica, e il resto è storia.
The Image suscita interesse più per essere il primo film di Bowie 'ritrovato' (in realtà Armstrong ha dato il via libera per la diffusione integrale online), che per il valore dell'opera in sé. Che ora - a 5 mesi dalla scomparsa del Duca bianco - è destinato a diventare un piccolo cult movie, forse non da Oscar, ma comunque godibile in una notte d'estate che avrebbe deliziato lo zio Tibia.  

Voto: 7

venerdì 10 giugno 2016

CULT MOVIE: The Image




Titolo: The Image
Id., UK, 1969
Cast: David Bowie, Michael Byrne.
Sceneggiatura: Michael Armstrong.
Regia: Michael Armstrong.
Durata: 13'


Si può essere ossessionati dalla propria arte? Si può essere spaventati da un dipinto, al punto da voler distruggere la propria creazione a tutti i costi?
E' ciò che accade a un giovane pittore (Michael Byrne), che dopo aver cestinato diversi dipinti, trova l'ispirazione in una buia e piovosa notte, dipingendo un giovane ragazzo (David Bowie). Inaspettatamente il soggetto prende vita, affacciandosi alla finestra, per poi entrare nella casa del pittore. 
Il giovane è spaventato, cerca di fuggire ma dal panico non riesce a togliere il lucchetto alla porta. Istintivamente cerca di difendersi e prende una piccola scultura e uccide il ragazzo. Sollevato, l'artista si sente al sicuro, ma ecco che il giovane giunge alle sue spalle, finendo per essere ucciso nuovamente. Il giovane si alza, e l'artista lo uccide ripetutamente, arrivando a colpire la tela che ha generato tale incubo.
Il regista mancuniano Michael Armstrong con il suo cortometraggio d'esordio The Image omaggia il cinema surrealista di Jean Coucteau e il secondo episodio di  The Blood of a Poet (1932) - una scultura si anima e parla con il suo artista - rendendo però il suo artista un pazzo schizofrenico che vede nel ragazzo la sua seconda personalità, che cerca di reprimere uccidendo il soggetto che ha creato. 
L'arte infatti è il perfetto veicolo dove una persona può incanalare le proprie ansie, le proprie ambizioni, ma anche il proprio subconscio. E quando inaspettatamente si materializza il ragazzo, l'artista non ci pensa due volte nel sopprimere quella parte di sé che rifiuta. Può ucciderla mille volte, ma se fa parte di te, non può scomparire. E l'artista se ne rende conto, capisce di aver reso immortale la sua ossessione, impressa su quella tela.
Questo sembra suggerire The Image. O almeno, questo sembra raccontare la storia. L'arte infatti è soggetta a mille interpretazioni e a diversi punti di vista. Però l'immagine finale che raffigura la foto che ritrae il ragazzo può dare un'altra chiave di lettura. Peccato che Armstrong si diverta nel dare solo un suggerimento, lasciando in sospeso la storia di questo artista ossessionato. Da cosa? Da sé stesso? Da questo ragazzo? 
L'arte, nelle sue mille sfaccettature serve anche per liberarsi dai propri demoni interiori, ma nel cortometraggio horror di Armstrong l'arte diventa un mezzo dove gli incubi diventano realtà.
E' buffo pensare che questo cortometraggio di 47 anni fa sia stato trasmesso durante l'intervallo di un film porno, proiettato in un cinema di Piccadilly Circus. Sarà forse il fatto che sia stato il primo (e a quanto pare l'unico) corto vietato ai minori per via dei suoi contenuti violenti. Infatti il film venne bollato con l'X rated, vietandolo ai minori di 18 anni.
A distanza di anni, siamo ormai assuefatti da ogni forma di violenza da far sembrare questo The Image un film innoquo. The Image rimane però pur sempre inquietante. L'espediente della finestra rotta, le riprese ossessive condite da una musica tipica da film horror funzionano ancora. E soprattutto il film inquieta grazie alla presenza di un giovane David Bowie, già così 'alieno' con quello sguardo fisso, che si affaccia alla finestra, che appare alle spalle dell'artista. Bowie nei suoi movimenti meccanici e nel suo sguardo sembra una malefica marionetta. Bowie poi si concentrerà sulla musica, e il resto è storia.
The Image suscita interesse più per essere il primo film di Bowie 'ritrovato' (in realtà Armstrong ha dato il via libera per la diffusione integrale online), che per il valore dell'opera in sé. Che ora - a 5 mesi dalla scomparsa del Duca bianco - è destinato a diventare un piccolo cult movie, forse non da Oscar, ma comunque godibile in una notte d'estate che avrebbe deliziato lo zio Tibia.  

Voto: 7

martedì 10 maggio 2016

100% PURE GLAMOUR: Lo sguardo di David Bowie



David Bowie oltre a essere stato una icona della musica e aver lasciato un segno nel cinema con il mitico Jareth, il re dei Goblin in Labyrinth  era anche un uomo affascinante. 
Parte del suo fascino era dato oltre allo stile androgino, alimentato negli anni Settanta con il suo alieno Ziggy Stardust, a quello sguardo magnetico, reso ancora più interessante da una differente discromia degli occhi. 
Un occhio azzurro, e uno (percepito) quasi nero, con la pupilla perennemente dilatata, gli conferiva uno sguardo, 'una firma' del suo volto che completava l'estro e le mille sfaccettature del suo essere artista. 
Il segreto dei suoi occhi bicolori in realtà era frutto di un incidente, quando da ragazzo si azzuffò con il suo compagno di scuola (e poi suo futuro collega) George Underwood, per via di una ragazza, rimediando un pugno in un occhio che gli causò la misiadri permanente, che causa la paralisi del nervo costrittore della pupilla, rendendola dilatata e causando una percezione dell'iride dell'occhio più scura, rendendo lo sguardo di David Bowie irresistibile e unico.

domenica 10 aprile 2016

MONOGRAFIA: David Bowie



David Bowie non fu solo il mitico White Duke e il magnifico Ziggy Stardust né il tormentato Nathan Adler, ma segnò la scena cinematografica con una bella manciata film lungo Quarant'anni.
Il suo debutto avvenne quando ancora David Robert Jones - nato a Brixton, quartiere di Londra l'8 gennaio del 1947 - lontano dal creare il suo primo e mitico personaggio, Ziggy Stardust, con The Image (1967) un corto di genere horror distribuito nelle sale a luci rosse dei cinema londinesi durante l'intervallo tra il primo e il secondo tempo. Come una sorta di Dorian Gray, Bowie si materializza da un dipinto, e vani sono i tentativi di ucciderlo da parte del pittore, perché si materializza costantemente, peggio di un incubo. 
La sua carriera musicale, si sa, divenne un successo inarrestabile (Space Oddity, The Man Who Sold the World, Aladdin Sane) e ci vollero ben dieci anni per rivederlo al cinema, fino a pochi mesi fa considerato il suo esordio (prima del ritrovamento di The Image, la quale si potevano trovare poche scene online). E ovviamente il ritorno fu in grande stile, ne L'uomo che cadde sulla Terra di Nicholas Roeg (1976), nei panni di un alieno, Thomas Jerome Newton, che arriva sulla Terra con 9 brevetti rivoluzionari sulla musica, chimica, e altri campi scientifici e artistici. Per questo ruolo (non tanto diverso dal suo alter ego Ziggy, androgino e misterioso), vinse un Saturn Award come migliore attore protagonista. 
La sua carriera musicale prosegue parallelamente con quella cinematografica, e il cinema inizialmente sembra essere uno 'strascico' delle sue esperienze musicali: dopo l'alieno Newton (a tre anni dalla 'uccisione' dell'alieno Ziggy Stardust) eccolo tornare 'live' cantando a un concerto che Christiane F. assiste ne Berlino in Noi ragazzi dello Zoo di Berlino (1982). Qui Bowie sembra quasi omaggiare la città che lo aveva ispirato per la sua Berlin Trilogy tra il 1976 e il 1979 (Station to Station, Low, Lodger).
La svolta però avvenne l'anno successivo con Nagisa Oshima che lo volle protagonista del suo Furyo, dove interpreta un ruolo di rilievo che non ha a che fare con la sua icona musicale: Mr. Lawrence, mediatore culturale inglese e detenuto in un campo di prigionia giapponese durante la Seconda guerra mondiale. 
Il cinema sembra avere un appeal sempre più forte sul duca bianco, tale da farlo diventare un fascinoso vampiro in cerca di sangue e di una cura contro l'invecchiamento precoce in Miriam si sveglia a mezzanotte (1982), divenendo il compagno dell'altrettando algida e aristocratica Catherine Deneuve.
Il 1986 fu comunque l'anno che lo consacrò a icona fantasy con Labyrinth, interpretando il fascinoso e mefistofelico Jared, il re dei Goblin, che rapisce il piccolo Toby esaudendo il desiderio della capriciossa Sarah, costringendola a farla percorrere un impervio labirinto per ritrovare il fratellino e per costringerla a crescere. Bowie curò anche la colonna sonora (inclusa la hit Magic Dance), così come fece per Absolute Beginners, musical di Julian Temple con Patsy Kensit, in una Londra degli anni Cinquanta ancora lontana dal mood swingin, ma pronto ad accettare il rock, quando diversità razziale era pronta a esplodere nel quartiere di Notting Hill.
I registi di culto non se lo lasciano sfuggire: Martin Scorsese lo volle nel ruolo di Ponzio Pilato nel suo L'ultima tentazione di Cristo (1988), David Lynch lo volle nel ruolo dell'agente FBI Philip Jeffrey per indagare sugli ultimi giorni di Laura Palmer in Twin Peaks: fuoco cammina con me.
Una pausa di tre anni ed eccolo nei panni di Andy Wharol in Basquiat (1996), omaggio del pittore Julian Schnabel al suo collega e amico Jean Michel Basquiat. Bowie sembra ricreare il legame cinema-musica: il cantante infatti conobbe realmente l'icona della Pop-Art nel 1971, durante il suo tour americano, tale da dedicargli un brano in Hunky Dory.
Nel 1998 fece un salto in Italia per girare Il mio West di Giovanni Veronesi con Leonardo Pieraccioni
Una pausa e nel 2001 torna in uno dei camei più cool del momento: è semplicemente sé stesso, giudice di gara tra il modello Hansel e il modello Zoolander nella spassosa satira fashion Zoolander. solo 4 minuti, ma lasciano il segno: capello liscio, completo giacca senza cravatta, è il più cool di tutti. E' lui che decide le regole del walk off e prende appunti minuziosamente con tipico aplomb British, squalificando il modello bello - bello - in modo assurdo che fallisce nel tentativo di smutandarsi senza toglierli i pantaloni.
Nel 2006 dopo aver vestito i panni di Nikola Tesla ne The Prestige dovette fare una pausa forzata a causa di un attacco di cuore avuto durante il Reality Tour: se la musica non lo abbandonerà fino alla fine - Black Star vedrà la luce il giorno del suo 69esimo compleanno, due giorni prima la sua scomparsa avvenuta il 10 gennaio di quest'anno, il cinema lo rivede per l'ultima volta nel film Augurs (2008) con Josh Hartnett. 
Poco importa, perché David Robert Jones ebbe sempre un approccio cinematografico nella sua musica (The Star Are Out Tonight con Tilda Swinton, The Heart Filrhy Lesson diretto da David Fincher, canzone dei titoli di testa di Seven, e su tutti Blackstar, 10 minuti che sembrano un cortometraggio invece che un videoclip), regalandoci ruoli che hanno fatto sognare i suoi fan (e forse anche i suoi detrattori). 

giovedì 10 marzo 2016

NEWS: David Bowie inedito



A distanza di due mesi dalla scomparsa del Duca bianco è stata trovata la prima apparizione cinematografica del mitico cantante e attore.
Risale infatti al 1967 un cortrometraggio, The Image, proiettato in un cinema londinese durante l'intervallo di un film pornografico. Il corto - di genere horror - era rimasto inedito fino a quando il regista Michael Armstrong ha deciso di farlo vedere a un giornalista del Wall Street Journal.
The Image dura 14 minuti e racconta la storia di un artista (Michael Byrne) che rappresenta un uomo simile a Bowie, quando all'improvviso il suo dipinto prende vita nelle sembianze di Bowie stesso. Il pittore cerca di uccidere la versione umana del suo personaggio, ma egli continua a rivivere, nonostante venga ripetutamente strangolato, pugnalato e colpito con una statuetta, finendo per essere tormentato da Bowie che risorge continuamente, diventando l'incubo dell'artista. Armstrong aveva scritturato un giovanissimo Bowie, allora ventenne e quasi sconosciuto, ma ben conosciuto dal regista che già apprezzava le doti del futuro Ziggy Stardust. Lungi dall'essere l'artista milionario, Bowie venne pagato solo 10 sterline al giorno.
The Image venne vietato ai minori di 18 (e si spiega la proiezione in un cinema X Rated), per via dei suoi contenuti violenti. A distanza di 49 anni farà ancora paura?

giovedì 11 febbraio 2016

IL CIRCOLO DI CUCITO: Duncan Jones diventerà papà



Oggi è un mese che papà è morto. Ho creato questa cartolina per lui lo scorso Natale. Arriverà a giugno. E' il cerchio della vita. Ti voglio bene, nonno.
E con questo tweet Duncan Jones regista di Moon, Source Code ha dedicato un tweet a suo padre, il leggendario David Bowie morto un mese fa, annunciando allo stesso che a giugno diventerà papà. Alla famiglia Jones piace tenere i segreti, e la moglie, la fotografa Rodene Ronquillo Jones commenta la lieta novella prendendo in giro gli amici chiedendole sempre e fosse ingrassata, evitando accuratamente di contraddirli.
Duncan Jones, nome d'arte (o meglio, che ha fatto cambiare una volta divenuto maggiorenne) di Zowie Bowie, figlio della mitica rockstar e della prima moglie, Angela Barnett, dalla quale divorziò nel 1980. Bowie ebbe la custodia del figlio, che finì per estraniarsi completamente dalla madre biologica e venendo in seguito adotatto da Iman, la seconda moglie del padre.
E' una bella notizia per il regista di Warcraft, che ha passato momenti terribili quando a Rodene Ronquillo Jones le avevano diagnosticato il cancro al seno nel 2012 e successivamente dopo la morte del padre. Bowie aveva ricevuto la lieta notizia come regalo di Natale, e sicuramente sarebbe stato in grande nonno, dato che, pur vivendo le eccentricità tipiche dello star system, si rivelò un grande padre. E' il meraviglioso cerchio della vita.

mercoledì 10 febbraio 2016

OMAGGIO A DAVID BOWIE: Labyrinth

E' passato un mese da quando David Bowie se n'è andato, lasciandoci come testamento la sua arte immensa. Noi blogger, grazie all'iniziativa di Obsidian Mirror, abbiamo voluto omaggiare il duca bianco nelle vesti di attore. Da artista poliedrico e completo qual era, David Bowie ha recitato in alcuni film nel corso degli anni. Uno di questi è il mitico Labyrinth, dove lui è (per Director's cult) bellissimo e fascinoso, re dei Goblin che immerge la allora giovanissima e altrettanto bella Jennifer Connelly in un labirinto fatto di insidie e pericoli.



Caro Duca bianco, la tua arte sarà eterna.




Titolo: Labyrinth
Id, UK, 1986
Cast: David Bowie, Jennifer Connelly, Toby Froud.
Sceneggiatura: Terry Jones.
Regia: Jim Henson.
Durata: 96'



Crescere, che fatica. Soprattutto se hai 15 anni e ti ostini a vivere nel mondo delle favole. Anche perché Sarah (Jennifer Connelly) preferisce un mondo fittizio, come il suo libro preferito, Labyrinth così meraviglioso rispetto alla realtà così triste e insopportabile, dove i genitori sono divorziati, il papà si è risposato con una donna che non sopporta e soprattutto ora hai un fratellino. Non sei più la principessa di casa, Sarah, e questo non lo accetti. 
Così una sera, quando i tuoi genitori ti responsabilizzano e ti lasciano il piccolo Toby, ma lui continua a piangere per via del temporale e ti esasperi a tal punto da evocare il re dei goblin per fartelo portare via. Jareth (David Bowie) l'accontenta all'istante, perchè il re dei Goblin è generoso, tanto da regalarle una sfera con dentro i suoi sogni. Sarah però rifiuta, e dovrà entrare nel labirinto per riprendersi Toby, o diventerà un goblin al servizio di Jareth.
Sarah entra nel labirinto e comincia a scoprire che il mondo fatato che si è costruita non è così meraviglioso, dove le splendide fatine in realtà mordono, e gli esseri che abitano il labirinto sembrano aiutarla, ma in realtà le complicano il cammino per arrivare al castello di Jareth. D'altronde, la vita è fatta di difficoltà e ingiustizie che non possono essere quantificate, niente è dato per niente e se vuoi conquistare una cosa, devi combattere per averla. Sarah è sveglia e intelligente, ma le difficoltà si accumulano a ogni passo e non demorde.
Sarah vaga in un labirinto che strizza l'occhio ad Alice nel paese delle meraviglie, meraviglie che però non esistono, dove i goblin e i mostri sono esseri soli che non hanno mai conosciuto il significato dell'amicizia. 
Anche Jareth è solo, e l'unica compagnia sono i suoi goblin, sulla quale esercita il suo potere, nutrendosi delle fantasie di Sarah, che grazie alla sua fanciullezza gli permette di vivere.
Jareth rappresenta il mondo posticcio che Sarah ha sempre voluto vivere: una sontuosa festa in maschera dove lei, vestita come la principessa del suo carillon danza in compagnia del suo temibile cavaliere, che l'ha ingannata con una pesca avvelenata. Sarah però, come una novella Biancaneve, si sveglia dal sogno che in realtà è un incubo, si ridorda di Toby e fugge, infrangendo quella palla di cristallo nella quale Jareth l'aveva racchiusa con l'inganno. Un tranello forse orchestrato ad arte dal re dei Goblin, un essere così bello a capo di un popolo ripugnante, dove brama una una bella ragazza come Sarah per vivere insieme a lei nei sogni che ha sempre nutrito. Solo che Sarah ha capito che quel mondo non esiste, e non diventerà mai la regina che (forse) Jareth ha sempre desiderato. 
Sarah è sul punto di arrivare al castello, ma Jareth le riserva l'ultimo inganno, che poi è il mondo fittizio dove Sarah si rifugia: la sua stanza da letto, fatta di orsacchiotti, peluche, bambole e rossetti, un posto che la imprigiona impedendole di crescere. 
Sarah però finalmente ha capito che l'infanzia non c'è pi per lei, e capisce che lei ha creato il labirinto, è lei che ha creato Jareth, un essere affascinante quanto mefistofelico che si sente tradito da lei, soprattutto dopo tutto quello che ha fatto per lei, sovvertendo il tempo (e quindi capace di farla rimanere una bambina), sovvertendo il mondo intero solo per lei, dimostrando la sua generosità. E ora  Sarah ha capito se ne deve liberare se vuole vivere pienamente l'adolescenza. Perché Jareth non ha nessun potere su di lei. Non si può decidere di rimanere infanti, non si ha il pieno potere di fermare il tempo, nè il potere di sfuggire dalle responsabilità. 
E come il poster della relatività di Escher, Sarah affronta i suoi demoni e scopre che è in grado di decidere per sè stessa e finalmente non ha più paura di crescere, capendo che deve prendersi cura di Toby, il cui cammino impervio verso la vita adula deve ancora iniziare.
Sarah è diventata finalmente grande, ma un lato fanciullesco rimarrà con lei, danzando con i suoi amici Ludo e Hogol. Perché alla fine c'è sempre un fanciullo in noi, solo che uno degli effetti collaterali dell'essere adulto è dimenticarsi di essere stati dei bambini.
Labyrinth diretto dal creatore dei Mupppets, ormai è un film culto degli anni Ottanta, soprattutto per quei ragazzini che oggi sono dovuti per forza diventare adulti, ma che possono tornare bambini o adolescenti per una volta, grazie a questo film, che racconta il processo di crescita di questa ragazzina, che di crescere proprio non ne vuole sapere. 
Visto con gli occhi di un adulto, Labyrinth ha tanti significati, ma il bello di questi fantasy anni Ottanta è che, dal di là della tecnica ormai obsoleta, mantiene ancora un certo fascino e un divertimento ricordando che il mondo fatato grazie al cinema esiste. D'altronde il cinema non è la fabbrica dei sogni e non ci rifiugiamo dentro quando vediamo un film?

Voto: 7/8

Hanno reso omaggio a David Bowie:
L’uomo che cadde sulla terra (1976) su In Central Perk
The Elephant Man (1980) su The Obsidian Mirror
ChristianeF. (1981) su Mari’s Red Room
Furyo (1983) su White Russian
Miriam si sveglia a mezzanotte (1983) su Combinazione Casuale
Tutto in una notte (1985) su Non c’è paragone
C.R.A.Z.Y (2005) su Pensieri cannibali
The Prestige (2006) sul Bollalmanacco di cinema

A.M.

martedì 12 gennaio 2016

GOODBYE: Addio a David Bowie



In genere non faccio quasi mai post in prima persona. Ma oggi ho il cuore spezzato. David Bowie ci ha lasciati, portandosi con sé Ziggy Stardust, il duca bianco e Nathan Adler, le sue creature, i suoi uno nessuno centomila personaggi che hanno costellato il suo meraviglioso mondo fatto di musica. 
David Bowie mi ha lasciato, proprio ora che volevo scoprire il suo ultimo lavoro, dopo aver ascoltato una sua vecchia canzone, Buddha of Suburbia nel mio lettore MP3 neanche una settimana fa, rincasando dopo una giornata di lavoro. 
Ho il cuore spezzato, perché un pezzo della mia cultura musicale che ho formato durante la mia adolescenza piano piano sta scomparendo, cominciata con la dipartita di MCA dei Beastie Boys, con Scott Weiland degli Stone Temple Pilots e ora la dipartita del  'mio' Duca Bianco.
Il 'mio' Duca Bianco, che incontrai in una primavera del 1993, quando da brava figlia di Mtv sopperivo alla chiusura di Videomusic mangiando pane e musica, fagocitandomi l''impossibile nel pieno di una bulimia musicale. 
E intanto girava il videoclip di They Say, Jump dall'album Black Tie, Withe Noise. Bowie che barcolla sul tetto di un grattacielo, tra pose plastiche che lo frenano da quel jump che gli ordinavano di fare (salto che in realtà fece suo fratello a cui è dedicata la canzone). E fu amore a prima vista. 
Ho consumato il Greatest Hits - regalo di Natale del 1996 - a furia di suonare Aladdin Sane e Suffraggette City, arrivando anche a disegnare la copertina dell'album per un lavoro di scuola al liceo artistico, dove ascoltare Bowie e il Brit Pop faceva figo. Amore per la sua musica che mi ha accompagnata durante gli anni del liceo, a suon di Jungle con Earthling e la sua Little Wonder, fino a quel gioiellino di Hours..., con quel video dove fluttua in una cucina e l'altro, Thursday Child dove rimpiange un amore immaginario. 
Poi il duca bianco decise di ritirarsi dalle scene per un po', dopo avermi lasciato perplessa con Heaten, ascoltato distrattamente al Virgin di Milano; e poi più sollevata con New Killer Star di Reality; finendo per spostare la mia attenzione su altri cantanti, arrivado a 'tradirti' per Rufus Wainwright, trascurandolo per un po' e sentendomi trascurata a mia volta perché non voleva più cantare e non voleva più incidere un album. Ma il Duca Bianco era sempre lì, ascoltando l'album Space Oddity trovato in biblioteca per caso, con quel riff folk contaminato che mi ricordava tanto il mio caro Nick Drake, angelo caduto della musica folk, che debuttò lo stesso anno in cui il Duca Bianco pensava all'eccentricità dello spazio. 
Ed era sempre lì quando mi regalai Outside per il mio 28esimo compleanno, album così dark da lasciarmi intimorire all'ascolto, anche se conoscevo bene quella Heart Filthy Lesson che chiudeva i titoli di coda di Seven con Brad Pitt. 
E che meraviglia essermi addentrata tre anni fa in un cinema d'essay per perdermi nel tuo Labynth, dove tu eri il bellissimo e cattivissimo re degli gnomi.
E poi non potendo portare con me i miei pochi(ssimi), ma buoni CD del 'mio' Duca, che gioia nel trovare su youtube alcuni suoi album, facendomi fare l'anno scorso un tuffo nel passato con Low, che mi intratteneva giusto il tempo del relax prima di andare al lavoro, che suonava dal mio piccolo PC scassato.
E perdonami caro Duca per essere stata un momento egoista: erano anni che non ti esibivi dal vivo, ma io speravo di vederti in un concerto, ignorando le tue condizioni di salute che hai giustamente tenuto per te. Perché certe cose è giusto che rimangano private, facendo trapelare solo l'immenso artista che eri. E che sei, perché la tua musica vivrà per sempre, e so che tu ci stai guardando dal paradiso, mio caro Starman. O forse da Marte, dove finalmente scoprirai se c'è o no vita in quel pianeta.
E che amarezza non conoscere la tua discografia a fondo e avere delle immense lacune da colmare, e soprattutto che amarezza aver interrotto l'ascolto di The Next Day perché non avevo il tempo per assaporarlo pienamente, pensando, "ci ritornerò su", per poi non esserci ancora tornata. E che amarezza dover riscoprire nuovamente i suoi capolavori, ora che non ci sei più, so per certo che l'ascolto sarà differente.
E che rabbia che mi hai fatto facendomi credere che sei ritornato da me con la tua meravigliosa musica, quando invece stavi per lasciarmi di nuovo, e questa volta per sempre. 
Ti sono grata però di avermi dato un dono prezioso con il tuo ultimo album testamento Black Star, prima di volare in paradiso, dove le cicatrici non possono essere viste, dove il tuo dramma non può essere rubato. Ora tutti sanno chi sei.
Prendo in prestito (con licenza poetica nella traduzione) le parole di Lazarus, il suo ultimo singolo, perché non ho più parole che non si trasformino in lacrime per questo genio che ha fatto della sua vita un'opera d'arte. Sapeva che sarebbe rimasto su questa terra ancora per poco, così ha scritto il suo epitaffio, lasciandoci il regalo più bello, il suo testamento musicale e spirituale. 
E il cerchio si chiude pensando all'audiocassetta di Black Tie, Withe Noise presa in mano un giorno durante le vacanze di Natale dell'anno appena passato, regalandogli una custodia nuova di zecca, dopo tanti anni che giaceva avvolta nella sua copertina.
Domani o un altro giorno,  a mente lucida, cercherò di non versare altre lacrime che ho trattenuto tutto il giorno e che ho versato mentre scrivevo questo post che probabilmente suonerà patetico (ma è così che mi sento, con il cuore spezzato), sperando di avere il tempo per scrivere una monografia dei film in cui ha recitato. Perché Bowie era uno nessuno e centomila, e tra i suoi mille volti c'era anche quello dell'attore.
Ora scusate per il patema, ma  ci vorrà un po' prima che rimetta i cocci del mio cuore a posto.



You know, I'll be free
Just like that bluebird
Now ain't that just like me
Oh I'll be free
Just like that bluebird
Oh I'll be free
Ain't that just like me




Ciao David, grazie per essere esistito, grazie per averci fatto capire che il mondo, se non ci piace, possiamo crearlo a regola d'arte, facendolo calzare a pennello come un paio di guanti di velluto. Grazie per aver condiviso la tua genialità e la tua splendida musica. 

martedì 15 gennaio 2013

LA RUBRICA DEGLI ADDII: Addio a Nagisa Oshima




Il cinema del Sol Levante perde uno dei suoi registi più famosi: Nagisa Oshima è scomparso all'età di 80 anni. Nacque a Kyoto il 31 marzo del 1932 da una famiglia discendente dei samurai, si accostò al cinema e al teatro dopo gli studi universitari in legge.
Esordì al cinema con Il quartiere dell'amore e della speranza (1959), ma divenne famoso per aver sconvolto i benpensanti di tutto il mondo con Ecco l'impero dei sensi (1976), storia d'amore tormentata impregnata di passione, ossessione dove Eros e Thanatos si intrecciano pericolosamente. 
Oshima riuscì a fondere l'estetica giapponese con storie di forte appeal (non solo erotico) anche per un pubblico occidentale, come lo dimostra Furyo, ambientato in un campo di prigionia giapponese dove il carcerato David Bowie ha un rapporto di amicizia-odio con il suo carceriere Ryiuchi Sakamoto, autore anche della colonna sonora. 
La sua ultima pellicola fu Tabù-Gohatto, dove Oshima mise in scena un amore omosessuale tra samurai, esplorando il rapporto tra eros e potere.
Nagisa Oshima seppe rappresentare la libertà di espressione scavando nel profondo delle varie forme della sessualità, dei giochi di potere, dell'amore e dell'erotismo diventando il punto di riferimento del cinema giapponese conosciuto anche in Occidente.