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martedì 22 settembre 2015

MONOGRAFIA: Tamara Dobson



Spesso le modelle fanno il grande salto e passano con disinvoltura dalla passerella alla macchina da presa. Come accadde alla bellissima Tamara Dobson, che posò per riviste del calibro di Vogue, ma che sarebbe poi diventata una delle prime icone femminili della Blaxploitation.
Tamara Dobson nacque a Baltimora il 14 maggio del 1947 e iniziò giovanissima a calcare le passerelle. Debuttò al cinema nel 1972 con Come Back, Charlestone Blue, ma divenne famosa con il ruolo di Cleopatra Jones in Cleopatra Jones: licenza di uccidere (1973), film di punta del cinema afroamericano.
Se nel genere Blaxploitation la queen per eccellenza fu Pam Grier, Tamara Dobson ebbe l'onore di contribuire a migliorare la posizione delle attrici afroamericane all'interno dell'industria cinematografica. Bye bye personaggi alla Mamie, è ora di tirare fuori le unghie (e anche i calci) sgretolando i cliché della donna di colore al cinema.
Cleopatra Jones è infatti una sorta di James Bond in gonnella: bellissima, sexy, atletica, capace di stanare i gangster a colpi di kung fu, lontana dallo stereotipo della donna afroamericana debole o succube. Dobson riuscì a creare un personaggio forte, determinato e soprattutto estremamente cool. E fu uno strepitoso successo.
Tamara Dobson divenne la diva della Blaxploitation e il successo di Cleopatra Jones portò a un seguito, Cleopatra Jones and the Casino of Gold (1975).
Poi venne Pam Grier con Foxy Brown, e la sua stella cominciò ad esclissarsi. Non che fosse colpa di Grier, semplicemente Tamara Dobson faticò a trovare uno spazio al di là del genere Blaxploitation.
Ancora un film al cinema con Norman... Is that you? (1976), e poi qualche apparizione televisiva, per poi eclissarsi negli anni Ottanta.
Beffa del destino, il suo corpo atletico e scultoreo fu devastato dalla sclerosi multiplà, che la portò via il 2 ottobre del 2006.
Una manciata di titoli, ma il titolo di principessa della Blaxploitation non glielo toglie nessuno. 
Tamara Dobson diede un grande contributo per il cinema afroamericano.

lunedì 30 marzo 2015

BLACK POWER DAY: Cleopatra Jones

Questo mese si celebra il 50esimo anniversario della marcia di Selma, che vide protagonista Martin Luther King. Director's cult e i suoi amici blogger dedicano un Black Power Day al cinema afroamericano. Per l'occasione Director's ha scelto un cult della Blaxploitation, Cleopatra Jones.

Black Power!

Tutto iniziò verso la fine degli anni Cinquanta, quando la mite afromaericana Rosa Parks decise di non cedere il suo posto sull'autobus a un bianco. Poi venne Martin Luther King, la sua politica di non violenza che culminò nel 1965 con la marcia di Selma, contraltare dei violenti scontri a Watts. Il Black Power venne da sé, sorgendo definivamente sotto il segno di Malcom X e del Black Panther Party nel nome della 'difesa dell'autodifesa' durante la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta.
Dal punto di vista cinematografico invece gli afromericani ebbero finalmente il loro spazio all'interno dell'industria cinematografica grazie al filone cinematografico della Blaxploitation.
Non più le mamy di Via col vento o le 'tragic mulatto' di Imitation of Life - gli afromericani divennero protagonisti di un vero e proprio genere cinematografico inaugurato da Melvin Van Peebles e il suo Sweet Sweet Back's Badasssssss Song. Quando l'uomo di colore si ribella al potere esercitato dall'uomo bianco. E fu subito culto.
Film destinati a diventare un successo come il Badasssss movie di Van Peebles e Shaft di Gordon Parks salvarono -  insieme ai Movie Brats di Spielgberg e soci  - le 'chiappe' alle major come la Universal ormai sull'orlo della bancarotta.
Hollywood capì che dal 'potere nero' poteva rinvigorire le sue casse languenti, decidendo di finanziare pellicole con protagonisti gli afromaericani - dando inconsapevolmente un (determinato potere) agli afroamericani all'interno dell'industria cinematografica, spianando in futuro la strada a talenti del calibro di Spike Lee e Denzel Washington.





Titolo: Cleopatra Jones
USA 1973
Cast: Tamara Dobson, Shelley Winters, Antonio Fargas.
Sceneggiatura: Max Julien.
Durata: 76'
Regia: Jack Starret.


Shaft con il suo detective 'che teneva un piede nel mondo dei bianchi e un piede nel mondo dei neri' divenne un successo commerciale, Black Caesar divenne la versione afroamericana dei ganster alla James Cagney ed Edward G. Robinson, Gordon Parks e Melvin Van Peebles divennero i primi registi afroaricani ad avere un certo potere a Hollywood grazie alla Blaxploitation.
Un altro merito della Blaxploitation fu quello di lanciare un sottogenere femminile che ebbe inizio con Coffy e la sua star, Pam Grier, per poi avere il suo canto del cigno con Switchblade Sisters (Elle Driver creata da Quentin Tarantino è un omaggio al film),
Se Coffy è una infermiera che diventa una giustiziera fai da te (un po' come il giustiziere della notte di Charles Bronson), con Cleopatra Jones si ha una donna tosta d'azione da far invidia niente di meno che a James Bond. 
In che modo? Beh, presentando la nostra eroina che compie una missione in Turchia mentre ordina di far bruciare un campo di papaveri, destinati a diventare oppio da vendere per conto della temibile e terribile Mommy (Shelley Winters).
Ca**uta la ragazza.
Mommy non sta a guardare, e le da il benvenuto con un attentato in areoporto, ma Cleopatra è troppo tosta e non si fa certo intimidire. Perché lei lavora per il presidente degli Stati Uniti in persona.
Un po' come James Bond che è al servizio di sua maestà.
Cleopatra, per gli amici 'Cleo' ha molto in comune con Bond - il suo nome è - James  Bond: è bella, sexy, ha stile (con un outfit da paura fatto di pellicce, pantaloni a zampa che lanciano la sua figura, pettinatura afro alternata con copri capi), conosce il karate e sa come usare una pistola, che tiene in un arsenale nella portiera della sua fighissima Corvette.
Inoltre partecipa attivamente a un centro di recupero per tossicodipendenti. Centro nel mirino della sua antagonista, Mommy, versione lesbica e caricaturale del Dr. No - donna che bistratta i suoi scagnozzi (uomini) e medita vendetta per i milioni persi a causa di Cleopatra.
Ma Cleopatra rimane cool e tra mille ostacoli arriverà allo scontro finale con Mommy, che non perdona chi lascia il suo business come Dudlebugs (Antonio Fargas, il celebre Huggy Bear di Starsky and Hutch) e chi fa troppi errori. E soprattutto non perdona Cleo.
Nonostante la regia di Jack Starret sia piatta e si anima solo da qualche rallenty e qualche guizzo nelle prodezze della 'funk goddess', il film è ben ritmato dalle musiche funky - fiore all'occhiello della produzione Blaxploitation che vanta collaborazioni eccellenti da James Brown per Black Caesar a Curtis Mansfield per Super Fly, e ovviamente al leggendario Isaac Hayes (ritornato sulla cresta dell'onda negli anni Novanta per aver prestato la voce a Chef di South Park) e alla sua Shaft Theme.
Cleopatra Jones non avrà certo una sceneggiatura da Oscar, lascia qualche personaggio per strada e non approfondisce molto la storia del centro di recupero, azzardando una timida polemica sui metodi poco ortodossi della polizia 'bianca' -  preferendo concentrarsi sulle prodezze di questa magnifica wonder woman. 
Al di là delle sue pecche, Cleopatra Jones sa giocare astutamente con i cliché del genere d'azione, con una Shelley Winters che riesce a delineare perfettamente una Mommy volutamente sopra le righe, ed è inoltre un godibilissimo film di genere.
E poi c'è lei, Cleo, incarnata dalla fascinosa Tamara Dobson, che ha il merito di mostrare una donna afromaericana forte, indipendente, che antepone la sua missione a una possibile storia d'ampre (evidenziato soprattutto dall'unica controparte femminile incarnata nella fidanzata di Dudlebugs, tipica pupa del gangster che viene salvata proprio da miss Jones), sicura di sé, che non paura di niente e nessuno. Probabilmente neanche di James Bond.

Voto: 7+

Al Black Power Day partecipano:




Solaris< br />

mercoledì 8 gennaio 2014

MONOGRAFIA: Melvin Van Peebles




Melvin Van Peebles diede una scossa negli anni Settanta diventando il co-fondatore della Blaxploitation, il ruggente cinema afroamericano.
Nato a Chicago nel 1932, Van Peebles non aveva iniziato la sua carriera come regista. Dopo la laurea ottenuta nel 1953 alla Ohio Wesleyan University, era entrato a far parte dell’aereonautica statunitense, come riserva dei Corpi di Addestramento degli Ufficiali per tre anni e mezzo, diventando navigatore al radar di un bombardiere a reazione. Dopo quella esperienza decise di partire per il Messico, dove fece il ritrattista, nonostante fosse laueato, studi che continuerà in in Europa, per conseguire un dottorato in astronomia.
Il periodo trascorso in Europa fu colmo di creatività: cominciò a dipingere, prima in Olanda, poi in Francia. A Parigi frequentò la scena underground e collaborò alla rivista di fumetti “Hara-Kiri”. Van Peebles entrò in contatto con vari fumettisti, tra cui Topor e Wolinski, adattando per l’edizione francese di MAD (rivista americana underground di fumetti) delle strip dai lavori dello scrittore Chester Himes, artista di colore emigrato in Francia[1].
Al ritorno in America, Van Peebles decise di entrare nel mondo della cinematografia, convinto di poter girare un lungometraggio anche senza un’adeguata preparazione[2]. Nonostante ciò, nel 1957 diresse un cortometraggio, Sunlight, e l’anno successivo Three Pickup Men for Herrick. Dopo altri due cortometraggi esordì nel 1968 con The Story of a Three-Day Pass, che riprese lo stile della nouvelle vague francese. Girato in Francia (il film ha anche un titolo francese, Le Permission) e tratto da un romanzo scritto dello stesso regista, narra una storia d’amore interraziale tra un militare afroamericano in licenza a Parigi e una ragazza francese. La pellicola presenta già l’ironia caustica del regista, ridendo apertamente degli stereotipi sugli afroamericani e sugli europei. Questo film rappresenta un connubio tra la cultura francese e quella afroamericana.
Con grande sensibilità e intelligenza, Van Peebles articola i sottili meccanismi delle relazioni interrazziali. Il secondo lungometraggio fu Watermelon Man (L’uomo caffèlatte, 1970), prodotto dalla Columbia Pictures. Il film mette in scena le vicissitudini di Jeff Gerber, un agente delle assicurazioni bianco, bigotto, sessista e soprattutto razzista, che un giorno si sveglia afroamericano. Van Peebles firma una commedia grottesca che comunque offre una drammatizzazione di un incubo dell’inconscio bianco, con uno stile che richiama le avanguardie francesi. Il film non ebbe successo quindi il regista decise di girare un piccolo film indipendente, senza l’aiuto economico delle grandi case di produzione hollywoodiane.
Nel 1970 Van Peebles visse una fase creativa molto irrequieta. Aveva in mente un nuovo film e decise di sviluppare questa idea nel deserto del Mojave, in pieno contatto con la natura selvaggia. Secondo le idee rivoluzionarie di Van Peebles, l’uomo afroamericano doveva liberarsi dalla schiavitù e con il suo nuovo film voleva dimostrare alla popolazione colored il modo con cui raggiungere la tanto agognata libertà[3].
Con Sweet Sweetback’s Baad Asssss Song esplose la Blaxploitation. Van Peebles curò la regia, il montaggio e la musica e interpretò il protagonista. Costato appena 150.000 dollari, ne incassò più di quindici milioni, salvando la MGM (che lo aveva prodotto) dal collasso economico. Con questa pellicola, Van Peebles riuscì a dimostrare al mondo di Hollywood la potenziale redditività di film sui colored realizzati con un budget ridotto.
Il regista afroamericano si occupò non solo della regia, ma anche del montaggio e della musica. Come un “colpo di spugna”, il film cancellò la versione del buon afroamericano integrato nella società dominata dai bianchi, incarnata dalla faccia rassicurante di Sidney Poitier, primo attore afroamericano a vincere un Academy Awards come attore protagonista. Nonostante il grande successo del film, la carriera di Van Peebles continuò con fatica, a causa del suo atteggiamento provocatorio poco amato da un’industria tradizionalista come Hollywood.
Nel 1973 diresse un musical Don’t Play us Cheap. Dopo otto anni di assenza, tornò con una serie televisiva dai contenuti provocatori The Sophisticated Gents, dove affrontava temi scottanti come la sessualità interraziale e l’omosessualità, ma non riuscì a ripetere i fasti di Sweet Sweet Back’s Badasssssong.
Negli anni Novanta si impegna sul set come attore più che come regista: recita in Posse, diretto dal figlio Mario e in Panthers, film sulle pantere nere diretto da John Singleton. L’ultimo lavoro dietro la macchina da presa è un cortometraggio diretto nel 1995, Vroom Vroom Vroom. Il cortometraggio rappresenta la storia di una strega che realizza il sogno di un giovane di possedere una motocicletta e di conquistare la ragazza di cui è innamorato, ma alla fine il ragazzo rinuncia perché vuole realizzare i suoi sogni da solo, in modo indipendenze, senza aiuti esterni.
Il suo ultimo lavoro risale al 2003 con The Real Deal, un cortometraggio per la televisione, mentre nel 2004 ritorna a recitare in Badasssss! Documentario diretto dal figlio Mario che ripercorre la produzione del mitico film che lo fece entrare di diritto nella storia del cinema.
Anche perché senza di lui non ci sarebbe stata la Blaxploitation.
 



[1] Minganti, Franco, “Tre o quattro sfumature di nero. Il cinema afroamericano”, in Brunetta, Gianpaolo (a cura di), Storia del cinema americano. Vol II, cit., p.1362
[2] Donalson, Melvin, Black Directors in Hollywood, Austin, University of Texas Press, 1997, p.19.
[3] James, Darius, That’s Blaxploitation! Roots of the Baadasssss’ tude (rated x by an all-withe jury), cit., p. 12